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Intervista a Dave Lombardo, che dà un consiglio ai Millennial: seguite le budella

14 Dicembre 2020
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Quando i Mr. Bungle diedero alle stampe il loro primo album omonimo nel 1990 sembrarono quasi una sorta di divertissement, una valvola di sfogo per il poliedrico, versatile e iconoclasta Mike Patton, frontman dei Faith No More, gruppo della bay area in grado in pochi anni di assurgere dallo stato di band di culto a fenomeno alt rock da stadio .

*L’illustrazione in apertura è di Marco Terenziani .

 

 

Senza nessuna promozione da parte di Warner Bros, che li considerava superficialmente una sorta di Mothers of Invention moderni e voleva probabilmente capitalizzare la fama che Patton stava ottenendo con l’altro gruppo, i Mr. Bungle hanno pubblicato tre dischi dal ’90 al 2000 cementando nell’ascoltatore l’idea di un ensemble fluido e tecnicamente preparatissimo in grado di incorporare schizofrenicamente i più disparati generi musicali, dal funk al trash metal passando per il folk rumeno in un pastone disomogeneo ma indubbiamente suggestivo. Dal 2000 in poi i vari membri si dedicano ai loro progetti (soprattutto l’iperattivo Patton) e sui Bungle cala il silenzio. Fino a un mese fa, quando a 20 anni dall’ultimo lavoro la Ipecac Records pubblica “The Raging Wrath Of The Easter Bunny Demo”, il “nuovo” lavoro targato Mr. Bungle. Le virgolette sono d’obbligo in quanto non è affatto nuovo, e la sua affascinante genesi merita una digressione.

California Nightmarin’

1985. Quando pensiamo alla California gli stereotipi mentali che affiorano alla mente sono sempre: palme, mare, tettone bionde in bikini, bagnini coi pettorali elettrici, Hollywood, macchinone decappottabili e sole tutto l’anno. Ma se nasci a Eureka gli anni 60, un piccolo centro cittadino a 160 km dal confine con l’Oregon che prospera grazie al commercio di legname e il cui clima è più vicino all’Alaska e all’Irlanda del nord che non al Venezuela, allora è perfettamente comprensibile che un teenager irrequieto accantoni l’idea di diventare un surfista abbronzato e si butti a capofitto nel nascente movimento trash metal della Bay Area.

Trevor Dunn (basso), Trey Spruance (chitarra) e Mike Patton (voce) non sono ancora maggiorenni quando si barricano nel garage dei genitori di Patton e in pochi giorni registrano un demo le cui coordinate sono indubbiamente ascrivibili a quelle di band pionieristiche di San Francisco come Metallica ed Exodus. Una manciata di pezzi (potete ascoltarli qui) incisi con mezzi di fortuna che però mettono già in luce alcune caratteristiche fondamentali dei musicisti come il visionario funambolismo chitarristico di Spruance e l’incisività dei vocalizzi di Patton (sfortunatamente Dunn e il primo batterista Jed Watts sono letteralmente indistinguibili dal fruscio prodotto dalla copia della copia della copia giunta fino a noi). Ma l’aspetto forse più interessante del lavoro è che presenta il seme di quell’ironia dissacrante che sarà un’ingrediente cardine della carriera di tutti i componenti del quartetto.

“E’ una cosa divenuta abbastanza comune in seguito, quella di abbinare humour e death Metal. Ma all’epoca eravamo i primi”, ha dichiarato Spruance nel 1991. La cassettina, dal titolo “The Raging Wrath Of The Easter Bunny”, viene consegnata da Patton a “Puffy” Bordin, il batterista dei Faith No More, al termine di un terribile concerto tenuto dalla band in una pizzeria davanti a un pubblico di sei persone scoglionate incluso Patton e tre suoi amici. Il resto è storia: l’ascolto di quel demo convincerà i membri dei Faith No More a convocare il giovane Patton per l’audizione che lo farà diventare il nuovo vocalist a scapito dell’erratico Chuck Mosley. In pochissimi potevano immaginare che quella cassettina avrebbe cambiato per sempre le sorti della band e di Patton, peraltro abbastanza riluttante a entrare nel nuovo organico.

La riedizione di The Raging Wrath Of The Easter Bunny

Di sicuro nessuno avrebbe mai potuto sognarsi che quasi 35 anni dopo, gli stessi tre ex-ragazzini di Eureka avrebbero riformato i Mr. Bungle reclutando due monumenti del trash metal come Scott Ian degli Anthrax e Dave Lombardo degli Slayer riregistrando fedelmente il demo originale e rendendo finalmente giustizia ai brani. Il risultato, paradossalmente, è tutt’altro che nostalgico o datato.

La band ha un suono organico e supercompatto nel quale le chitarre sembrano mitragliatrici M60 mentre Mike Patton si produce in urla ferine (uno dei suoi infiniti talenti vocali) e Dave Lombardo picchia i tamburi come se gli dovessero dei soldi ma allo stesso tempo con la precisione di un chirurgo di Ginevra. Cambi di tempo, riff taglienti, assoli al fulmicotone: le radici delle 11 tracce che compongono il disco sono saldamente ancorate al punk metal di quattro decenni fa ma l’effetto non è quello triste di una lasagna surgelata riscaldata al microonde. The Raging Wrath Of The Easter Bunny Demo è un atto d’amore nei confronti di un genere e di un’epoca ma è anche una magniloquente e vitale cavalcata all’inferno andando contromano a 300 all’ora su una provinciale. E’ un disco moderno, vibrante, quasi più Slayer degli Slayer. Buona parte del merito si deve indubbiamente a Dave Lombardo, la cui batteria è stata appunto degli Slayer il motore propulsivo. Dotato di una capacità tecnica invidiabile che coniuga inventiva, potenza e velocità oltre i confini dell’umano (in Angel of Death, uno dei brani manifesto del gruppo losangelino, tocca tranquillamente i 210 b.pm.) Lombardo è unanimemente considerato uno dei padrini del metal e pioniere nell’uso estensivo della doppia cassa. Rolling Stone lo colloca al numero 47 della sua lista dei 100 migliori batteristi di sempre.

Le variazioni sul tema di Dave Lombardo

La sua dipartita dagli Slayer in seguito a tensioni e dispute legali è stata un duro colpo per i fan ma per Lombardo ha costituito l’opportunità di deviare dai rigidi binari di un genere fin troppo codificato ed espandere il proprio bagaglio espressivo. Dopo aver formato la band Grip inc., è il solito Mike Patton, all’indomani del crollo dei Faith No More, a chiedergli di partecipare al suo progetto di metal/grindcore avanguardista Fantomas. La collaborazione tra i due prosegue con la band hardcore Dead Cross (alla voce c’è sempre Patton). Nel frattempo Lombardo viene reclutato dalle leggende del crossover Suicidal Tendencies per una serie di tour prima di diventarne un membro effettivo. Il suo telefono squilla ancora nel 2017: i Misfits, un pezzo di storia del punk, lo chiamano per il loro reunion tour. E ora il suo stile inimitabile è al servizio dei Mr. Bungle, una delle formazioni più elusive e imprevedibili di sempre.

Nonostante il suo curriculum impressionante e lo status di culto accetta volentieri di fare una chiacchierata via zoom con il sottoscritto dalla sua casa studio di Los Angeles. Dave sembra decisamente più giovane dei suoi 55 anni e ricorda il classico zio figo perennemente con la birra in mano che incontri ai matrimoni e che ti da le lezioni di vita che un padre e una madre non potrebbero mai. Inizia raccontandomi quello che mi hanno detto tanti amici miei nell’ultimo periodo ed è quasi rassicurante sentirgli dire che non sta socializzando, non vede nessuno ed esce solo per fare la spesa. Uno di noi.

 

Dave, iniziamo con la domanda di rito. Come sei stato coinvolto nei Mr. Bungle?

Nel 2018 io ero in tour con i Dead Corss, una band hardcore che avevo formato due anni prima, chiedendo a Patton di cantare. Beh, Trevor Dunn, bassista dei Bungle era al concerto. Anche Trey Spruance, il chitarrista dei Mr. Bungle, era al concerto: la sua band Secret Chiefs 3 apriva per noi. Quindi eravamo tutti nel backstage e qualcuno propose di fare una foto: forse ero io, dato che ho alcuni degli scatti. Ci facemmo tutti una foto e Trevor, mentre scattavano, disse: “Sono forse questi i nuovi Mr. Bungle?”. Ridemmo tutti. Lì per lì non capii ma poi qualcuno mi disse che Trevor aveva una mezza idea di registrare di nuovo il demo che i Mr. Bungle avevano prodotto nel 1986. Il seme era stato piantato. Parecchi mesi dopo mandai un messaggio a Trey chiedendo se per caso volesse iniziare a lavorare sulle nuove registrazioni dei pezzi del demo, perché le tracce originali di batteria erano praticamente indistinguibili. Iniziamo a ricreare i pezzi del demo live. Patton era davvero felice, raggiante. I Bungle originali ricrearono ogni parte, ogni dettaglio e, senza neanche accorgercene, vennero subito piazzate alcune date live. Provammo 5 giorni prima della prima data , facemmo un minitour e tornammo a casa a riposare un paio di giorni. Dopodiché siamo entrati in studio, abbiamo registrato i pezzi ed ora abbiamo un album che tutti amano.

 

Questo è un disco estremamente duro, indubbiamente il più duro per i Mr. Bungle. Eppure, per la rima volta nella loro storia, sono arrivati alla prima posizione della classifica Hard Rock Albums di Bollboard e alla numero 30 della Billboard 200 All-Genre. Come te lo spieghi?

Di sicuro il metal non è mainstream, anche se ormai è molto accessibile. Nei primi anni ’80 era underground, poi grazie ai Metallica, insomma ai Big 4 (Metallica, Anthrax, Megadeth, Slayer) è stato accettato e riconosciuto come genere. Però non me lo spiego.

 

Come ti sei approcciato al materiale di The Raging Whrath of The Easter Bunny?

Dovevo attenermi ai cambi e alla struttura dei brani. Ovviamente facevo i miei rolls, i miei fills alla batteria. Ma sono stato in grado di essere me stesso. Quando senti il disco, senti che alla batteria c’è Dave Lombardo.

 

E questo mi spine a chiederti questo: nel thrash metal i batteristi pestano duro, bisogna essere veloci. Non c’è molto tempo per lo swing, per il feel, quando le chitarre sono motoseghe e il vocalist un troll di caverna. Eppure, quando uno sente un pezzo thrash a occhi chiusi, capisce se alla batteria c’è Dave Lombardo. Com’è possibile che il tuo stile sia così riconoscibile?

Hahaha be, banalmente alla batteria ho un feel tutto mio: il modo in cui colpisco i tamburi, i miei pattern… recente ho letto sui social che qualcuno ha detto che la mia riconoscibilità dipende anche dal modo in cui accordo la mia batteria. Io la accordo in un certo modo e credo che se il tecnico del suono nello studio di registrazione vale i soldi che guadagna, sarà in grado di catturare il mio sound. Ci ho messo anni a svilupparlo! Credo sia tutto una combinazione di fattori: anche le bacchette che uso e la marca di batteria: quello tra Tama e Lombardo è un legame molto forte. Tu suoni?

 

Suono forse è un termine eccessivo, diciamo che “uso” le chitarre. Oltretutto sono già tre anni che non suono in nessuna band ma questo non mi ha impedito di arrivare a possedere 18 chitarre.

hahaha eppure di mani ne hai solo due non 36 giusto?

 

Si lo so, ho un problema (ecco, l’intervista è diventata un gruppo di auto-aiuto, N.d.A.)

Hahah no no, io ti capisco. E’ come con la batteria. Io suono un pò la chitarra: ho due elettriche e un’acustica. Ognuna di loro è totalmente diversa dalle altre, il feel è diverso, la tastiera, la forma il suono. Quindi è comprensibile averne diverse. Tranquillo che ti capisco.

 

Incredibilmente la prima volta che ti vidi live non fu con gli Slayer (di cui sono sempre stato fan) ma coi Fantomas. Suonavate in un posto piccolo, il Centro Sociale Conchetta a Milano, era il 2 luglio 2000. L’italia aveva appena perso 2 a 1 contro la Francia agli Europei di calcio. Le persone presenti erano già scocciate per questo, in più si aspettavano da te le tue classiche cavalcate mortali degli Slayer, invece rimasero spiazzate dall’approccio quasi free dei brani (nessuno aveva ancora ascoltato il primo disco dei Fantomas).

I Fantomas furono una grande sfida. Una sfida che amai moltissimo, perché per me, già dopo South Of Heaven (il quarto album degli Slayer prodotto da Rick Rubin e uscito nel 1988) e il seguente tour in Europa iniziai a sentirmi inquieto nel mio guscio, nella mia comfort zone. Nel metal sentivo di aver già raggiunto l’apice e volevo aprirmi al nuovo, alla sperimentazione, volevo crescere. I Fantomas, Vivaldi: The Meeting, registrato a Mantova, non so se te lo ricordi (me lo ricordo si, era un disco assurdo: un incontro musicale basato su improvvisazioni in stile barocco tra Lombardo e un gruppo di musicisti classici di fama internazionale, profondi conoscitori della musica barocca e in particolare di Vivaldi, avvenuto a Mantova il 5, 6, 7 agosto 1998, N.d.A.) con Lorenzo Arruga, anche Dj Spooky, Grip Inc. Furono tutti il mio modo per espandere le mie conoscenze. Ho amato i Fantomas e il modo geniale in cui Mike Patton mise insieme quella band.

 

Tu e Mike Patton avete alle spalle una lunga e proficua collaborazione.

Si, lavoriamo insieme dal 1999. Diciamo che c’è un’amicizia fraterna: abbiamo una perfetta intesa sia sul palco che fuori. Quando suoniamo insieme, per me almeno, è magia. Lui usa la voce in modo molto percussivo, quasi ritmico. Per lui la voce non è solo un mezzo per veicolare melodie o parole ma un vero strumento. E sente molto la musica, nello stesso modo in cui la sento io. Non canta sulla musica: suona con noi. E io mi considero molto fortunato a poter collaborare con lui. Ogni tanto ci vediamo per improvvisare. Anche qui abbiamo lo stesso approccio all’improvvisazione.

 

Ho visto recentemente un video in cui Patton dice ad Eric Andre che inizialmente, prima di conoscere te, aveva chiesto a Igor Cavalera dei Sepultura di unirsi ai Fantomas ma dopo qualche tentativo smisero. Patton dice cosi, “perchè non ci capivamo. Con Lombardo invece ci capiamo al volo”.

Si, telepaticamente. Non so da cosa dipende, forse anche dal fatto che siamo totalmente autodidatti entrambi.

 

Ho due amici batteristi: quando ho detto loro che ti avrei intervistato hanno avuto una piccola sincope cardiaca (Lombardo ride di gusto) Avevano un paio di domande per te. Ecco la prima. Hai dei rimpianti?

Mmmm (ci pensa un attimo) non proprio perché ogni cosa che ho fatto ha contribuito a farmi stare dove sono ora. E non potrei essere più felice di dove sono ora. Sono forte fisicamente, sto ancora suonando, ho 55 anni ma mi sento come se ne avessi 30. A dire la verità mi sento meglio di quando ne avevo 30, allora ero tutto incasinato. Ora ho più fiducia nelle mie capacita, sono circondato da persone grandiose e questo è importante perché ho impiegato tantissimo tempo per eliminare la negatività dalla mia vita (sicuramente sbaglierò ma qui mi sembra di cogliere un riferimento ai suoi ex compagni negli Slayer, N.d.A.) e finalmente ci sono riuscito. Oggi mi sento pienamente appagato come musicista, come marito e padre. Penso che se avessi fatto scelte diverse nel passato non sarei qui adesso. E non ci sono solo Mr. Bungle. Ci sono i Dead Cross, da qualche anno sono un membro dei Suicidal Tendencies e sto suonando coi membri originali dei Misfits: Mike Muir, Glenn Danzig, Jerry Only, Mike Patton… queste sono leggende!

 

Per me questi sono gli Avengers!

Si hahah! Gli Avengers!

 

Seconda domanda dei miei amici batteristi: la tua carriera è un monumento alle scelte senza compromessi. In trent’anni non hai mai suonato per esempio con Ariana Grande (Lombardo ride), non che ci sia nulla di male, anzi. Però hai fatto scelte spesso controintuitive. Qual’è il criterio che usi per dire di sì?

Il tuo cuore, le tue budella, il tuo stomaco. Segui il tuo cuore, quello che ti dice. Quando Glenn Danzig mi telefonò dicendomi che i Misfits originali si riunivano per una serie di show e voleva che alla batteria ci fossi io credo di averci messo due secondi, tre, per rispondere e dirgli “si, facciamolo”! Non conoscevo la loro musica così bene quindi anche quella fu una sfida, ma sapevo che sarebbe stato molto speciale per i fan. I Misfits sono una band molto speciale, a partire dal logo. Io seguo il mio cuore (“I go with the flow”).

 

C’è stato mai un momento in cui hai deciso di mollare tutto? Tipo “basta musica, basta industria musicale, apro un microbirrificio”?

Mmm forse sì… ma non ha funzionato! La musica è semplicemente una parte troppo grande della mia vita. E’ parte della mia anima. Non potrei mai mollare, non potrei mai ritirarmi. Anzi, non mi ritirerò mai, suonerò metal e musica in generale finché il mio corpo ci riuscirà. Finora mi pare stia andando alla grande!

 

Ricordo bene quando ascoltai per la prima volta gli Slayer. Era il 1988, avevo già consumato Ride The Lightning e …And Justice For All dei Metallica che un amico della montagna mi aveva allungato. Mi sembravano dischi tostissimi. Lo stesso amico un giorno mi disse “ehi dimentica i Metallica e senti questo!” porgendomi una cassetta: era Hell Awaits degli Slayer. I Metallica non li dimenticai mi di colpo mi sembrarono i Beatles. Come fu tornare negli Slayer nel 2001 dopo il tuo primo abbandono nel 1992?

Fu come se non me ne fossi mai andato. Andava tutto alla grande, tanto che Araya disse che avermi alla batteria era come “un vecchio paio di scarpe”. Comunque anche per me i Metallica erano i Beatles e gli Slayer erano i Rolling Stones!

 

Tu hai anche lavorato alla composizione di musica per la televisione (Dark Nights: Death Metal) e il cinema (Insidious: Chapter 3). Me ne parleresti?

Beh, la tua musica dev’essere un contrappunto alle immagini, un lavoro molto stimolante. Per me è più stimolante che sedermi a scrivere un mio brano. Preferisco quasi comporre piccoli movimenti, ti lascia molta libertà. Molta più che in un brano metal dove devi avere un intro una struttura, un bridge, un cambio, la sezione dell’assolo… Lavorare con le immagini è molto stimolante perché ti spinge a chiederti cosa comunichino quelle immagini, che strumenti usare, che tempo… è un approccio ovviamente molto diverso che stare in una stanza e scrivere con una band ma ugualmente molto gratificante. Mi metto qui, nel mio studio, la mia caverna, e mi rilasso molto.

 

Un sacco di miei amici batteristi infatti ora, coi concerti fermi, stanno dando lezioni di batteria. Tu ne hai mai date?

No, non mi piace dare lezioni. Faccio qualche clinic e quello è divertente, è una specie di esibizione a cui segue una chiacchierata, ma dare lezioni? nahhh… Credo che ci siano tanti grandisiosi insegnanti di batteria la fuori, che capiscono il linguaggio della musica, la teoria… io non so il linguaggio, sono autodidatta. Non sapendo il linguaggio, non saprei come spiegarlo a degli studenti.

La teoria musicale è importante ma io non la conosco. Alla fine, Alessandro, la cosa che conta è sempre la stessa: divertirti. Io ho raggiunto l’apice della mia carriera da batterista molto presto, ho poi suonato con i Big 4 davanti a 70 mila persone, davanti a 3 mila persone con gli Slayer e, una volta lasciati gli Slayer, davanti a 25 persone con la mia nuova band. Chiedevo ai miei amici di venire a vedermi. La cosa che non è MAI cambiata però, mai, è l’elettricità, il divertimento, la carica che mi da suonare. Uno tende a dimenticarsi di quanto sia bello dopo un po che lo fa professionalmente, ma è fondamentale ricordarsi sempre di quanto sia gratificante. Perché l’industria musicale ti butterà addosso un sacco di cose negative, ostacoli, ma devi superarli pensando che stai facendo qualcosa di meraviglioso. Le cose poi succedono se fai quello che fai con passione. Non posso ancora parlarne ma l’anno prossimo uscirà un feature film, in cui io suono la batteria tutto il tempo… intendo nel film: sarà credo molto popolare perché ci sono nomi grossi. Sto aiutando una band con il loro disco e quando uscirà la gente dirà “ma che cazzo è?”. Il secondo album dei Dead Cross uscirà anche l’anno prossimo. Poi altri cartoni di Batman per i quali sto lavorando… insomma un sacco di cose piccole. Amo quello che sto facendo!

Vale sempre la regola “mai incontrare i propri eroi?”

Dave è un fiume in piena, mi racconta del suo amore per l’Italia, di come si stupisca ogni volta che nei bar gli diano una vera spremuta invece di succo d’arancia industriale nel bric, dei ristoranti e della gente super entusiasta. Noto che abbiamo superato abbondantemente la mezz’ora che concordata per l’intervista e prima di salutarlo gli dico che è bello sapere che non vale sempre la vecchia regola del “mai incontrare i propri eroi”. Lui mi risponde con un sorriso a 36 denti: “Beh, Alessandro, io sono qui proprio per cambiare quella regola!”.

 

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