Perché se la squadra della tua cittadina viene promossa in serie A è la guerra civile?

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12 Settembre 2017
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La squadra della tua città viene promossa in Serie A. Una figata? Per niente. La guerra civile è a un passo.

Del resto, è dai tempi dei Comuni e delle Signorie che l’Italia è profondamente divisa. Guardatevi attorno: è tutto uno scannarsi tra buonisti e razzisti, vaccinisti e antivaccinisti, politici e antipolitici, amanti dei cani o dei gatti, finti poveri, finti ricchi. Ma esiste una spaccatura ancora più profonda e insanabile nel nostro paese, forse addirittura la radice di tutte le successive intolleranze: l’odio tra appassionati e menefreghisti del calcio.

Tutti noi abbiamo assistito o partecipato a questo genere di scontri. Le tesi sono contrapposte e inconciliabili: da una parte chi vede nel calcio il fulcro del sistema democratico, dell’economia nazionale e della vita privata di ogni libero individuo. Dall’altra, chi guarda dall’alto in basso “quegli 11 + 11 analfabeti ricoperti di tatuaggi che corrono dietro a un pallone”. Il tipo di persona che alla domenica mattina scrive su Facebook qualche verso di Majakovskij, tanto per ribadire la propria superiorità intellettuale sul branco di neanderthaliani allo stadio.

Basta una scintilla per innescare l’odio, anche tra perfetti sconosciuti. Mi è capitato di assistere agli insulti di un intero bar di tifosi contro un poveretto che, senza farci caso, aveva infilato la Gazzetta dello Sport sotto una pila di settimanali. Insulti brutali, credetemi. Ma dall’altra parte non va meglio. Vedo la crudeltà negli occhi di quei genitori anticalcisti che iscrivono i figli a corsi di judo o pallamano. Mettete un freno a questa follia e ascoltate le mie parole: i vostri figli vogliono giocare a calcio con i loro amici. Guardateli in faccia, ascoltateli mentre fanno coming out, abbiate il coraggio di ammetterlo con voi stessi. È andata così, suvvia: siamo nel 2017 e dobbiamo avere una mentalità aperta. Riuscirete a superare anche questa.

Questo succede intorno a tutti noi, in tutta Italia. Ora però provate allora a immaginare cosa può capitare in una tranquilla cittadina cullata dalla Pianura Padana, Ferrara, quando dopo mezzo secolo di sfighe si ritrova catapultata in serie A. Tra le big, quelle da rivedere alla sera sulla Domenica Sportiva. Quelle che sulla Gazzetta hanno mezza pagina solo per le pagelle individuali, più il servizio. Le cui prestazioni influiscono sull’esito del Fantacalcio di migliaia di italiani, determinando chi si aggiudicherà l’ambita Skoda Fabia in palio. Nel calcio che conta, insomma. Siamo tornati.

 

La promozione della Spal

 

Una favola, un sogno a occhi aperti? Non solo. Perché il ritorno in A, a Ferrara, è anche un terremoto sociale e politico, una rivoluzione che sovverte le antiche gerarchie sociali.

Dovete sapere che per mezzo secolo il dominio locale degli anticalcisti è stato talmente netto e brutale da cancellare ogni ricordo della gloria biancazzurra, inibendo ogni speranza di rinascita. Un po’ come i primi cristiani nelle catacombe, gli spallini dovevano portare avanti la propria vera fede in segreto, mostrando al pubblico solo una blanda passione per i colori di Milan, Inter o Juventus. A Ferrara, se proprio volevi tifare una squadra dal vivo, ti toccava andare a vedere le partite di basket, quello strano sport americano dove di solito vincono i più alti. Abbiamo anche provato a farcene una ragione, imparando di malavoglia il significato di termini come ‘roster’, ‘tripla doppia’ o ‘fallo tecnico’. Eravamo quasi riusciti a capire la differenza tra ala grande e ala piccola quando, improvvisamente, ecco il miracolo. La luce in fondo al tunnel, l’illuminazione che ti fa ricordare la tua vera natura: La Spal in serie A.

In questi frangenti, i sovvertimenti sociali sono violenti e repentini. Gli antichi dominatori cercano un modo ingraziarsi il nemico e per entrare nei meccanismi del nuovo sistema, un po’ come quando, con la caduta delle antiche monarchie, gli aristocratici più sgamati si candidarono nei parlamenti. Persone che per 49 anni hanno chiesto la demolizione dello stadio in città si ritrovano in coda per fare i primi abbonamenti, imparano in fretta e furia la formazione di tre o quattro anni fa, quando la Spal viaggiava tra Serie D e C2 e potevi incontrare il centravanti mentre comprava la frutta dal pakistano. Bisogna recuperare, mostrare di averla sempre amata, di averla supportata da dietro le quinte, nelle difficoltà. ‘Loro’ non devono sapere la verità.

‘Loro’ sono, ovviamente, la categoria che oggi stringe il coltello dalla parte del manico: gli spallini veri, gli ultrà della curva, i tifosi della prima ora, superstiti di una traversata nel deserto durata 49 anni. Quarantanove anni in cui non hanno dubitato mai, nemmeno per un singolo istante, che questo giorno sarebbe arrivato. E ora vogliono vedersi riconosciuti i propri meriti.

La stretta dei veri tifosi sui nuovi sa essere molto dura. Ad esempio un nuovo tifoso non può sedersi in curva, non se quel posto è stato occupato nei 15 anni precedenti da un vero tifoso. Semplicemente perché non se lo merita. Perché lui non ha passato quello che abbiamo passato noi, dicono. Lui non era con noi sotto la pioggia, tra le gradinate dei campi di Mezzolara o Correggio, di Adria o Lendinara, a rincorrere una sesta posizione in Serie D. E allora che se ne torni a guardare il basket, l’infame.

Paolo Sollier, calcio e rivoluzione

Vi confesso di essere decisamente perplesso. Temo che questa diatriba socio-politico-antropolgica (e in ultima istanza sportiva) si trascinerà non solo per tutto il campionato di serie A, ma parecchio oltre. In caso di retrocessione, gli anticalcisti torneranno di fatto a essere anticalcisti, avvalorando le accuse di infamia che già piovono in abbondanza dall’altro schieramento. Sarebbe una rottura definitiva e insanabile. E non oso neanche immaginare le conseguenze di una permanenza in A o – esageriamo – di approdo alle coppe europee. I nuovi tifosi dovrebbero adattare la propria natura in maniera ancora più costruita e artificiosa, rendendosi ridicoli agli occhi dei vecchi dai quali già oggi sono ferocemente disprezzati. Alla prima vera sbandata della squadra, tipo un esonero dell’allenatore o l’ingaggio di Cassano, la pressione tra i due branchi della tifoseria salirebbe a un punto di non ritorno, facendo esplodere una protesta che dallo stadio si sposterebbe velocemente alle strade della città estense.

Ho provato a mettere in guardia i miei concittadini da questi rischi ma, come dicevano i saggi, nemo propheta in patria. Lascio allora queste riflessioni a voi, che forse vivete in una piccola città come la mia, che forse ha un piccolo club come la Spal che tutti danno per spacciato, che forse ha uno zoccolo duro di tifosi che ci credono, inneggiano e si fanno interminabili trasferte sotto la pioggia, in frazioni dimenticate da Dio, rinunciando al weekend di riposo e ai pranzi dalla nonna, tutte le settimane da settembre a maggio. Perché lo fanno? Quali verità hanno compreso, ignote al resto degli umani? Pensano alla squadra anche durante la settimana? Giocano anche a calcio tra di loro o vanno solo allo stadio? Non lo so. Non l’ho mai capito. Ma ricordate una cosa: presto o tardi, la vostra squadra potrà finire in Serie A e a quel punto saranno loro a comandare. Giocate d’anticipo: iniziate a imparare le formazioni, fatevi vedere allo stadio ogni tanto. Poi mi ringrazierete.

 

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