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Non solo Trainspotting: ci sono altri film millennial invecchiati benissimo

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28 Febbraio 2021
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Ha appena compiuto 25 anni, ma non li dimostra: “Trainspotting” rientra in quel club elitario dei film che non invecchiano mai, che diventano subito un classico e che reggono pure l’onda d’urto del sequel.

Il film diretto da Danny Boyle ha saputo catturare lo zeitgeist, il cosiddetto spirito del tempo, raccontando le imprese cialtronesche di quattro disperati dediti all’eroina più che a ogni altra cosa. Il tutto condito da uno montaggio in puro stile da videoclip – Mtv all’epoca spadroneggiava – con dialoghi e monologhi che non lasciano un attimo di respiro. Un’opera perfetta per inquadrare il mood dei millennial e accompagnarli per tutti gli anni a venire.

Trainspotting, un film nella storia dei millennial

 

«Scegliete un futuro; scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?».

Nel monologo iniziale di Mark Renton, interpretato da Ewan McGregor, c’è già tutto: l’incapacità di essere normali, la disperazione per un’inevitabile vocazione alla sconfitta, la frustrazione di una generazione che vedeva passarsi a fianco la Cool Britannia di Tony Blair sapendo di non poterne fare parte.

La colonna sonora di Trainspotting

Senza dimenticare che forse non esalteremmo così Trainspotting dopo un quarto di secolo se non fosse stato accompagnato da un’eccezionale colonna sonora. “Born Slippy” degli Underworld non è soltanto l’indimenticato sottofondo sonoro della scena finale: è un tributo allo scenario post rave d’oltremanica, uno dei primi brani elettronici capaci di effettuare il cosiddetto crossover e diventare mainstream, qualcosa che chiude un’era e ne apre un’altra. Tutt’ora un grande classico nelle dancefloor di tutto il mondo. Sia in presenza che in digitale. 

 

“Trainspotting” è un indiscusso film di culto, anche e soprattutto perché concepito nella succitata era della Cool Britannia, di Tony Blair, degli Oasis e dei Blur, quando i sudditi della Regina erano ispirati come non mai in ogni campo artistico. Tantissimi gli esempi di altre pellicole uscite in quegli anni e che meritano di essere viste o riviste. Limitiamoci ad un paio d’esempi: “Lock And Stock” e “Febbre a 90°”.

Lock & Stock, il film diretto da Guy Ritchie

“Lock & Stock” (1998) segna il debutto come regista di Guy Ritchie, l’ex marito di Madonna appena tornato alla ribalta con l’ottimo “The Gentlemen”: un film che contiene tutto quello che deve esserci per inquadrare una banda di “pazzi scatenati”, come sono definiti nel sottotitolo.

Una banda di adorabili cialtroni, in bilico tra il pulp e la comicità involontaria, dove i debuttanti Jason Statham e Vinnie Jones (l’ex calciatore tra i più violenti e cattivi nella storia del calcio) impersonano alla perfezione il ruolo di chi capisce che non ha altri sistemi se non la delinquenza – a suo modo creativa – per arrivare a quello che può vedere soltanto in televisione o al di là delle vetrine. C’è modo e modo di essere sempre dalla parte sbagliata della storia: in “Lock & Stock” si sceglie sempre il peggiore.

Febbre a 90°, un film che non parla solo di calcio

«Cioè tu vuoi dirmi che hai i biglietti per la partita e vuoi andare a vedere il libro della giungla o roba simile… mi stai prendendo in giro giusto?».
«Senti, mica dobbiamo andare a vedere l’Arsenal ogni volta che vengo a Londra… pensavo avessimo superato questa fase…»
«NOI NON SUPEREREMO MAI QUESTA FASE».

Un dialogo evergreen, che ogni millennial appassionato di calcio si è trovato ad affrontare con la fidanzata di turno, un dialogo che consegna all’eternità sia il libro che il film “Febbre a 90°” (1997), diretto da David Evans, tratto dal libro di Nick Hornby e con un riccioluto Colin Firth nel ruolo di protagonista.

È la storia di un tifoso che mette il suo Arsenal davanti a qualsiasi cosa, l’unico svago in una vita da mediano, di totale routine, al quale il calcio presenta molto spesso il sapore amaro della sconfitta ma allo stesso tempo ricorda che per tutti può esserci sempre una seconda possibilità.

Quando poi si vince il titolo all’ultimissimo istante in una partita pazzesca contro il Liverpool  – accadde nel 26 maggio 1989, con tanto di diretta televisiva su TMC, che poi sarebbe diventata La7 – tutto il resto passa in secondo piano e si ci scatena in un vero e proprio delirio collettivo, che “Febbre a 90°” racconta benissimo. Proprio vero che il calcio è la cosa più importante tra quelle meno importanti, come è solito ricordare Arrigo Sacchi, uno che conosce la forza del pallone e ogni suo lato oscuro come pochi altri al mondo.

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