Stranger Things 3 recensione a caldo: russi, zombie e stereotipi

Pesce Pilota
5 Luglio 2019
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Un anno e mezzo ha impiegato Netflix per lanciare fuori questa benedetta terza stagione di Stranger Things. Un lasso di tempo talmente lungo che i Millennial si stavano persino dimenticando di questi 4 Goonies dell’epoca del binge watching.

Poi un giorno, come un fulmine a ciel sereno il buon Netflix dice “Ehi fermi tutti il 4 luglio esce la terza stagione” e da lì in poi hype come se piovesse e pronostici fantozziani su come potesse essere questa terza stagione. Un megalomane ha persino riesumato Uan (sì, il cane rosa e rabbioso di Bim Bum Bam) per pubblicizzare questa terza stagione e questo Sottosopra che, già dalla seconda stagione, ci aveva iniziato a provocare una leggera nausea.

Arriva il grande giorno, 4 luglio 2019, Festa dell’indipendenza americana, nonché giorno di ferie per i binge watcher più malati per fare a gara a chi finisce prima questa fatidica terza stagione.

Inizio del primo episodio, quattro russi “giocano” in un laboratorio a estrapolare demogorgoni, mindflayer e altre bestie strane. Un Millennial “cinematografaro” sa già che, quando un regista americano inserisce uno o più personaggi russi all’interno di una pellicola, allora inevitabilmente il film sarà incentrato sulla Guerra Fredda, sul comunismo, sui tovarish e le bombe nucleari. Per l’appunto in tutta la serie vedremo falce e martello, komunisti kattivi e stereotipi simili.

I Fratelli Duffer a questo giro non si sono voluti limitare a inserire uno stereotipo non da poco del cinema americano, hanno voluto esagerare inserendone un altro: GLI ZOMBIE. Quindi dal terzo episodio iniziano a comparire queste figure particolari che ricordano vagamente gli zombie; da lì la stagione prende una vena trash ormai incolmabile.

Tuttavia non si possono negare alcune cose di questa terza stagione. In primis gli effetti speciali incredibili che probabilmente porteranno ulteriormente le serie TV ad un altro livello. La seconda particolarità è la trama che, sebbene contenesse dei noiosi e poco originali stereotipi, ti incolla al divano e ti fa dire “E adesso che ho finito questo episodio continuiamo con il prossimo” iniettando il virus del binge watching a chiunque.

Una terza stagione un po’ deludente rispetto a ciò che ci avevano mostrato i Fratelli Duffer nella prima stagione. Una cosa è certa: se ci dovesse essere una quarta stagione tutti saremo incollati a Netflix come dei dannati perché non importa la banalità dei contenuti e degli stereotipi, ma noi vogliamo ricevere quella sensazione di dover finire quella stagione in meno di 24 ore e gasarci con gli altri Millennial con la frase “Io l’ho vista in meno di 24 ore”. Intanto già ci si chiede se ci sarà la quarta serie

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