Black Mirror 5 cerca di sruffianare i Millennial. Ma noi non ci caschiamo

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21 Giugno 2019
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Dopo l’infelice puntata natalizia Bandersnatch, Black Mirror è tornato su Netflix con la sua quinta stagione. Le puntate sono solo tre, e forse è una fortuna.

Dopo ben quattro stagioni gli autori non sapevano più dove pescare così hanno pensato di riesumare alcuni temi già trattati e raccontarci delle storie che puntano all’empatia, con spunti nei quali (in teoria) un Millennial si possa identificare.

Striking Vipers – primo episodio

Striking Vipers, la prima puntata, esplora il tema delle relazioni virtuali e si affaccia anche all’esplorazione, al dir vero sommaria, dell’identità di genere.

Dopo anni di lontananza Danny (Anthony Mackie) e Karl (Yahya Abdul-Mateen), coinquilini e amici da giovani, si ritrovano. La passione per il videogioco Striking Vipers, che li univa, fa sì che anche in età adulta i due si ritrovino e comincino a giocare con un modernissimo gioco.

Grazie ai progressi della tecnica nel gioco le sensazioni fisiche sono perfettamente replicate. Peccato che all’interno del gioco Karl scelga di impersonare una bellissima ragazza e ciò faccia scattare un’attrazione tra lui e l’alter ego di Danny.

Purtroppo l’indagine sui loro rapporti è risolta senza grande profondità. Le domande “il tradimento virtuale, è vero tradimento?” “Tradire la propria moglie col proprio migliore amico, che però ha le sembianze di una donna, significa essere omosessuali?” sono ignorate, a favore di un finale muto in cui Danny e la moglie si concedono reciprocamente di assecondare le proprie voglie una volta all’anno (all’interno del videogioco lui e con uno sconosciuto lei).

Smithereens – secondo episodio

Il secondo è forse il migliore episodio dei tre della stagione, salvo il fatto che tutto è molto prevedibile.

Un tassista (Andrew Scott) prende in ostaggio lo stagista di un colosso social, che assomiglia molto a Facebook, per cercare di arrivare al suo creatore. A muovere l’uomo è il rimorso per la morte della compagna e il senso di colpa per avere causato l’incidente che li aveva coinvolti, dovuto alla distrazione di una notifica sul cellulare.

Ancora una volta si parte da un tema caldo, quello dei social, per sfociare in una specie di parodia di Zuckerberg e in nessun messaggio davvero innovativo.

Rachel, Jack e Ashley Too – terzo episodio

Col terzo episodio la serie finisce per diventare una specie di teen-drama condito di fantascienza e Hannah Montana. Miley Cyrus, infatti, interpreta Ashley, una cantante tutta sorrisi e mossette, idolo delle ragazzine, tra cui anche l’altra protagonista dell’episodio, Rachel (Angourie Rice). A unire i destini delle due ragazze è la bambola Ashley too, che ai ragazzi degli anni Novanta ricorderà di sicuro Emiglio, il robottino che parlava.

Quando Ashley prova a ribellarsi alle aspettative della sua manager, questa la droga causandole un coma farmacologico, così da continuare a sfruttare la sua immagine. Sarà la bambola Ashley too, il cui processore è basato sul cervello della vera Ashley, a salvarla.

Ancora una volta gli autori hanno ripescato un’idea delle stagioni precedenti (ricordate l’assistente domotico che replicava esattamente la personalità del proprietario in Bianco natale?) e l’hanno inserita in una narrazione scorrevole ma scontata.

A questo punto però sorge una domanda: perché, vista la scarsità di idee, si prova a portare avanti la serie? Non sarebbe meglio per tutti chiuderla qua e lasciare intatto il ricordo di quelle sere in cui, dopo una puntata, lo spettatore non riusciva a dormire per l’ansia?

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