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Lo sport professionistico non ha i colori dell’arcobaleno?

26 Giugno 2021
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Tempi duri per lo sport professionistico, sommerso da debiti billionari accumulati durante la pandemia e contestato da più parti per non essere abbastanza inclusivo.

Tutto sembra accadere in base a una precisa sceneggiatura, in realtà è probabile che tante tematiche – rimosse per troppo tempo – nell’epoca dei social non possono essere più ignorate o rimandate a tempi migliori. O peggiori, dipende dai punti di vista.

Il caso colori arcobaleno del pride agli Europei

E come se tutto ciò non bastasse, gli Europei in corso stanno dimostrando una qual certa inadeguatezza della UEFA nell’affrontare le forme di protesta o di dissenso. Aver vietato che l’Allianz Arena di Monaco di Baviera fosse illuminata con i colori arcobaleno, simbolo LGBT per definizione, durante la partita Germania-Ungheria è stata una mossa poco opportuna, così come non aver chiarito se sia giusto o sbagliato inginocchiarsi prima delle partite in ossequio ai dettami del movimento Black Lives Matter dimostra a sua volta una qual certa incapacità decisionale.

Argomenti non semplici da trattare, ma forse basterebbe comportarsi da liberali autentici e applicare il sacrosanto principio della libertà di scelta, anche se questo potrebbe scontentare gli assertori del pensiero unico e del politicamente corretto. O forse sarebbe bastato lo stesso decisionismo mostrato per le bottigliette spostate dai calciatori (Ronaldo e Pogba in primis) durante le conferenze stampa.

Carl Nassib primo giocatore apertamente gay della NFL 

In realtà lo sport professionistico si sta trovando ad affrontare questioni molto più pratiche che non meramente ideologiche. È di questi giorni la notizia che ha infranto un tabù: Carl Nassib, giocatore dei Raiders Las Vegas (NFL, la lega pro di football americano) ha rivelato di essere gay con un video sul suo profilo Instagram.

Si tratta del primo atleta nella storia della NFL a fare coming out: l’omosessualità e gli sport di squadra – soprattutto quelli maschili – sono ancora agli antipodi: si auspica che questo messaggio faccia da apripista a tanti altri che non hanno avuto ancora la forza e il coraggio di dichiararsi. Facile a dirsi, assai più complicato a farsi. Basti ricordare la drammatica parabola di Justin Fashanu, il primo calciatore inglese a dichiararsi omossessuale: si suicidò impiccandosi in un garage semi-abbandonato nell’Est London a soli 37 anni.

 

Hubbard sarà il primo atleta trans nella storia dei Giochi

Sempre in questi giorni, infuriano le polemiche per il nulla osta concesso dal CIO, il Comitato Olimpico Internazionale, alla neozelandese Lauren Hubbard. 43 anni, neozelandese, la Hubbard sarà la sollevatrice di pesi più anziana in gara alle Olimpiadi di Tokio, in programma da 24 luglio al 9 agosto prossimi. Soprattutto, la Hubbard sarà il primo atleta transessuale nella storia dei Giochi.

I requisiti per partecipare sono stati tutti rispettati, in particolare quello relativo al testosterone, che deve essere sotto certi livelli nell’anno precedente la competizione alla quale si chiede di partecipare. Le altre atlete non l’hanno proprio presa benissimo, contestando la decisione in quanto i limiti di testosterone consentito sarebbero di gran lunga superiori a quelli di chi sia concepita donna.

 

Dal doping sovietico a Caster Semenya

Polemiche che partono da lontano, da molto lontano, sin dai tempi del doping di stato praticato dai paesi dell’ex blocco comunista: valga per tutti – tra le decine per non dire centinaia di esempi possibili – quello della cecoslovacca Jarmila Kratochvílová, che nel 1983 stabilì con il tempo di 1’53”28 il record del mondo negli 800 metri di atletica, primato tutt’ora imbattuto.

Nessuna atleta si è mai nemmeno avvicinata a questo record, nemmeno la sudafricana Caster Semenya, pluricampionessa olimpica e mondiale, alla quale il CIO ha imposto di ridurre il suo livello di testosterone per poter ancora gareggiare nel mezzofondo. Lei ha rifiutato ogni cura farmacologica al riguardo è si è convertita ai 5mila metri, ma con risultati assai poco incoraggianti: nonostante i numerosi tentativi, non è ancora riuscita ad ottenere il pass olimpico.

Identità di genere, doping, accuse di razzismo e rischio di tracollo finanziario sempre dietro l’angolo: no, non è decisamente un buon momento per lo sport professionistico. E non è colpa degli atleti, se non in minima parte.

 

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