Gianni Rodari, un maestro di “errori” anche per i millennial

Redazione
23 Ottobre 2020
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Gianni Rodari, un maestro per tante generazioni, oggi avrebbe fatto 100 anni.

Per molti anni mi sono occupato di errori di ortografia: prima da scolaro, poi da maestro, poi da fabbricante di giocattoli, se mi è permesso di chiamare con questo bel nome le mie precedenti raccolte di filastrocche e di favolette. Talune di quelle filastrocche, per l’appunto dedicate agli accenti sbagliati, ai «quori» malati, alle «zeta» abbandonate, sono state accolte – troppo onore! – perfino nelle grammatiche. Questo vuol dire, dopotutto, che l’idea di giocare con gli errori non era del tutto eretica.

Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo? Se si mettessero insieme le lagrime versate nei cinque continenti per colpa dell’ortografia, si otterrebbe una cascata da sfruttare per la produzione dell’energia elettrica. Ma io trovo che sarebbe un’energia troppo costosa.

Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio, la torre di Pisa.

Questo libro è pieno di errori, e non solo di ortografia. Alcuni sono visibili a occhio nudo, altri sono nascosti come indovinelli. Alcuni sono in versi, altri in prosa. Non tutti sono errori infantili, e questo risponde assolutamente al vero: il mondo sarebbe bellissimo, se ci fossero solo i bambini a sbagliare. Tra noi padri possiamo dircelo. Ma non è male che anche i ragazzi lo sappiano.

E per una volta permettete che un libro per ragazzi sia dedicato ai padri di famiglia, e anche alle madri, s’intende, e anche ai maestri di scuola: a quelli insomma che hanno la terribile responsabilità di correggere, senza sbagliare, i più piccoli e innocui errori del nostro pianeta.

Chi è Gianni Rodari

La prefazione di Gianni Rodari al suo “Libro degli errori” dice di Rodari molto di più di mille biografie sul maestro della letteratura per l’infanzia, come i ‘raccontini’ e le ‘filastrocche’ che contiene. Storie di una pedagogia lineare e molto efficace della quale anche i millennial, prima come bambini, poi come adolescenti e adesso come adulti, si sono nutriti.

Ecco alcune sue opere tratte proprio da questa raccolta, dove l’errore vero non è solo quello ortografico, perché bisogna correggere il mondo.

La torre pendente

Il professor Grammaticus, una volta andò a Pisa, salì sulla Torre pendente, aspettò che gli passasse il capogiro e cominciò a gridare:
– Cittadini! Pisani! Amici miei!

I Pisani guardarono per aria e si rallegrarono:
– Oh, la Torre s’è messa a parlare e a fare i discorsi.

Poi videro il professore, e lo udirono continuare:
– Sapete perché la vostra torre pende? Ve lo dirò io. Non date retta a quelli che vi parlano di cedimenti del sottosuolo, e così via. C’è, è vero, nelle fondamenta un piccolo errore, ma è di tutt’altro genere. Gli architetti di una volta non erano assai forti in ortografia. Così è successo loro di costruire una torre che stava in “ecuilibrio”, anziché in “equilibrio”. Mi spiego? In “ecuilibrio” sulla “c” non ci starebbe nemmeno uno stecchino: figuriamoci un campanile. Ecco dunque pronta la soluzione. Iniettiamo nelle fondamenta una piccola dose di “q”, e la torre si raddrizzerà in un attimo.

– Mai sia! – gridarono ad una voce i Pisani. – Torri diritte ce ne sono in ogni angolo del mondo. Quella pendente ce l’abbiamo solo noi, e dovremmo raddrizzarla? Arrestate quel pazzo. Accompagnatelo alla stazione e mettetelo sul primo treno.

Il professor Grammaticus fu preso per le braccia da due guardie, accompagnato alla stazione e messo sul primo treno: un omnibus per Grosseto che si fermava ad ogni passo e impiegò mezza giornata a fare cento chilometri. Così il professore ebbe modo di meditare sull’ingratitudine umana. Egli si sentiva abbattuto come Don Chisciotte dopo la battaglia con i mulini a vento. Ma non si scoraggiò. A Grosseto studiò le coincidenze e tornò a Pisa di nascosto, deciso a fare la sua iniezione di “q” alla Torre Pendente a dispetto dei Pisani.

Per caso, quella sera, c’era la luna. (Anzi, non per caso: c’era perché ci doveva essere). Al chiaro di luna la torre era così bella, pendeva con tanta grazia, che il professore rimase lì estatico a rimirarla e intanto pensava:

– Ah, come sono belle, certe volte, le cose sbagliate!

 

Il Cielo è di tutti

Qualcuno che la sa lunga
mi spieghi questo mistero:
il cielo è di tutti gli occhi
di ogni occhio è il cielo intero.

È mio, quando lo guardo.
È del vecchio, del bambino,
del re, dell’ortolano,
del poeta, dello spazzino.

Non c’è povero tanto povero
che non ne sia il padrone.
Il coniglio spaurito
ne ha quanto il leone.

Il cielo è di tutti gli occhi,
ed ogni occhio, se vuole,
si prende la luna intera,
le stelle comete, il sole.

Ogni occhio si prende ogni cosa
e non manca mai niente:
chi guarda il cielo per ultimo
non lo trova meno splendente.

Spiegatemi voi dunque,
in prosa od in versetti,
perché il cielo è uno solo
e la terra è tutta a pezzetti.

 

Titoli

Ho deciso di inventare
dei titoli da regalare
a chi non sa farne senza
e piange lacrime amare
se nessuno lo chiama Sua Eccellenza.

Avanti, ecco qua:
chi vuol esser chiamato
Sua Sincerità?

Per chi ama la tavola
e la buona compagnia
ho pronto il bel titolo
di Sua Allegria.

Ho qui anche Sua Bellezza,
che mi sembra tanto meglio
perfino di Sua Altezza.

C’è Sua Generosità:
chissà se qualcuno lo vorrà.

Sua Solitudine:
adatto per pensatori.

Sua Dolcitudine:
per mangiatori
di budini al cioccolato.

Infine, per chi li merita
secondo giustizia:
Sua Prepotenza, Sua Ladreria, Sua Pigrizia.

 

L’asino volante

In riva al fiume, in una casupola di sassi, viveva una povera famiglia. Erano tanto poveri che non c’era mai da mangiare per tutti, e almeno uno doveva restare senza.

I bambini domandavano al nonno: Perché non siamo ricchi? Quando diventeremo ricchi anche noi?

Il nonno rispondeva: Quando l’asino volerà. I bambini ridevano. Però un pochino ci credevano. Ogni tanto andavano nella stalla, dove l’asino masticava la sua paglia, gli accarezzavano le spalle e gli dicevano: Speriamo che tu ti decida presto a volare.

La mattina, appena desti, correvano dall’asino: Volerai oggi? Guarda che bella giornata, che bel cielo. È proprio il giorno adatto per volare. Ma l’asino badava soltanto alla sua paglia. Vennero forti piogge, il fiume ingrossò. L’argine cedette e l’acqua si rovesciò sulle campagne.

Quella povera gente dovette rifugiarsi sul tetto, e ci portarono anche l’asino, perché era tutta la loro ricchezza.

I bambini piangevano per la paura, e il nonno raccontò loro tante storie, e ogni tanto per farli ridere, diceva all’asino: Stupidone, vedi in che guaio ci hai messi? Se tu sapessi volare, ci porteresti in salvo.

Li salvarono, invece, i pompieri con la loro motozattera e li portarono all’asciutto. Ma l’asino non volle assolutamente salire. I bambini adesso piangevano per l’asino, e lo pregavano a mani giunte: – Vieni con noi, vieni con noi!

Andiamo, – dissero i pompieri, – torneremo dopo per l’asino. Adesso c’è tanta gente da salvare. Un’alluvione così brutta non si è mai vista.

La motozattera, si allontanò, e l’asino rimase sul tetto, piantato sui quattro zoccoli, immobile.

E sapete come lo salvarono? Con l’ elicottero! La bella farfalla a motore si fermò in cielo sopra la sua testa, ronzando. Un uomo si calò con una fune, e certo se ne intendeva anche di asini, perché lo legò per bene sotto la pancia. Poi l’elicottero ripartì.

E quei bambini, accampati sull’ argine come soldati in guerra, videro arrivare il loro asino per via di cielo.

Balzarono in piedi, cominciarono a ridere e a saltare, e gridavano: Vola! Vola! Siamo ricchi!

Da tutto l’accampamento, a quelle grida, venne fuori gente a guardare e a domandare: – Cos’è successo? Cos’è capitato?

Il nostro asino vola! – gridavano i bambini – Ora siamo ricchi.

Qualcuno scuoteva la testa, ma molti sorridevano come se sulla distesa grigia dell’alluvione fosse spuntato il sole, e dicevano: Avete tanta vita davanti, che poveri non siete di sicuro.

 

Il paese senza errori

C’era una volta un uomo che andava per terra e per mare
in cerca del Paese Senza Errori.

Cammina e cammina, non faceva che camminare,
paesi ne vedeva di tutti i colori,
di lunghi, di larghi, di freddi, di caldi,
di così così:
e se trovava un errore là ne trovava due qui.
Scoperto l’errore, ripigliava il fagotto
e ripartiva in quattro e quattr’otto.

C’erano paesi senza acqua,
paesi senza vino,
paesi senza paesi, perfino,
ma il Paese Senza Errori dove stava, dove stava?

Voi direte: Era un brav’uomo. Uno che cercava
una bella cosa. Scusate, però,
non era meglio se si fermava
in un posto qualunque,
e di tutti quegli errori
ne correggeva un po’?

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