Favolacce asfalta in grande stile l’estetica mucciniana. E non lascia niente allo spettatore

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22 Maggio 2020
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Damiano e Fabio D’Innocenzo, i due fratelli romani millennial che hanno stregato Berlino, sono un bene per il cinema italiano e su questo non ci piove. Favolacce, il film che li sta consacrando al pubblico di tutto il mondo, è già da molti considerato come un cult.

Il coro unanime di consensi con cui lo ha accolto la stampa mi ha convinto subito a vederlo in streaming nonostante sapessi che la versione online ha l’audio fallato. Certe battute non si capiscono proprio ed è incredibile. Non tanto perché non sia possibile che abbiano caricato una versione errata, quanto per il fatto che la notizia giri da giorni e le piattaforme di streaming non si preoccupino di sostituirla.

La recensione di Favolacce

Il film parte bene, benissimo. La prima impressione che hai è che non sia un film italiano. La fotografia è americanissima, l’ambientazione rende la periferia romana più simile al Texas di quanto ti immagini. Harmony Korine e Terrence Malick aleggiano nelle lunghe scene metafisiche (la vera parte bella del film) e nei volti strambi e inquietanti di questi bambini protagonisti.

Non amo spoilerare, ma tocca farlo. Quindi se andate avanti da ora in poi è a vostro rischio e pericolo.

Apprezzabile è la trama di Favolacce, sospesa tra tutti questi intrecci che non si toccano mai. C’è il mondo dei bambini e il mondo degli adulti e mai come in questo film, si è visto l’abisso che li divide. Questo è un altro dei pregi. Però l’abisso è troppo grande e nasconde un dolore unico. Favolacce è un film sul dolore, sulla sofferenza. 

La trama di Favolacce

La trama inizialmente sembra la storia di un piccolo gruppo di famiglie in un quartiere periferico, ma non è mai accennata, sfugge sempre. La vera trama di Favolacce è la sotto trama. Un gruppo di ragazzini, ispirati da un regista occulto (il professore di chimica, che appare tre volte in tutto il film ma è il vero Satana, un escluso a sua volta, un non amato, che condanna i bambini alla fuga metaforica dalla vita vera), vivono in mezzo a genitori che non li sanno amare, che sono brutali e disumanizzanti, privi di dolcezza.

Hanno i primi contatti con la sessualità e la scoperta ed è molto bello il modo in cui questo campo viene investigato. Molto realistico. Senti il disagio che sentivi tu a dodici anni di fronte a una bambina. Poi c’è la famiglia. E lì tutto si incasina. Da questo nasce la sofferenza. I ragazzini si svuotano, non riescono mai a opporsi all’orrore genitoriale. Sono ibridi tra adulti senza sentimenti e bambini bisognosi di una risata che non sia delirante.

L’orrore è al culmine nei loro silenzi di obbedienza e timore. C’è violenza, fisica e verbale. Gli adulti sono delle vere bestie a cui questi cuccioli sembrano non essere preparati. E invece… I piccoli si ribellano in silenzio e escogitano la vendetta. Allora cercano di costruire una bomba. Vengono sgamati. Quella bomba era per il mondo adulto, che avrebbero voluto far brillare. L’attentato fallisce. Il professore viene esiliato. I bambini criminalizzati. Allora la contromossa. Prima di lasciarli, il professore decide di portarli con sé per sempre e li manipola, insegnando loro come fare ad avvelenarsi.

La morte aleggia per tutto il film come una presenza oscena, inconciliabile con la nostra visione del mondo dell’adolescenza che è uno slancio verso la vita sempre e comunque. Finisce tutto in un suicidio in massa di ragazzini che soccombono o si liberano dagli adulti, lasciandoli con le proprie colpe tremende, soli, devastati, privati di ogni minima traccia di umanità che avevano.

Il cast di Favolacce

Elio Germano è eccelso nel rappresentare il dolore, pare nato per questo ruolo senza scampo. Tutto il cast adulto è un unicum di sofferenza. I bambini ricordano quelli dell’Invasione degli Ultracorpi, mitico film di fantascienza degli anni 50 in cui in una cittadina, gli alieni prendevano le sembianze dei bambini. Avevano i loro lineamenti, ma dentro erano malvagi.

I D’Innocenzo hanno il pregio di aver messo in scena un film veramente scomodo, disturbante, che asfalta la lirica italico-mucciniana da Mulino Bianco. Non c’è lieto fine, non c’è salvezza. I D’Innocenzo mettono in scena una tragedia e lo fanno usando un linguaggio (fotografia e regia) che più che evolversi dall’epica italiana si avvicina a quella già esplorata da Garrone e Sorrentino. I D’Innocenzo creano dei gran personaggi e muovono benissimo i loro attori. Però ecco, le parole sono importanti, così come lo sono le immagini.

Perché non rivedrei Favolacce

Io questo film l’ho visto e non lo rivedrei. Non lo consiglierei ad un amico, non credo mi rimarrà in testa come un capolavoro. Mi è sembrato più un grande esercizio di stile che altro. La totale assenza di salvezza, l’immagine finale di due fratellini che alle quattro di notte scendono in cucina e si ammazzano mi ha lasciato senza parole. Se volevano stupire i D’Ambrosio ci sono riusciti. Niente di più osceno che un suicidio di un adolescente, vero. Lieto fine o meno, mi è parso che i registi volessero a tutti i costi esagerare, andare oltre al limite. Gli stessi bambini a volte paiono forzati, poco credibili. Per carità non che sia obbligatorio essere credibili e onore al merito di chi riesce a inscenare il dolore con un film del genere. Ma da spettatore mi chiedo: cosa mi è rimasto dentro? Niente, solo la voglia di guardarmi qualcosa di diverso per controbilanciare il vuoto che mi ha lasciato Favolacce. È davvero di questo che ha bisogno il nostro cinema? Se sì, solo in parte.

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