Il calcio ha un problema con l’omosessualità o sono solo le persone a essere ignoranti? Il caso Jankto fa discutere

11 Luglio 2023
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Jakub Jankto ha fatto coming out e sarà il primo giocatore dichiaratamente omosessuale a giocare in serie A. Risale a febbraio 2023 il video postato su Instagram il calciatore ha raccontato di essere omosessuale e di non volersi più nascondere, come invece il mondo del calcio tende a fare, specialmente se si tratta di orientamento sessuale. Il caso è diventato mediatico e il ministro dello Sport Andrea Abodi non ha di certo migliorato la situazione…anzi.

«Voglio vivere la mia vita liberamente. Senza paura. Senza pregiudizi. Senza violenza. Ma con amore. Sono omosessuale e non voglio più nascondermi»: con queste parole Jakub Jankto, calciatore 27enne centrocampista dello Sparta Praga e della nazionale della Repubblica Ceca, ha fatto coming out a febbraio 2023. Inutile dire che il video di Jankto abbia colpito non poco il pubblico, pronto ad appoggiarlo e a mostrargli tutta la sua solidarietà e tutto il suo affetto. «Per noi non cambia nulla. Vivi la tua vita, Jankto», aveva scritto la federcalcio della Repubblica Ceca subito dopo la dichiarazione del calciatore, mentre lo Sparta Praga si è mostrato vicino a Jankto, invitandolo a vivere la sua vita senza pensare ad altro.

Una reazione normale, una reazione umana, quella che tutti e tutte ci aspetteremmo, ma il mondo del calcio questo spesso se lo dimentica. Ai tempi del video, infatti, la risonanza mediatica era stata enorme: tutti i giornali ne avevano parlato, i telegiornali se ne occuparono in prima pagina e i social, ovviamente, avevano diffuso il video a macchia d’olio. Ma perché tutta questa risonanza mediatica? Perché “fa strano”, perché “non è cosa comune“, un po’ come quando si sente nominare la parola “sindaca” o “architetta”. Non ce le aspettiamo certe dichiarazioni, non siamo pronti a sentirle dire pubblicamente, non è l’abitudine dei giorni, specie nel calcio.

Il motivo di questa non-abitudine, però, è molto semplice: l’omosessualità nel calcio è sempre stata (ed è anche oggi, benché si faccia finta di niente) un grandissimo, enorme, tabù.

«Non sono omofobo ma…»: il ministro dello Sport Andrea Abodi prima la dice, poi la peggiora anche

Jakub Jankto torna in Italia e sarà il Cagliari ad accoglierlo in squadra. Il centrocampista, però, non è stato “salutato” come si deve dal ministro dello Sport Andrea Abodi, immediatamente finito nel polverone polemico. Abodi, infatti, avrebbe commentato il ritorno di Jankto attraverso parole non proprio positive:

Se devo essere sincero non amo, in generale, le ostentazioni, ma le scelte individuali vanno rispettate per come vengono prese e per quelle che sono.

La dichiarazione del ministro dello Sport non è di certo passata inosservata, specialmente per l’uso della parola “ostentazione“, che come sappiamo si riferisce a un atteggiamento attuato per farsi notare, un’esagerazione intenzionale, riguardante ovviamente anche i sentimenti. Abodi indirettamente avrebbe dunque giudicato il coming out di Jankto come ostentato, ma essendosi reso conto delle reazioni generate, avrebbe poi cercato di rattoppare la situazione arrampicandosi un po’ sugli specchi. Il ministro non si definisce omofobo e per lui le ostentazioni di cui parla non sono riferite al calciatore in prima persona, bensì al Pride:

Mi riferivo al Pride e vorrei che si tenessero ben distinti questi due argomenti. Siamo in democrazia. Il Pride deve essere quello che gli organizzatori decidono che sia ma mi auguro di poter esprimere un sentimento nei confronti di certi eccessi estetici. Se gli organizzatori ritengono che questi eccessi possano trovare posto nei Pride mi va bene ma non mi si può togliere la possibilità di dire che alcune ostentazioni sono eccessive, è il mio pensiero.

Il pensiero di Abodi è libero, ma fa acqua da tutte le parti: non sono omofobo ma…, un grande classico quando si parla di discriminazioni. La scelta delle parole è fondamentale, specialmente quando si fanno dichiarazioni pubbliche. La poca sensibilità del ministro ci ha dimostrato che l’inconsapevolezza su certi temi, anche da parte del Governo (soprattutto da parte del Governo), sia ancora troppo marcata. Veramente Abodi non è a conoscenza delle discriminazioni a cui quotidianamente sono esposte le persone della comunità LGBTQIA+? Jakub Jankto, tra l’altro, ne fa parte, quindi la gravità è doppia.

A che cosa servono le scuse in questi casi? A proteggersi la faccia o a riconoscere veramente di averla fatta fuori dal vaso? Abodi dice che si deve a tutti il rispetto per l’identità e vorrebbe mille coming out, ma nessuno ormai gli crede più.

Calcio vs. omosessualità: lo stereotipo è vecchio ma persiste

Il mondo del calcio vive l’omosessualità come un tabù insormontabile. Se giochi a calcio, non puoi dire di essere gay: è questa la prima regola se vuoi sopravvivere. C’è un motivo se i casi di coming out nel calcio si contano quasi nelle dita di una mano e quando avvengono creano scompiglio. È come se sopra le teste dei giocatori aleggiasse quotidianamente una spada di Damocle minacciosa, pronta a farli cadere come pedine di un gioco tossico tutto sbagliato.

Il cliché è sempre lo stesso: un calciatore non può essere omosessuale, o perderebbe tutta la sua virilità di macho muscoloso. Che calciatore puoi mai essere se ti piacciono altri uomini? Che fine fa l’immagine dello sportivo circondato da donne perfette? Il maschio Alfa per eccellenza indossa una divisa da calcio, ha la tartaruga, esulta spesso e volentieri con gesti sessuali (questo non è ostentare?), non piange manco per sbaglio e deve sempre e comunque mostrarsi indistruttibile.

Essere omosessuali e giocare a calcio non fa dei calciatori delle persone meno degne di quella professione, allora perché continuare a nascondersi? Un calciatore omosessuale è pur sempre un uomo, può avere la tartaruga, può essere muscoloso, può andare in palestra ed essere un grande professionista in campo. L’omosessualità non c’entra niente con il calcio, così come non c’entra niente con l’idea di virilità. Jankto è meno virile dei suoi compagni di squadra? È una minaccia? No, quindi il problema non dovrebbe proprio porsi.

Gli stereotipi non aiutano mai, la sincerità dell’essere sé stessi sì.

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