Perché la trama di Everything Everywhere All at Once ha fatto impazzire Millennial e Gen-Z

18 Marzo 2023
974 Visualizzazioni

Con in mano ben 7 statuette, 336 vittorie e 691 nomination, Everything Everywhere All at Once si è confermato il film più premiato di sempre, riuscendo così a battere Il signore degli anelli: il ritorno del re.

Nonostante i numerosi riconoscimenti, sono stati in molti a rimanere perplessi di fronte a una trama estremamente bizzarra e ai limiti del nonsense. Il film ha fatto impazzire i Gen-Z, che si sono visti rappresentati in un universo (o multiverso) estremamente ironico, che però riesce a toccare temi importanti come lo scontro generazionale e le difficoltà a cui devono far fronte i figli di immigrati. Il film, scritto e diretto da Daniel Kwan e Daniel Scheinert, ha conquistato il pubblico grazie a una story-line ben costruita e un montaggio a dir poco perfetto.

Il conflitto generazionale emoziona più delle storie d’amore

Everything Everywhere All at Once entra a far parte di quello che si potrebbe definire un nuovo sotto-genere del fantasy, che ultimamente sta spopolando a Hollywood: “storie di genitori che chiedono scusa ai figli per averli traumatizzati e si rendono conto di aver sbagliato”. Si tratta di una fantasia immaginaria, qualcosa che noi Millennial abbiamo sempre sognato e mai ottenuto per le angherie subite. Una cosa talmente irreale da rendersi possibile solo in film targati Disney, come Encanto e Turning Red, che si concludono con la nonna, il primo, e la madre, il secondo, che si scusano alla fine per il loro approccio educativo un “tantino” eccessivo ed esigente. Fantascienza pura.

Anche la trama di Everything Everywhere All at Once si concentra, più che sulla necessità di salvare il multiverso, sul rapporto conflittuale madre-figlia. L’incomprensione tra le due generazioni si palesa fin dall’inizio, quando Evelyn, la protagonista, si mostra eccessivamente critica con la figlia Joy, di cui, tra l’altro, sembra non accettare l’omosessualità. Il conflitto diventerà ancora più impellente con la scoperta che Jobu Tupaki, il main villain del film, altri non è che la figlia di Evelyn proveniente dall’universo alpha, annoiata dalla mancanza di senso che ha scovato dietro alle infinite possibilità del multiverso.

Il tema dell’immigrazione: le difficoltà quotidiane di una donna cinese negli Usa

Un altro tema che traspare fin dalle prime sequenze del film è quello delle difficoltà in cui incappano coloro che si ritrovano a iniziare una nuova vita in un paese straniero. Prime fra tutte, le barriere linguistiche. Evelyn chiede alla figlia di aiutarla con la gestione delle tasse: sa che dovrà sentirsi di nuovo ripetere cose incomprensibili in una lingua di cui non ha piena padronanza, e questo le sembra un limite invalicabile.

Più spaventosa dei nemici del multiverso è Deirdre Beaubeirdre, ispettrice dell’IRS interpretata da Jamie Lee Curtis, vincitrice del premio Oscar come miglior attrice non protagonista. Evelyn è demoralizzata: invidia i suoi alter-ego che non devono avere a che fare con la lavanderia e con le tasse. Temi semplici e quasi banali, un quotidiano che affligge milioni di persone ogni giorno. Eppure, la Evelyn destinata a salvare il multiverso è proprio lei, quella che ogni giorno deve affrontare le difficoltà di una lavanderia e i dilemmi delle tasse.

Essere gentili è l’unica azione sensata

In un multiverso annichilito dalla mancanza di senso, dove ogni cosa può collassare all’interno di un semplice bagel, Waymond, il marito di Evelyn, mostra quale sia l’unico modo possibile di salvarsi dall’insensatezza: essere gentile. L’interpretazione sublime di Ke Huy Quan mostra un uomo all’apparenza banale e poco intelligente, sempre pronto a dire la cosa sbagliata o ad appiccicare occhi finti su ogni tipo di oggetto. Eppure, Waymond si mostra la perfetta controparte di Evelyn: è lui che ogni volta ottiene una proroga per sistemare i debiti della lavanderia, è lui che, mostrandosi sempre gentile, riesce a fare breccia persino nel cuore dei nemici. Il suo carattere gentile attraversa gli infiniti universi rimanendo una costante, tanto che il CEO Waymond, che sembra avere tutto, ricchezza e potere, confessa ad Evelyn: «In un’altra vita amerei gestire una lavanderia e pagare le tasse insieme a te».

Un multiverso costruito alla perfezione

Grazie alla Marvel ci siamo ormai abituati all’idea che il nostro non sia l’unico universo possibile. Il tema del multiverso è affrontato nella trama di Everything Everywhere All at Once in modo perfettamente coerente, creando anche dei mondi all’apparenza insensati, ma che trovano il loro motivo di essere nella costruzione complessiva del film. Un universo come quello in cui tutti hanno dei wurstel al posto delle dita sembra un’idea assurda e nonsense, eppure anche un mondo come questo viene inserito egregiamente nell’intreccio e utilizzato per mostrare come ogni possibile realtà abbia il suo senso di esistere.

In un multiverso sapientemente costruito, anche le scene più assurde acquisiscono senso. Il nichilismo di Jobu Tupaki si riflette nella sua totale mancanza di coerenza tra un’azione e l’altra, nel suo spingersi sempre al limite della razionalità. L’idea che per spostarsi da un’universo all’altro sia necessario compiere azioni improbabili permette di inserire momenti deliranti, contestualizzandoli alla perfezione all’interno della trama.

Infine, la profondità che si cela dietro a questa insensatezza si rivela in scene all’apparenza banali ma capaci di tenere con il fiato sospeso, come nel momento in cui Evelyn e Joy si ritrovano in un universo in cui la vita non si è sviluppata. Qui, sotto forma di sassi, le due intrattengono una conversazione all’interno di un’atmosfera densa di significato nei suoi silenzi e nella sua stessa semplicità.

Exit mobile version