I Talent Show sono arte? Come le castagne sono la NASA

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17 Ottobre 2017
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Non guardo XFactor né altri talent show ma parlo con le persone. Già, nel 2017 ancora lo faccio, e la loro visione mi sembra confusa. Non sono Mogol, né Red Ronnie, né Mengoni, né Beppe Vessicchio (magari) ma la penso come loro. Nel mare magnum della critica musicale io mi tolgo il mio sassolino rock n’ roll dalla scarpa.

I talent show sono una gara di karaoke.

I vincitori sono persone con talento canoro ma non cantautori e spesso ancora meno artisti. Sono personaggi con doti vocali, sfruttati nel giro di un anno dalle etichette che con loro si assicurano una vendita programmata per poi abbandonarli a loro stessi. Difficile è, infatti, investire su di loro per più di un album quando davanti non hai un artista da far maturare.

Morgan X è celebre per aver giudicato le prime edizioni di XFactor. Ultimamente si è espresso senza mezzi termini contro i Talent show, stratagemma delle case discografiche. Li ha definiti tomba della creatività. Non viene creato nulla di nuovo, è solo una replica, uno spettacolo da consumare, come da mercato.

“Ciò che nasce in TV muore in TV” come disse Maria De Filippi, conduttrice di Amici.

I personaggi dei talent show spesso non hanno alcun bagaglio culturale né musicale, né una  fan base. Risultato: vengono lasciati in TV e finiscono quando i riflettori si spengono, dopo aver goduto dei loro 15 minuti di celebrità. I cantanti sono persone comuni, perfetti per il gioco di immedesimazione che ricerca la massa.

Morgan conclude così: “Di musica c’è poco (…) chiunque abbia del talento (…) non faccia i talent”. Questa frase è presente anche nel ritornello di “Russel Crow” di Salmo, un tour europeo e 4 platini senza essere passato per talent show, Tv o Radio (popolari). Davvero credete che vincitore talent x possa suonare a Berlino?

La storia della musica è fatta da artisti.  Cioè da donne e uomini che, aldilà del talento canoro, hanno una personalità unica, una forza inimitabile. Non parlo di un messaggio, ma di emozioni. Fabio Fazio invita nel suo programma, Ghali, figlio di immigrati e definisce “Happy Days” come un messaggio di denuncia sociale. NO! Il pezzo si chiama Happy days! Cosa vuole denunciare? Il prezzo delle patatine al bar? Non si tratta di avere o meno un messaggio, ma di emozioni, vibrazioni, quelle che costituiscono la musica, fisicamente.

Se fossero sempre esisti i talent show non avremmo mai avuto James Brown, Bob Marley o più semplicemente De Andrè o Battisti. Musicisti e Artisti, non gente che “sa cantare”.

Gli artisti con personalità che non si fanno giudicare innocui da dietro una cattedra ma rispondono con concetti alle critiche. Nel 1970 Lucio Battisti lo faceva così.

A proposito di Lucio Battisti il suo paroliere Mogol dei talent dice: “è uno spettacolo”. E continua: “Le canzoni di livello cambiano il VALORE della cultura popolare”. Le canzoni prodotte dai talent show, quando sono originali, non aggiungono nulla, è tutta la stessa salsa diluita in un mare di cui conosciamo bene il sapore.

Beppe Vessicchio, 25 anni conduttore d’orchestra di Sanremo parla di omologazione, lo stesso stile melodico e di realizzazione.

Red Ronnie in un video molto diffuso dice che i karaoke dei talent distruggono la musica e soffocano gli artisti. Non c’è Vasco Rossi, strafatto sul palco ma personaggi innocui.

Per gli esterofili, è tutta la stessa barca, Dave Grohl (Nirvana poi Foo Fighters) afferma che i talent show stanno uccidendo una generazione di musicisti.

I talent trasformano la musica in uno sport a chi canta meglio. Ma la musica non è sport, è arte.

Il The Guardian paragona i talent ciò che viene proposto ai fast food: ti saziano sul momento, ma non fanno bene. Anzi.

Il mio messaggio si rivolge ai giovani Millennials che reputano quella dei talent musica, e magari anche arte. Se Jimi Hendrix che suona l’inno nazionale americano con le bombe a woodstock è arte, una ragazzina dalla bella voce che canta davanti a una cattedra è altro.

Concorderete con me che chi canta gli spot per i cornetti gelato non può avere lo stesso peso e valore di Chris Cornell che a un concerto organizzato della Birra Molson dichiara “Siamo qui grazie ad un produttore di birra… la Labatt”.

Sono categorie diverse, imparagonabili, non serie A e serie C, no, proprio due cose diverse. Come le castagne e la NASA, gli eschimesi e le banane. Voler negare queste differenze di valore significa “masticare e sputare” sulla tomba di Lucky Tube o semplicemente di Luigi Tenco.

Confondere i due sistemi, i due universi, rischia solo di offendere e farci sfigurare di fronte a chi, di musica, qualcosa ci capisce, come gli esempi riportati, anche se la musica non va capita, va ascoltata… quando emoziona.

 

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