I commentatori militanti da social sono piccoli dittatori sgrammaticati

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14 Aprile 2020
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C’è una cosa che mi fa davvero incazzare, quelli che nei commenti ai pezzi nelle riviste online, si scagliano a difesa del buon giornalismo. Anzi quelli che si indignano perché secondo loro un post non è giornalismo. Chiamano ogni cosa scritta “articolo” e si indignano se non è conforme al loro pensiero.

 

Cercano chi l’ha scritta e si scagliano contro la rivista che glielo ha permesso. “Questo non è buon giornalismo!” Ma dai! Come se quella dei giornalisti fosse una categoria dalla scrittura certificata, come se i giornalisti incarnassero il ruolo di eterni dottori della verità, il cui compito è insegnare a pensare al lettore, impillolandolo di buon giornalismo.

A dirlo sono sempre dei non giornalisti, dei lettori mediocri, spesso privi di argomenti. Lo dicono solo online, visto che di solito non comprano un giornale manco se gli punti una pistola alla tempia e si informano su Facebook. Non si abbonano a nessun quotidiano e leggono solo i titoli. I più evoluti scaricano gratuitamente e illegalmente i quotidiani dai vari gruppi Telegram che li mettono a disposizione.

Questi commentantori, i lettori, il pubblico, non riescono a concepire come possa esprimersi su una testata qualcuno che non è giornalista. E riguardo ai giornalisti veri e propri: devono essere allineati a certi canoni morali astratti e cangianti che li aggradano. 

Come si diventa giornalisti

Essere giornalisti professionisti significa appartenere a una categoria professionale con un albo, aver svolto un periodo di lavoro documentato in una redazione per apprendere il mestiere (apprendistato) e aver poi sostenuto un esame di stato. Non vuol dire essere nati nella fonte benedetta del sapere e possedere il dono della verità.

Il giornalista fa un mestiere preciso: cerca le notizie. La notizia è il suo pane. Ci sono quelli che si specializzano in cronaca nera, quelli che si intrippano con la giudiziaria, chi fa lo sport. Ma sono tutti come dei cani da tartufo orientati sulla notizia e la sua unicità, sulla sua freschezza. Il vero giornalista deve arrivare prima del collega rivale. Il giornalismo è un mestiere stupendo, investigativo, lo puoi svolgere come un detective e come un sociologo.

Poi c’è tutto il resto degli scriventi

Gente che ama usare la penna, romanzieri, poeti, saggisti o semplicemente prosatori.

Chi inneggia a una scrittura di categoria come dogma universale (quella dei giornalisti) è probabilmente lo stesso che durante le proteste dell’allora nascente Movimento 5 Stelle per abolire l’albo ha firmato a favore, poiché Grillo ricordava che siamo l’unico paese con l’albo di categoria, che l’ha istituito Mussolini. Dobbiamo smettere di torchiare gli scriventi e cominciare a responsabilizzare i lettori. Basta voler censurare Feltri perché i suoi titoli non ci piacciono. Anni fa giravate con le magliette del Manifesto e la famosa foto oltraggiosa di Ratzinger “il pastore tedesco” e oggi rompete le palle perché volete radiare Belpietro dall’albo.

Tolleriamo Travaglio o Scanzi (quest’ultimo inspiegabilmente) e condanniamo Giordano o Sallusti. E sia chiaro: non leggo Belpietro o Sallusti. Non me ne frega niente di difenderli. Ci pensano i magistrati a condannare chi diffama e io mi fido della giustizia.
Abbiamo bisogno in continuazione di credenze certe, verificate. Sono gli anni della Scienza, unica fede rimasta all’uomo occidentale per sentirsi tranquillo a bruciare le sue giornate nella compilazione di video per Tic Toc e stories su Instagram. Noi stiamo facendo delle cazzate, ma qualcuno deve mandar dritta la barra, così possiamo continuare a farle.

Non tollerate un’opinione diversa dalla vostra, volete la democrazia ma con il bavaglio, avete bisogno della morale che fa comodo a voi, vi mandate i peggio video misogini sulle chat di WhatsApp ma chiedete rigore a chi vi deve spiegare come funziona il mondo.

Appena lo fa con dei toni che non vi sono congeniali, ma che lo fanno esprimere al suo massimo, siete pronti a fare le petizioni perché venga messo a tacere.

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