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Come vanno le cose in Birmania e perché questa storia riguarda anche noi

18 Settembre 2021
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La storia della Birmania interessa ai millennial, anche se loro ancora non lo sanno.

Intanto, cominciamo con un bel colpo d’occhio all’indietro. Breve excursus: dopo 120 anni anni di dominazione straniera, nel 1948 la Birmania ha fatto un doppio salto carpiato: si è resa indipendente prima dall’India anglosassone e poi dall’Inghilterra.

Il guaio è che questa doppietta anticoloniale ha ingrassato varie caste militari. Per cui da allora, la storia governativa è stata un susseguirsi di colpi di stato, repressioni e schieramenti volti a stabilire ordine all’interno del Paese. Non bisogna essere fini politologi per capire che questa instabilità permanente ha ingessato la società, e accresciuto le disuguaglianze sociali: nessuna mobilità sociale, i figli dei contadini fanno i contadini, i figli dei ricchi fanno i ricchi.

Solo nel 1990, per la prima volta, si sono tenute le elezioni libere: ha vinto il partito NLD (Lega Nazionale per la Democrazia), capeggiato da Aung San Suu Kyi. Il partito si era subito scontrato con lo SLORC (Consiglio di restaurazione della legge e dell’ordine di stato). Spalleggiato dall’esercito, lo SLORC si è rifiutato di cedere il potere e, arrestando Suu Kyi, ha preso il potere. Poi la giunta militare ha cambiato il nome: Birmania è diventata Myanmar.

C’è chi dice: concettualmente parlando, utilizzare “Myanmar” significa in qualche modo legittimare la scelta dell’oppressione militare, mentre invece “Birmania” è il nome che, filosoficamente, identifica il desiderio di autonomia di questo popolo. Qui la questione è controversa: c’è anche chi dice che Birmania era il nome della principale etnia del paese, i Bamar, riconosciuta e valorizzata durante il periodo coloniale, dunque una scelta linguistica nient’affatto “innocente”. Il risultato è che adesso è l’unico Stato al mondo con due nomi: l’Unione Europea, per dire, li usa entrambi.

Ma torniamo a Aung San Suu Kyi: arrestata e rimessa in libertà periodicamente dal 1995 al 2010, nel 2015 ha vinto ancora le elezioni parlamentari generali, giudicate le più democratiche da quelle famose del ’90. La situazione nel Paese resta abbastanza tesa, ma è indubbio che queste elezioni abbiamo messo un freno alle forze militari e prodotto una situazione sociale abbastanza vivibile. O no?

Il colpo di stato nel 2021

Zitti zitti, nell’anno Uno della grande Pandemia, cioè nel febbraio 2020, l’esercito militare prende il potere attraverso il solito colpo di stato. Che strapalle, direte voi. Beh, sì. Va in scena il copione ormai rituale: i politici del partito di maggioranza, ancora la NLD, vengono arrestati e Suu Kyi, che era di fatto il capo del governo, si lascia condurre in una località ignota. Nel frattempo l’esercito ha rapidamente chiuso le comunicazioni all’interno del paese. Le linee telefoniche sono spente nella capitale Naypytaw e nella città cardine Yangon. La tv non trasmette, agli organi di stampa viene revocata la licenza. Il blocco dei social network è solo il principio dell’anno tragico che si è riversato sulla popolazione. Dilagano fra le città panico, paura e terrore (insomma, vari gradi di reazione pubblica al pericolo e all’oppressione).

Il golpe in Birmania, come e perché

Cominciamo dal perché: il colpo di stato è avvenuto per una stratificazione di rancori e di rivendicazioni che i militari del partito USPD (Partito per solidarietà e sviluppo dell’Unione) oppongono al partito di governo di San Suu Kyi. La faccenda non è nuova: va avanti da qualche anno, perché la vittoria di San Suu Kyi aveva scatenato contestazioni per presunti brogli e la situazione era passata da tesa a incandescente in poco tempo. E qui veniamo al come: sommosse, guerriglie e sparatorie. I militari, guidati da Min Aung Hlaing, impediscono ai parlamentari di raggiungere le aule del Parlamento e arrestano i rappresentanti di NLD.

A guidare questa insurrezione è un personaggio già tristemente noto. Il generale Min Aung Hlaing, capo dalle forze armate da un decennio, ha dei retroscena molto inquietanti nella sua carriera. Diciamo che ha una certa tendenza al genocidio su base etnica: dagli anni ‘70 è il principale fautore della guerra contro le minoranze etniche in Birmania. Il suo nome è divenuto famigerato in seguito alla strategia piuttosto sadica detta “dei quattro tagli”: isolamento dei ribelli attraverso il mancato rifornimento di cibo, soldi, informazioni e sostegno.

A fine gennaio, durante una videoconferenza, il generale Hlaing si è reso protagonista di una proposta che aveva fatto sorridere con sufficienza i suoi avversarsi politici (male, anzi malissimo, un generale fellone va messo agli arresti, non alla berlina nei talk show). Lui aveva dichiarato la sua volontà di abolire la Costituzione in Birmania… Detto, fatto. Solo alcune settimane dopo, la temeraria ipotesi è diventata realtà. E il generale, ad agosto, si è autoproclamato Primo Ministro.

La reazione della gente

Il colpo di Stato ha prodotto manifestazioni sempre più grandi e violente. Negli scontri di piazza del 28 febbraio muoiono 18 persone. I medici che scioperano contro il nuovo governo rientrano in servizio per medicare decine di civili feriti. Il Paese è interamente bloccato e anche la giunta militare rimane paralizzata in un potere di fatto nominale: non riesce davvero a esercitarlo fino in fondo.

Il nuovo governo, formato da 11 ufficiali dell’esercito, ha promesso nuove elezioni ma c’è naturalmente chi nutre seri dubbi riguardo le volontà democratiche. Qui bisogna dire una cosa complicata e un po’ amara, ma essenziale: nonostante il processo di democratizzazione degli ultimi trent’anni (che in realtà nemmeno sotto Aung San Suu Kyi aveva fatto enormi passi in avanti) i militari hanno sempre influito molto nelle vicende politiche e nella vita sociale della Birmania.

L’unico impegno in cui il governo pone tutte le sue forse è la repressione di migliaia di manifestanti, con ronde notturne, cariche e blitz. Da Yangon a Mandalay i cittadini si muniscono di elmetti e maschere anti gas, fra le strade si costruiscono barricate. Gli scontri notturni con la polizia procedono a spari, arresti e sparizioni sospette. Nei mesi passati la giunta militare ha sospeso 125mila insegnanti che protestavano e, insieme a loro, anche 20mila dipendenti universitari.

Questo movimento di disobbedienza civile (così l’esercito birmano definisce le manifestazioni) altro non è che libera volontà di non sottostare a una dittatura.

I morti, la lotta arma, il processo di Suu Kyi

Il 27 Marzo è stato il giorno più sanguinoso dal colpo di stato. Non ci sono conteggi ufficiali dei morti, ma secondo la stima di Myanmar Now, sarebbero almeno 114 in tutto il paese. Da allora, la situazione è precipitata in un baratro senza possibilità di risalita. I morti, solamente a maggio, sono saliti a 800. E stiamo parlando solo di quelli censiti uno per uno. A nulla sono servite le sanzioni dell’Unione Europea contro la nuova dittatura militare. Alla fine della primavera le persone muoiono sotto i colpi da arma da fuoco. Le manifestazioni diventano guerriglia urbana.

Sempre a maggio, San Suu Kyi ha fatto la sua prima apparizione in pubblico dopo il colpo di stato. Le immagini la ritraggono in buona salute, provata ma sorridente. Il processo contro di lei era iniziato quasi immediatamente dopo il colpo di stato. Le accuse, apparentemente fittizie, vanno dall’appropriazione di denaro illecito all’uso improprio spazi pubblici. Il paradosso di questo processo è che ogni cavillo sembra buono per associare frodi e brogli alla figura di Kyi, mentre invece resta un silenzio-assenso sulla persecuzione dei Rohinya durante gli anni del governo: non è mai stato neanche menzionato. Persecuzione, comunque, messa in atto dagli stessi militari che ora hanno il potere in Birmania (dunque, mica possono dare risalto a questa accusa, nella vicenda lei e loro sono oggettivamente complici).

Le ultime notizie sulla Birmania

A settembre, un video su Facebook: i politici fedeli a Kyi hanno lanciato un appello alla ribellione. I cittadini, in gruppi sempre più organizzati, sono un vero e proprio nucleo di resistenza armata. Ad oggi, il gruppo più importante è la Forza di Difesa del Popolo, braccio destro e armato dell’ex governo legittimo. I gruppi di resistenza hanno ricevuto sostegno e munizioni. Denaro e armi arrivano da diverse organizzazioni armate, che hanno una base religiosa o etnica. Anche qui, che associazioni religiose posseggano così tante munizioni da poter armare centinaia di civili, resta un fatto avvolto dal mistero. Fino a ora più di mille persone sono state uccise negli scontri e in migliaia sono state arrestate o risultano disperse.

La situazione viene aggravata dalla naturale scarsità di notizie, in quanto moltissimi quotidiani di breaking news sono forzati a chiudere. Le informazioni che giungono continuano a essere piuttosto allarmanti, ma molto lacunose e passate sottobanco nel terrore di ripercussioni da parte del regime militare. Quel che è certo è che la vita in Birmania è stata stravolta in poco meno di un anno e la fine di questa crisi – ormai umanitaria – non è affatto vicina.

Post Scriptum

Nel caso a qualcuno venisse in mente di dire: e a noi…? Ce ne frega, ce ne frega. Ci riguarda. È il primo vero golpe che la nostra generazione deve affrontare. Che viene fatto con e nonostante i social media. Possiamo anche voltarci da un’altra parte, e continuare a pensare: ma tanto io vado in Thailandia. Come però cantava De André: «Per quanto voi vi crediate assolti, siete lo stesso coinvolti».

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