Mohammad bin Salman: chi è e cosa vuole il millennial più potente del mondo

19 novembre 2017
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Mohammad bin Salman (32 anni, detto MBS), erede al trono saudita, è forse il millennial più potente del mondo. Ma chi è esattamente? Quale sarà la sua politica? E cosa c’entra con il recente, prolungato, soggiorno di Hariri in Arabia Saudita?

Da quando suo padre, Salman bin Abdulaziz Al Saud, è diventato re nel gennaio 2015, Mohammad bin Salman è salito ai vertici del potere dell’Arabia Saudita, fino ad esserne nominato erede al trono.

L’organizzazione statale è molto particolare, il potere è concentrato nelle mani dei membri, maschi, della casa reale. Tutti godono del titolo di principe e ricoprono ruoli nell’amministrazione e nelle forze armate per diritto di nascita. E’ l’unico caso di uno stato che prende il nome dalla famiglia che lo governa (Al Saud). In termini occidentali, potremmo definire il regime come una monarchia assoluta, il paese è sostanzialmente “proprietà del re” che dispone delle cose e delle persone a suo piacimento. Lui decide il governo ed è responsabile del benessere della popolazione.

Ci si aspetta a breve anche un’abdicazione diretta a favore del figlio. Sarebbe un caso unico in quanto, secondo le usanze arabe, il potere non viene trasmesso da padre in figlio ma da fratello in fratello. In questo caso verrebbe quindi saltata una generazione e avremmo come re un millennial.

Mohammad bin Salman discende dal lato materno dalle tribù Al Ajman, il suo bisnonno era il leader Rakan bin Hithalayn. E’ una tribù molto influente, non solo in Arabia Saudita ma anche negli Emirati Arabi Uniti e in Kuwait.

 

Al contrario di molti altri principi sauditi, non ha studiato all’estero, la sua formazione è stata fatta in madrepatria.

Ha instaurato immediatamente una grande intesa con Jared Kushner, genero di Trump, anch’egli millennial (nato nel 1981). Quest’ultimo è considerato una longa manus del suocero, soprattutto per quanto riguarda il Medio Oriente. Ha, infatti, un ottimo rapporto con Netanyahu, primo ministro d’Israele, e si sta impegnando attivamente per cercare di trovare uno soluzione al conflitto israelo-.palestinese.

Ha sorpreso molto i commentatori il viaggio di Kushner a Riyad a fine ottobre. Si è trattenuto in fitti colloqui con l’“amico” Mohammad bin Salman, pare fino a notte fonda.

Dopo la sua partenza sono iniziati i colpi di scena: il governo saudita ha invitato a Ryad il primo ministro del Libano il 3 novembre. Il 4 mattina Saad Hariri ha letto in TV, proprio da Ryad, un comunicato in cui annunciava le dimissioni. Inoltre ha denunciato un piano di Hezbollah (la milizia della minoranza libanese sciita) e dell’Iran per assassinarlo.

I commenti, a seguito delle sue dichiarazioni, sono stati in massima parte di forte perplessità. I servizi di sicurezza libanese hanno negato che ci fosse un qualche progetto del genere. Il capo di Hezbollah ha replicato che al momento erano in ottimi rapporti con Hariri e stavano partecipando costruttivamente al governo. Il presidente del Libano, cristiano, Michel Aoun è stato più duro, ha denunciato il sequestro del primo ministro e ha dichiarato le dimissioni telematiche non valide. Per le due settimane successive, fino al “rilascio” di Hariri, andato a Parigi con la famiglia sabato 18, sono stati molti i politici libanesi a denunciare un complotto. Nello suo stesso partito, filo saudita, ci sono state proteste.

Saad Hariri è figlio di Rafic, ucciso nel 2005, in circostanze mai chiarite del tutto, gli accusati principali sono membri di Hezbollah, organizzazione che, da parte propria, ha sempre negato.

Ha sia la cittadinanza libanese che saudita, è leader del partito della minoranza sunnita libanese. La sua è una famiglia con grossi interessi imprenditoriali e finanziari, pare però che abbia un’esposizione debitoria forte verso i sauditi, di alcuni miliardi di dollari. Ha sempre cercato di avere una linea politica vicina a quella di Riyad.

La realtà politica libanese è molto complessa in quanto vi è una forte spaccatura tra le sue minoranze religiose. In linea di massima i sunniti sono vicini ai sauditi e agli Stati Uniti, con molti distinguo. I cristiani erano tradizionalmente più filo-occidentali e filo-istraeliani, però il conflitto del 2006 e la guerra civile siriana (con la nascita di santuari dell’Isis nel Libano stesso) hanno portato ad un allontanamento di molti dalle tradizionali posizioni. Lo stesso presidente, Michel Aoun, è stato più vicino all’omologo siriano Assad che ai ribelli filo-occidentali e jihadisti. La minoranza sciita è tradizionalmente vicina all’Iran, paese, appunto, sciita. Infine i drusi, perseguitati un po’ da tutti nella storia, hanno avuto, da sempre, delle alleanze molto fluide.

Una situazione quindi più che complessa, che richiederebbe molta diplomazia e attenzione, la scelta di invitare ed “trattenere” il premier è stata decisamente una forzatura.

Sono molti gli elementi che portano a pensare che Hariri non sapesse a cosa stesse andando incontro:

– Nelle ultime settimane, aveva cercato di creare un punto di incontro, se non di “non belligeranza”, con le istanze iraniane. Probabilmente, secondo molti, questa è stata proprio la causa della reazione dei suoi principali sponsor.

Il messaggio di dimissioni, da lui letto, suonava saudita e non libanese linguisticamente. Per cui molti hanno sostenuto che fosse stato scritto in precedenza

– Quando è riapparso è sembrato alterato ed in stato quasi confusionale.

– lo ha intervistato una giornalista libanese e, nel fuori onda, ha dimostrato che non gli si permetteva di prendere un cellulare, anzi che una persona stava controllando tutte le sue mosse.

– Il presidente francese Macron ha cercato di incontrarlo, senza successo, pare. Non ha incontrato neanche il re ma solo MBS. Per la Francia è stato un affronto.

Lo stesso Dipartimento di Stato americano ha ammesso, tra le righe, che la situazione non fosse pienamente trasparente.

Lo scopo del piano era abbastanza chiaro: far saltare il governo di unità nazionale che aveva, secondo i sauditi, una pericolosa vicinanza all’Iran. Il conflitto sciito-iranico e sunnito-saudita, sta saldando sempre di più un’inedita alleanza israelo-saudita. Ufficialmente i due paesi non hanno rapporti diplomatici ma, dietro le quinte, le relazioni sono sempre più strette per fare fronte al nemico comune. Anche la nuova amministrazione Trump vede quasi come auspicabile un confronto militare con la Repubblica Islamica. Sta anche cercando di bloccare l’accordo che era stato raggiunto dalla precedente amministrazione Obama, fumo negli occhi per il governo israeliano.

L’Arabia ha sempre avuto una forte posizione anti-iraniana ma, nel corso dell’ultimo anno, è diventata linea guida della nuova politica saudita.

D’altra parte è evidente che non avrebbe possibilità di vittoria militare in un conflitto diretto: si sono impantanati in Yemen da due anni, contro soldati per lo più senza scarpe. Figuriamoci contro un paese vero, più grande e più sviluppato economicamente e militarmente. Se però avesse alle spalle Israele il discorso sarebbe totalmente diverso. In ogni modo personalmente, non andrei a cuor leggero a fare la guerra contro un popolo che per dire “ti amo” o “ci tengo a te” dice, letteralmente, “ti mangerei il fegato”. Questo è, appunto, un affettuoso modo di dire persiano.

Comunque, per ora, il tentativo di far saltare il banco non è andato a buon fine e Saad Hariri si trova in Francia. Entro pochi giorni dovrebbe rientrare in patria e vedremo se resterà nella politica attiva o no.

Il 4 di novembre non è stato solo il giorno delle dimissioni del primo ministro, è stato anche quello in cui Mohammad bin Salman ha preso il controllo della maggior parte delle leve del potere nel paese. Per decreto reale, è stata creata una commissione di inchiesta sulla corruzione il cui capo era, appunto,Mohammad bin Salman stesso. Dopo poche ore sono iniziati gli arresti di principi, alti funzionari e imam, c’è chi dice più di 200 e chi più di 2000. Sono stati sequestrati beni, conti correnti e partecipazioni finanziarie per 800 miliardi di dollari almeno. Notizia recente è che, pare, sia stata offerta la libertà in cambio del 70% del patrimonio degli arrestati. Il più eccellente è certamente Al-Waleed bin Talal, forse il più ricco principe saudita. Noto alle cronache per essere stato uno strenuo oppositore di Trump, i suoi tweets, e le risposte di Trump, hanno fatto storia.

Sciveva Al Waleed a dicembre 2015 su Twitter: “@RealDonaldTrump sei una disgrazia non solo per il partito repubblicano ma per tutta l’America. Ritirati dalla competizione per le elezioni americane, non vincerai mai”

 

Al che Trump rispose: “ Lo sciocco (dopey) principe saudita @Alwaleed_Taal vuole controllare i politici americani coi soldi di papà. Non potrà più farlo quando io sarò eletto”

Il principe l’ha proprio messa su un piatto d’argento a Trump. Era facile, infatti, dimostrare che i principali sponsor della fondazione Clinton fossero sauditi.

Un anno dopo Al Waleed cambiò tono: “Presidente eletto @RealDonaldTrump, qualunque fossero le passate differenze, l’America ha parlato, congratulazioni e auguri per la sua presidenza”.

Ora il principe si trova agli arresti al Ritz, col patrimonio sotto sequestro.

Indubbiamente la visita di Trump in Arabia Saudita lo scorso Maggio ha prodotto un’inversione di quasi 180 gradi della politica di Riyad. Ha anche certamente garantito l’appoggio americano per il giovane Mohammad bin Salman, fortemente apprezzato per le sue posizioni anti-iraniane.

Abbiamo assistito quindi ad un totale cambio e rinnovamento delle leve del potere nel paese. Pare che sia stato anche garantito che la Aramco, la compagnia petrolifera saudita, verrà quotata a New York. Infatti l’unica preoccupazione, dichiarata su Twitter, del Presidente, il 4 di novembre, è stata quella. Lo stesso giorno ha anche totalmente appoggiato l’operato del Re.

Il fatto che a Riyad sia avvenuto un vero e proprio cambio di guardia è evidente dal commento, invece critico, di Philip Gordon, assistente speciale di Obama e coordinatore della Casa Bianca per il Medio Oriente, Nord Africa e Golfo Persico. “Se il principe della corona si aliena troppi altri principi ed altri pilastri del regime, può portare a costosi conflitti regionali e spaventa investitori stranieri. Potrebbe minare le prospettive per le stesse riforme che sta cercando di implementare.”

Volendo tirare le somme, gli obiettivi di Mohammad bin Salman del 4 novembre pare siano stati raggiunti a metà.

Per quanto riguarda il Libano, ad ora, il risultato è certamente negativo. Il paese, in massima parte, ha considerato la cosa un vero atto di guerra ed opposti schieramenti hanno solidarizzato tra loro. Tra l’altro altri personaggi ci penseranno due volte prima di accettare un invito in Arabia Saudita.

La manovra interna invece pare stia reggendo ottimamente, gli oppositori non hanno più molte sponde nell’amministrazione americana. La Russia, probabilmente, si è dichiarata neutrale, se non addirittura a favore. Il viaggio del Re a Mosca è stato fatto di recente. Forse proprio per avere anche rassicurazioni su quel fronte.

Le prospettive sono quelle di una sempre più solida alleanza saudito-israeliana, che potrebbe anche portare ad una soluzione della questione palestinese; una più forte opposizione verso l’asse sciita con possibili attacchi mirati all’interno della stessa Siria; un aumento dell’attività jihadista in quest’ultima da parte delle milizie collegate a Riyad nel sud-ovest del paese.

 

Dopo Mohammad bin Salman, LEGGI ANCHE: Politici millennial: l’alba dell’Apocalisse

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