Enrico Ruggeri lascia la Siae per Soundreef, non c’è più trippa per i monopoli

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5 Gennaio 2018
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Ruggeri lascia la Siae e passa a Soundreef. Diciamo “Amen”, “Era ora”, o “Povera Italia”?

Enrico Ruggeri lascia la Siae e urla un messaggio chiaro agli editori musicali. La Siae monopolista nell’ambito della protezione e gestione dei diritti musicali subisce un altro terremoto dopo Rovazzi, Fedez, Gigi D’Alessio e altri che sono passa a Soundreef.

I cattivi dicono che è una bella mossa di immagine a pochi giorni da Sanremo dove tornerà con i Decibel. Dice invece Ruggeri che a Soundreef ha trovato «entusiasmo, combattiva attitudine alla sfida e voglia di comunicare progetti, qualità che da sempre cerco nelle persone con le quali lavoro. Persone con un volto e una voce». Poi con un po’ di buona educazione: «Ringrazio la Siae per gli anni trascorsi e inizio una nuova avventura, con l’intento di tutelare il diritto d’autore, una importantissima battaglia culturale».

La Società Italiana Autori Editori è ancora al no comment. Ma a pochi giorni da Sanremo… i ragazzi saranno sotto shock.

Soundreef

Da Soundreef invece probabilmente staranno brindando a succo di mela e Redbull, essendo i millennial poco avvezzi allo champagne. «L’arrivo di Enrico Ruggeri è un grande onore per tutti noi» ha detto Davide D’Atri, fondatore e presidente di Soundreef, che nel 2016 ha aperto le danze con un colpaccio arruolando Fedez. «Soundreef è un’alternativa fresca. Trasparente. In Siae quattro dipendenti su dieci sono legati da parentele politiche e clientelari», ha detto Fedez  al momento del trasloco. Da allora le iscrizioni a Soundreef sono esplose. Francesco Danieli, ad di Soundreef gongola. Chi saranno i prossimi? L’invito è sempre attivo: Soundreef nasce con l’idea che dal punto di vista tecnico è sempre possibile ripartire correttamente i diritti.

Ciò che si suona si paga, insomma. Va detto che la musica, forse perché è stata la prima a vedere minacciati i diritti d’autore, ha oggi un modello di business protetto estremamente invidiabile per tutti gli altri attori nel sistema dei consumi culturali, dove sembra che non si riesca a uscire dalla gratuità. Se chi suona deve essere pagato, perché chi scrive no? Perché chi fa video no? Perché chi crea GIF geniali no? Lì siamo all’anno Zero dei diritti, pur con picchi di guadagno non indifferenti in alcuni casi. Sharing economy rulez, bellezza!

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