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Fortnite, Tik Tok e la terza guerra mondiale: non ci siamo ancora accorti della fine dell’ennesima Utopia

The Millennialist
15 Agosto 2020
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Sentite questa: il gioco Fortnite è stato sbattuto fuori dagli app store Apple e Google. Mossa da anzianotti risentiti: l’Online Gaming vale 196 miliardi di dollari…

In nome di una futile gioia da rimbambini abbiamo accettato tutto. L’imposizione dell’obsolescenza programmata dei prodotti Apple, l’acquisizione massiva dei dati personali da parte dei social network e di Google. E poi: l’abbattimento dei posti di lavoro creata dai servizi internet, l’emarginazione delle fasce più anziane dall’uso di una tecnologia e, soprattutto, l’evasione fiscale milionaria dei Big Tech.

E oggi, che infuria la Terza Guerra mondiale a colpi di balletti su Tik Tok noi che facciamo? Niente, perché non sappiamo che cosa fare. Tutto passa sopra le nostre teste e attraverso i nostri stupidi device.

L’ultimo casus belli è l’azione di forza con cui il duopolio delle app Google e Apple ha bannato Fortnite, un videogame che ha un valore enorme per il livello di engagement che è riuscito a ottenere tra i ragazzini.

Il mercato mondiale dell’Online Gaming nel 2022 varrà 196 miliardi di dollari. Nel 2019 è arrivato a 152. Di mezzo c’è il Covid-19, un imprevisto che non tocca i campioni di Fortnite e i loro seguaci. Anche perché giocano dal divano. 

Ma perché Fortnite, Tik Tok e altri social emergenti fanno paura ai Big Tech? I motivi sono infiniti. Per il primo, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è una faccenda bancaria che nasconde l’avidità informe del capitalismo tecnologico.

Basti dire che le “microtransazioni” di denaro con le quali Fortnite guadagna passano attraverso metodi di pagamento gestiti dagli app store di Apple e Google. I quali si prendono il 30% di ogni acquisto.

Naturale che a questo punto Fortnite abbia pensato di farsi da solo il suo bancomat. Ma nulla. L’app di Fortnite in poche ore è stata sbattuta fuori dagli store. Bisogna pagare il pizzo a questi già ricchissimi feudatari di Internet.

C’è uno studioso millennial bielorusso molto letto ma poco ascoltato: si chiama Evgenij Morozov. Non è uno dei soliti barbogi nostalgici. E non è un boomer. Nato nel 1981, da almeno 10 anni tuona contro il capitalismo predatorio dei Big Tech. Tuona contro la gestione “leggera” dei dati che i governi di tutto il mondo hanno in sostanza delegato a Google, Apple, Amazon, Facebook.

Ritratto mezzobusto di Evgenij Morozov, sociologo russo di 39 anni.

Morozov ha scritto molti libri, nei quali è difficile non riconoscere la smania da predazione di quelli che lui ha battezzato I signori del silicio. E anche quando si parla di smart city è bene ricordare che, come scrive lui, il concetto non nasce dall’idea che è più facile pagare con il telefono, ma dal fatto che le smart city proteggono i dati sensibili dei propri cittadini proprio dai predatori della Silicon Valley.

I risultati dello strapotere denunciato da Morozov, anche se da poco, sono chiari a tutti. Aziende che non pagano le tasse in Italia, uccidono il commercio delle nostre città sfruttando manodopera a basso costo reclutata nelle fasce più basse della popolazione. Propongono redditi di sussistenza a giovani immigrati. E lo fanno senza rispettare le regole.

Eppure ci mettiamo a sindacare su Immuni, che, certo, non è un’app geniale e ha una grafica originale come un quadro di Teomondo Scrofalo. Ma almeno ha una funzione oggettiva, pur se basica e farraginosa. Invece di fare una riflessione sul tempo che passiamo concedendo ai Big tech l’autorizzazione a radiografare senza ritegno i nostri consumi, i nostri gusti, i nostri comportamenti e anche i nostri stati di salute e ricchezza.

Dunque perché mai queste realtà dovrebbero rinunciare a qualcosa che hanno già: immenso potere economico mondiale, monopolio e soprattutto capacità di prevedere chi saranno i ricchi di domani.

Ovvero quelli che tra Generazione Z e Alpha (i nati dopo il 2010) sembrano più furbi e sgamati nel fare i quattrini. Fortnite infatti, è un continente di ventenni astuti. Molto più abili dei millennial nel capire il concetto che le microtransazioni rappresentano il loro stipendio futuro.

I nostri figli trapestano come pazzi sugli schermi e magari molti genitori millennial vorrebbero invece vederli sgambettare nei pulcini di qualche squadra di serie A.

Vorrebbero. Ma non capiscono che proprio trapestando su videogame e app di finanza semplificate e gamificate (l’uso della navigazione basato sulle logiche del gioco anche in app di banche e istituzioni, ndr) puntano a modelli come Richard Tyler Blevins, 29 anni, in arte Ninja, lo streamer strapagato da anni come professional gamer su Fortnite, con introiti intorno a i 17 milioni di dollari all’anno (lui dice pubblicamente “solo” 10 milioni).

Il mondo avanza e ora gli ex giovanotti di Google, Page e Brin, che un tempo accusavano Bill Gates e la Microsoft di concorrenza sleale, adesso fanno lo stesso con le realtà emergenti.

Ma i signori del silicio fanno anche di peggio. E il mondo finge di non accorgersene. Hanno riportato in auge perfino la vecchia Guerra fredda. Una volta le guerre scoppiavano per “futili” motivi come sbocchi sul mare, contese su terre ricche, o rivolte di gente affamata. Oggi la scintilla può essere un video di Chiara Ferragni che balla Savage Love con il figlio Leone sul cinese Tik Tok. Perché? Perché non si può esser complici dei cattivi, ovvero i cinesi.

Dati! Dati! Dati! La quantofrenia ha preso il cervello degli yankee più della pandemia. Lo spionaggio passa da quei maledetti minuti (ore) che trascorriamo a cazzeggiare sui social network (ah, anche i game lo sono).

L’Occidente ne fa una questione di manipolazione politica attraverso la tecnologia (vedi Russia Gate). L’Asia usa la sua massa critica di utenti per sviluppare prodotti che minano quelli americani. Che miseria. Galline che azzuffano per niente. Tutto funziona a colpi di ban, tra l’altro senza i dazi.

Il pensiero debole dei millennial, nel frattempo scivola sempre più nella distopia. E si lascia a Greta e ad altre figure pilotate il fuoco sacro delle battaglie di principio.

Il lato deteriore della tecnologia, anticipato dalla letteratura cyberpunk nei 70 e 80, sta generando una parabola orwelliana. Tutti speravano nella nuova libertà portata dal web. Oggi si nutrono di serie tv distopiche alla Black Mirror.

Grazie a chi? A Netflix, altro prodotto dei Big tech. Rispetto ai tempi di George Orwell, infatti, il capitalismo predatorio ha imparato il trucchetto. E interviene a gamba tesa con raffinate tecniche di persuasione e marketing.

Netflix sta a Black Mirror come il produttore di magliette sta alla t-shirt di Che Guevara. Sei un ribelle? Fai bene! Ecco qui un bel campionario di abbigliamento da militante.

Ma questa strana rivoluzione-involuzione ha tanti fronti. Anche in Italia, peraltro. Che cos’è in effetti il partito dei 5stelle se non il prodotto andato a male della vecchia utopia blogghettara di Beppe Grillo? Un’accozzaglia insulsa di pareri discordanti, proposte poeticamente disastrose e politicamente non credibili.

Proprio come nel romanzo di Orwell, La Fattoria degli animali. Lasciamo a voi l’esercizio di stabilire a quali dei nostri governanti corrispondano Vecchio Maggiore, Palla di neve, Napoleone e Gondrano. È veramente molto facile.

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