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La reunion di Friends ovvero la nostalgia dei millennial

2 Giugno 2021
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Siamo una generazione di nostalgici. La reunion di Friends è la cartina di tornasole delle nostre amicizie. E di come vorremmo che non fossero.

Di recente ho finito di fare binge watching di tutte e dodici le stagioni della serie The Big Bang Theory. Mentre ero in dirittura d’arrivo ho saputo che su HBO sarebbe andata in onda la reunion di Friends.

Friends, “Che cazzata” per papà

Ho amato moltissimo Friends. Ricordo che quando ero adolescente tornavo a casa la sera apposta per vederlo verso l’ora di cena coi miei genitori, nonostante mio padre esclamasse un derisorio «Che cazzata!» per qualche battuta o gag che trovava assurde.

Friends e The Big Bang Theory hanno molto in comune. Sono due serie che raccontano l’idealizzazione dell’amicizia.

Presentano personaggi e storie improbabili sotto vari punti di vista: trentenni e quarantenni che vivono assieme, condividono passioni, amicizie e amori. Qualcuno di loro sembra avere un lavoro con uno stipendio fisso, gli altri sono precari, disoccupati, spiantati pur vivendo in graziosi appartamenti a Pasadena (L.A.) o Manhattan (N.Y.). Non rinunciano ai propri hobby, mangiano spesso fuori e non cucinano mai.

Le relazioni che contano, Friends

Quello che colpisce sono le relazioni che hanno all’interno del nucleo amicale e con le persone al di fuori di esso. Le famiglie sono meteore, colleghi, conoscenti e altri amici pure. Persone di passaggio, ininfluenti.

So che non si tratta di un documentario né tantomeno di un ritratto fedele di come vanno i rapporti umani. A ben guardarle la nostalgia sembra un elemento fondante di queste due serie TV, come se gli sceneggiatori ci avessero buttato dentro una marea di rimpianti e desideri, proiettando sui personaggi e nelle storie un ideale di amicizia ingenuo ai limiti dell’infantilismo.

Mentre guardavo TBBT ho provato quello che tanti anni prima avevo provato guardando Friends: invidia per quel modo di vivere e brama di essere in quei posti.

Mi sono trovata a voler passare la maggior tempo dentro casa. Singolare, se non fosse che è così da quasi un anno e mezzo a questa parte!

Volevo essere come Friends

Il punto è che avrei voluto essere proprio in quegli appartamenti, vivere quelle vite inverosimili. Oppure trovarmi sul divano di una caffetteria che sembrava essere sempre a disposizione per i protagonisti e il loro numericamente equilibrato gruppo di amici.
Volevo innanzitutto stare con delle persone di cui e con cui non mi sarei mai annoiata.

L’aspetto singolare è che facevo questi pensieri sdraiata sul divano mentre guardavo una puntata dietro l’altra. Talvolta con un bicchiere di vino in mano, altre con del cioccolato, altre ancora semplicemente sotto le coperte, fino ad addormentarmi.

Non ho mai condiviso l’esperienza della visione con amiche o amici, in presenza o a distanza, anzi ci sono state volte in cui ho rinviato le uscite per vedere la serie in completa solitudine.

Ho rinunciato alle mie amicizie reali per lasciarmi confortare dall’inconsistenza di amicizie televisive.

TBBT e Friends non sono odi all’amicizia, ma alla nostalgia della giovinezza, all’adolescenza, a quei periodi della vita in cui si vuole condividere tutto con quelli che abbiamo definito e magari definiamo ancora migliori amiche e amici. Almeno fino alla fine della scuola e sempre che non si vada a studiare o lavorare in posti diversi, che non ci si fidanzi con qualcuno che diventa oggetto delle nostre attenzioni o che ci si ritrovi a non avere più tanto da dirsi.

Storie adolescenziali vissute da adulti

Quelle di TBBT e Friends sono storie adolescenziali ma scritte e interpretate da adulti, meno ingenue sotto alcuni aspetti e più ingannevoli sotto altri.

Quando si passa la maggior parte del tempo con delle persone, si finisce per estraniarsi dal mondo, ci si chiude per paura di uscire dalla propria zona di comfort.

Da adolescente frequentavo un gruppo dove siamo arrivati a essere una ventina di persone. Ci vedevamo tutti i giorni dopo la scuola. D’estate andavamo al mare sempre nello stesso posto (o, meglio, alcuni del gruppo ci andavano mentre io e pochi altri lavoravamo). Quando alcuni di noi hanno iniziato a prendere la patente, il sabato andavamo a ballare.

Ovviamente ci siamo invaghiti a più riprese gli uni degli altri. Arrivò un momento in cui iniziammo anche a scopare fra noi. Dopo qualche delusione amorosa si tornava amici come prima. Alla fine delle scuole superiori molti di noi andarono via e ci rendemmo conto che tutto sommato il resto del mondo non era così male, anzi.

Una ricerca dell’ente YouGov America condotta negli USA e pubblicata nel 2019, rivelò che i millennial sono i più soli in assoluto. La situazione non è ovviamente migliorata con l’esplosione della pandemia. Molte persone della nostra generazione hanno lasciato le grandi città per ripiegare su centri più piccoli e hanno preferito cohousing e coworking per non restare sole e creare un nuovo tipo di socialità.

Magari speravano di ricreare una dimensione anche lontanamente simile a quella dei protagonisti delle serie citate. Tra finzione e realtà, quello che cerchiamo è un posto dove stare nel mondo e persone con cui stare in quel mondo. Fantasticare un po’ e sfottere i personaggi affetti dalla sindrome di Peter Pan delle nostre serie tv preferite ci fa sentire migliori, meno soli. Ci dà lo slancio per riconsiderare le nostre relazioni e – chissà – forse apprezzarle maggiormente.

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