Karl Lagerfeld è morto: prepariamoci al più grande attacco di flatulenza editoriale

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19 Febbraio 2019
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Una lunghissima cerimonia degli addii, densa di coccodrilli e cronistorie: perché Karl Lagerfeld morto scatena i peggiori istinti di tutto il polveroso mondo modaiolo

Prepariamoci: tumulto sui social, caccia alla foto-santino di Karl Lagerfeld morto a un’età variabile tra gli 81 e gli 86 anni (non lo sa nemmeno Wikipedia). Della serie, mi si nota di più se lo posto grasso o magro, con la barba o senza, con la gattina Choupette o no?

L’accadimento ineluttabile mostra ancora una volta a tutti noi che non esiste immortalità. Nemmeno per Karl Lagerfeld, raro esempio di umano trasformato in statuina molti anni prima del decesso. Ma mostra anche che tutti noi necessitiamo di lasciti.

E allora ecco l’importanza del coccodrillo. Per chi non lo sapesse il coccodrillo (detto anche cocco) in gergo giornalistico è un articolo celebrativo e spesso saturo di rimpianto e compiacimento (la parola nasce appunto dalle “lacrime di coccodrillo”), per un famoso che se ne va.

Ce ne sono di vari tipi, di coccodrilli.  Ecco quelli che ci inonderanno nei prossimi giorni per Karl Lagerfeld morto.

IL COCCO COLTO

La moda da sempre si nobilita con la cultura. E anche se Karletto fin da giovane pensava al suo negozio e non troppo alla scuola («Io mi annoiavo perciò mi licenziai e provai a ritornare a scuola, ma qui non studiavo, quindi ho passato per lo più due anni sulle spiagge – suppongo di aver studiato la vita in questo modo») leggerete che Karl Lagerfeld si destreggiava come il barone rosso nel cielo, in una vasta gamma di saperi, dai Nibelunghi a Zaha Hadid.

IL COCCO ANIMALISTA/ANIMALIER

Sarebbe a dire animalista, più che altro. Perché la vicenda della gattina Choupette, consolatrice ultima di una senescenza lucida, non può non colpire al cuore. A pochi minuti dalla notizia il profilo instagram di Choupette (132k follower) era gonfio di emoticon lacrimogeni.

Il cocco animalier sarà il preferito delle tipiche gattare della moda, quelle che, per intenderci, nutrono il proprio gatto a Tonno Consorcio. Non pare vi siano molte altre tracce di passioni animaliste feroci: non era vegano, non metteva like alle iniziative di Brigitte Bardot.

Amava l’animalier sottoforma di pelle, nera. Tanto da farsi nominare “uno di noi” dal sito degli industriali della conceria per la frase: «Abbracciamo la pelliccia, non mi piacciono i nazivegani». Ma dopo aver nominato Choupette erede universale, Karl Lagerfeld entra di fatto nell’Empireo dei bestiola-dipendenti.

IL COCCO SOVRANISTA e ANTI SOVRANISTA

Argomento spinosissimo: come trattare il Karl Lagerfeld morto in relazione alle idee politiche del Karl Lagerfeld vivo? In Italia argomento tabùissimo, vietato anche soltanto chiedersi se l’ispirazione e la passione Lagerfeldiana per un vestire marziale derivasse dai fasti di una belligeranza tedesca anni Trenta.

I sovranisti lo rivendicano come un grande tedesco nazionalista che ebbe a dire che aveva i crauti al posto del cuore e una disciplina ferrea (del resto se Coco Chanel era una spia nazista…), gli antisovranisti sostengono che Karl Lagerfeld era uno di loro dai tempi in cui John Galliano urlò «Amo Hitler» in un pub facendolo infuriare. Ma poi ha detto che la Merkel era nazi e antisemita perché faceva entrare troppi migranti: «Non puoi far entrare tanti nemici degli ebrei dopo aver ucciso milioni di ebrei». Insomma ne leggeremo delle belle. A quando il falsi diari di Karl?

IL COCCO AGIOGRAFICO

Beh di questi faremo il pieno: noi millennial di Karl Lagerfeld abbiamo due ricordi. Uno sbiadito, un eccentrico grasso e uno recente, un simpatico scheletro canuto che sembrava un cartone animato (e in effetti lo è diventato). Il processo di deificazione non lo abbiamo mai veramente ben capito.

Ma per fortuna ora ci sono loro, i maitre a penser della moda che ci danno grandi lezioni, un po’ scopiazzando wikipedia (vabbé quello lo facciamo anche noi) un po’ aggiungendo ricordi consfusi di quella volta che…

Leggiamoli tutti a partire da questo. E poi ridiamoci sopra, perché sono solo flatulenze editoriali. Che servono a farci capire perché Karl Lagerfeld aveva scelto di amare e farsi amare solo da un gatto.

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