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Vi spieghiamo perché il caso Andrea Scanzi deve far scuola

23 Marzo 2021
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Vaccinandosi, Andrea Scanzi ha avuto un indubbio merito: aver reso pubblica l’esistenza di una sorta di lista pubblica dei “riservisti del vaccino” della quale sfidiamo chiunque a dichiararne la conoscenza prima che l’influencer aretino la rendesse nota alla sua platea di oltre due milioni di follower.

Vera e propria colpa grave – se accertata – quella di essersi iscritto alla categoria dei badanti familiari: se persino la sua compagna d’armi Selvaggia Lucarelli l’ha bacchettato – sempre su Facebook ça va sans dire – significa che non ci sono attenuanti.

Andrea Scanzi vs tutti

Non si scherza e non si fanno giochetti quando ci sono di mezzo parenti anziani non più autosufficienti, speriamo che non sia vero niente. Nel frattempo Scanzi paventa di lanciare querele a destra e a manca. Soprattutto a destra. Contravvenendo uno dei dogmi più celebri della sua crew editoriale di riferimento «nel mondo se vuoi minacciare qualcuno dici di far causa, in Italia è il contrario». Concetto che fa il paio con «l’innocente è un colpevole che l’ha fatta franca».

Questi i fatti, non necessariamente disgiunti dalle opinioni. Inutile esprimere ulteriori giudizi di merito, ci hanno già pensato Filippo Facci (Libero) e Guia Soncini (Linkiesta), perché scrivere altro quando esiste chi sa farlo e sa farlo al meglio? Poi ognuno sarà farsi la propria opinione in merito su uno dei millennial italiani più conosciuti dal popolo della rete, dove evidentemente “uno non vale uno”.

I social danno tanto e tanto tolgono

E non è nemmeno corretto rinfacciargli quando narrava che il virus fosse una semplice influenza, lo volevamo pensare e sperare tutti quanti, così come risulta abbastanza perfido rammentare quando ebbe un incontro ravvicinato in discoteca con Pau dei Negrita. Significa essere cattivi dentro e magari rosicare per i suoi successi che peraltro il diretto interessato non manca mai di sottolineare.

Altrettanto inutile dividersi tra ultras pro e contro Andrea Scanzi, o strumentalizzare la vicenda per radicalizzare le proprie convinzioni in merito. Di certo i social tanto danno e tanto tolgono: se agenzie di comunicazione – bestie salviniane, bestioline renziane e via postando, quando si hanno certi numeri c’è dietro una struttura che se ne occupa – e algoritmi impongono una strategia, inevitabile si scateni una reazione eguale e contraria, se non peggiore.

Come teorizzava il giornalista sportivo Aldo Biscardi, alla base del suo Processo del Lunedì calcistico c’era soltanto una regola, anzi due: bene o male, l’importante che ne se parli e mai parlare più di due/tre per volta. Più casino si fa, più si fa notare. Per che cosa, diventa un dettaglio. 

 

Il problema sul caso Andrea Sanzi è l’intermediazione

Qual è il vero problema? La vera mancanza di intermediazione, l’assenza di filtri tra quello che si pensa e quello si posta. Sia in termini sistemici che in termini personali: fin troppo facile citare Umberto Eco («con i social parola a legioni di imbecilli»), ma certo è che se prima ogni cazzata restava confinata al bar o a tavola con gli amici, adesso tutto viene amplificato worldwide in diretta.

Chi non ha mai avuto un amico sparaballe in compagnia o in chat whatsapp? Se non lo si è mai avuto, manca qualcosa di fondamentale nella formazione personale, sentimentale e professionale. Un conto è una smargiassata detta a cena dopo un paio di bicchieri di troppo, un altro conto se si scrive in maniera compulsiva una scemenza dietro l’altra. La prima volta si ride, la seconda al massimo si sorride, la terza si inizia a stare sulle scatole a tutti.

Sin quando si agisce in buona fede, per spirito goliardico o nella speranza di raccattare un like in più oltre al proprio, perché anche fidanzate e parenti si sono stancati di assecondare ego che non esistono. E siamo ancora nell’ambito dei peccati veniali. Male, molto male, malissimo, autentico peccato mortale quando certi post sono invece strumentali a raccontare quello che si vuole e a rafforzare le proprie convinzioni. Qua sussistono gli estremi per ravvisare dolo e malafede, signori giurati del web.

 

Il lavoro di Andrea Scanzi e il mancato filtro

Torniamo a Scanzi: si può non essere d’accordo su quello che scrive, ma nessuno ne può discutere la qualità di scrittura e uno stile comunque brillante. Persino funzionale al sistema quando sostiene con forza le sue convinzioni e quelle dei 5 Stelle: utile a convincersi sia sempre vero il contrario.

Data un’indiscussa preparazione in materia e una forma elegante di esplicitarla, che necessità c’è di accompagnare i suoi post con foto di Renzi con il triplo mento e di Salvini mentre trangugia tutto quello che gli capita a tiro? Tutto questo forse perché manca il medium, un’intermediazione tra quello che si pensa, quello che si scrive e quello che viene pubblicato?

Come affrontare davvero bene i social

Beato chi saprà fornire risposte e certezze in merito. Inutile fare i passatisti, rimpiangere la scomparsa nei giornali dei correttori di bozze o la sana gavetta che richiedeva tempo prima di vedere la propria firma su una testata giornalistica, dopo una serie di articoli mandati regolarmente a canestro nel cestino della spazzatura dal caporedattore, con una percentuale del 100% che Michael Jordan levati.

Non resta che sperare in una sorta di auto-regolamentazione, e sul fatto che i social comunque non perdonano: in cambio di una visibilità e di una celebrità comunque effimera, danno in cambio una reputazione permanente. E se ci si vuole appellare alla libertà di espressione costituzionalmente garantita, sempre meglio ricordare il Quinto e il Sesto Emendamento della Costituzione Americana, che si può riassumere nel cosiddetto Miranda Warning, quello esplicitato in tante serie tv e film polizieschi: «Hai il diritto di rimanere in silenzio, tutto quello che dirai potrà essere usato contro di te».

 

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