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Vino, Play e Superlega: investimenti sicuri per i millennial

Invecchiare vini è meglio che investire nel mattone o in un vivaio di calcio.

La crisi immobiliare, la superlega e il covid hanno rilanciato un settore che oggi come mai guarda al futuro. A conti fatti, la pandemia e le sue conseguenze, hanno cancellato il 9,7% dei consumi di vino che torneranno a livelli pre-covid non prima del 2024 per i vini fermi, ed entro il 2023 per gli spumanti. Queste, almeno, le previsioni dell’Iwsr – International Wine & Spirit Reasearch sul futuro prossimo del vino.

Investire nel settore del vino

Ogni buon millennial dovrebbe guardare al settore con interesse: è il mestiere del futuro. Punto primo perché per invecchiare un buon vino servono almeno 15 anni e in passato il tempo era un lusso che non tutti potevano permettersi. In secondo luogo perché con la crescita del Pil i consumi pro-capite tra 15 anni saranno sicuramente superiori e in terzo luogo perché, in alternativa, comprare una casa o investire nel mattone è ormai roba dal ‘900.

La globalizzazione, le incertezze lavorative, ma pure le ambizioni pongono i millennial nella condizione di non volersi stabilire in un luogo per un periodo indeterminato. O semplicemente perché oggigiorno avere a che fare con mutui e affitti al ribasso rischia di far diventare un fallimento quello che vuole essere un fallimento. È un po’ come nel calcio, quando un tempo un buon settore giovanile ti garantiva una squadra competitiva in 10-15 anni.

La Superlega realtà

Prima o poi la Superlega diventerà realtà e allora addio Atalanta o agli ultimi romantici del calcio. Mi ci metto pure io tra i romantici, ma del bel calcio. Di vedere 9 partite su 10 dall’esito scontato o dal pathos insignificante, mi sono sinceramente stufato quando so che dall’altra parte dell’oceano esiste l’NBA. Grande invidia per gli amanti del basket, noi calciofili da serie A spesso dobbiamo assistere a Crotone-Benevento, Parma-Spezia o roba così, con buona pace dei tifosi che festeggiano nel migliore delle ipotesi una salvezza.

Coltivare un vivaio di calciatori è oneroso, richiede tempo e non è detto che qualcuno compri i migliori talenti prima ancora del loro esordio in campo. Avere una cantina di vini, oggi, offre sinceramente più garanzie. Perché non c’è la smania di avere subito il frutto del raccolto indispensabile per vivere.

La vita si è allungata e coi vaccini lo farà ancora di più, il reddito medio permette comunque di vivere in un paese occidentale senza avere i morsi della fame. Anche perché, non facciamo i furbi, non siamo più a inizio ‘900 quando povertà era non avere pasti caldi per più giorni (mia madre e mia zia ne sapevano qualcosa e sono nate dopo la guerra).

Oggi, pur non vivendo nella bambagia, ognuno nella peggiore delle ipotesi può tirare a campare e investire in una cantina che a 40 anni, se oggi ne hai 20, ti potrà dare grandi soddisfazioni.  In ogni caso, per i prossimi anni, secondo l’Iwsr ci saranno dei trend dominanti, che poi altro non sono che il consolidamento di questioni già ben radicate nel mercato del vino, e di fenomeni accelerati dalla pandemia.

Vino e calcio

Come tutto quello che è digitale ed e-ecommerce, che ha calamitato investimenti importantissimi che lasciano pensare ad un ulteriore sviluppo nel medio lungo termine. Se il vino rappresenta il 14% del mercato totale degli alcolici – sottolinea l’Iwrs – nell’on-line la sua market share sale al 40%. Più vino per tutti e meno calciatori fatti in casa, come dimostra il Paris Saint Germain che Neymar o Mbappe li ha comprati fatti e finiti, mica se li è coltivati in casa.

Ma per digerire certi costi servono infrastrutture all’altezza. L’unica via futuribile è la Superlega con buona pace di chi si guarda serie A, B e C e che sfido abbiano meno di 25 anni. La generazione nata con la play in mano non aspetta altro che vedere l’NBA del calcio e invecchiare vini nella cantina di casa.

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