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The Liberator su Netflix, la Seconda Guerra mondiale che i boomer non vi hanno mai saputo raccontare

12 Novembre 2020
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Per una delle serie Netflix più innovative del momento, la scelta è caduta su una storia della Seconda Guerra mondiale. Ecco perché

Che cos’è The Liberator? Una miniserie ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, in Europa, tratta da una storia vera.

Quattro episodi che svelano come alcuni soldati, oltre la retorica trionfalistica americana, possano essere descritti e disegnati come eroi anticonformisti e coraggiosi.

I boomer, ovvero i figli di chi ha vissuto quella guerra, l’hanno raccontata più volte. ma questa è la prima volta che si usa l’innovativa tecnica del Trioscope Enhanced Hybrid Animation, che fonde animazione digitale 3D e attori in carne e ossa.

Trama

Dalla fine della seconda guerra mondiale nel 1945, le storie di questo dramma e la generazione di soldati che vi combatterono rimangono le più avvincenti rappresentate al cinema o in tv. Eppure rimangono storie che sono per lo più sconosciute e meritano di essere raccontate

Come questa di The Liberator, serie Netflix appena lanciata tra polemiche ed elogi monumentali. La storia è quella del tenente colonnello Felix Sparks, e del suo viaggio di 511 giorni alla guida degli uomini del 157° reggimento di fanteria della 45a divisione “Thunderbird”. Dalla Sicilia devastata dalla guerra fino al cuore oscuro del campo di concentramento di Dachau.

Creato, scritto e prodotto da Jeb Stuart (Die HardThe Fugitive) e diretto da Greg Jonkajtys (Sin CityPan’s Labyrinth), The Liberator adatta il libro del 2012 di Alex Kershaw in un live-action ibrido incentrata sul viaggio del 157° reggimento di fanteria durante il quale attraversa perdite, sconfitte e vittorie. Fino al processo morale e alla resa dei conti di Dachau il 29 aprile 1945.

Stile trioscopico

The Liberator è una serie sorprendente con uno stile visivo distintivo, un’estetica da graphic novel di prim’ordine. Ciò che distingue The Liberator da film come Waking Life e serie come Undone è l’uso di Trioscope, una nuova forma di tecnologia di animazione ibrida avanzata che fonde filmati di azione dal vivo con ambienti dipinti in 3D CGI e animazione 2D tradizionale.

Per dire qual è il livello di business potenziale, l’ex creativo di LucasFilm e Industrial Light & Magic VFX Jonkajtys e i produttori LC Crowley e Brandon Barr hanno recentemente lanciato Trioscope Studios per sviluppare ulteriori progetti.

Ma in che cosa si concretizza l’innovazione? In espressioni facciali splendidamente riprodotte, fulmini dinamici, ombre tratteggiate e splendidi effetti nebbia. The Liberator è la case history per eccellenza di Trioscope.

Il filtro colore utilizzato in tutta la serie, con le sue tracce di graffi di celluloide simulati e grana della pellicola, conferisce fascino e consistenza verace alle immagini della serie.

Ma la produzione in Trioscope non è priva di grattacapi. Dettagli come tracce di proiettili, e detriti che cadono possono risultare lenti nel migliore dei casi e poco visibili nel peggiore.

A parte queste critiche da fanatici, The Liberator è una serie divertente e impressionante, con Bradley James affascinante nei panni del tenente colonnello Sparks, idolatrato per essere tornato in servizio a seguito di una ferita quasi mortale, in aperta sfida agli ordini per il suo congedo .

«Devo qualcosa a un gruppo di uomini», scrive a sua moglie Mary prima di fare l’autostop a bordo di un B-17 da Algeri per tornare in Italia. «Uomini che, prima della guerra, probabilmente non avrei mai conosciuto, e che ora conosco quanto me stesso. Se fossi tornato a casa, non avrei potuto vivere sapendo di avere un debito con loro e di averlo ignorato».

Sparks era amato dai suoi compatrioti per il rispetto e per l’umanità, del tutto indipendente da razza o credo religioso e politico. Martin Sensmeier e Jose Miguel Vasquez sono ugualmente magnetici nei loro ruoli di sergente Coldfoot e caporale Gomez, il primo emana un’aura di potere e leadership non comune, bilanciati dalla naturale comicità del secondo.

A proposito della 45esima divisione

A parte il lungo periodo di servizio in Europa e la partecipazione ai quattro principali assalti anfibi (tra cui l’Operazione Dragoon), la 45a divisione di fanteria è stata eccezionale per il suo anticonformismo.

I 1.500 soldati nativi americani nelle sue file sono la ragione per il soprannome di Thunderbirds, dal nome del simbolo nativo americano di potere, protezione e vittoria in tempo di guerra.

Combattendo al fianco dei militari messicani americani e bianchi, la pluralità etnica del 45esimo fu una straordinaria risposta alla Germania nazista. Sebbene The Liberator non risparmi le vistose ipocrisie della storia americana.

Per esempio questo dialogo è emblematico: «Sono stato in Oklahoma, caporale, e davanti i bar hanno cartelli che dicono: ‘Non sono ammessi indiani. Niente messicani’», dice un ufficiale nazista a un soldato americano durante l’interrogatorio. «Sono stato anche in Georgia. Là fanno bere i loro negri da fontane separate, quindi non mi dica che sono americani proprio come lei».

Altre storie nella serie confermano una storiografia imparziale. Coldfoot, ad esempio è un americano Choctaw a cui è stata negata più volte la promozione sulla base della sua razza.

Il soldato Thomas Otaktay (Tatanka Means), è un sioux americano che si irrita per la tacita, anche se non intenzionale, mancanza di rispetto dei commilitoni che non lo chiamano “capo”.

Questi personaggi e molti altri costituiscono il punto cruciale della narrazione che corre parallela e al di sotto del viaggio di Sparks, quella dei perdenti e degli abbandonati. I ritenuti inferiori o irrilevanti allo sforzo bellico, che si sono rivelati cruciali per la vittoria finale degli Alleati.

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