Analisi generazionale sull’occupazione: luci per gen X e boomer, ombre per la Gen Z. Così dice l’Istat

31 Maggio 2024
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Ultracinquantenni con casa, stipendi alti, vita sociale attiva, mentre i venti-trentenni con stipendi bassi e contratti di lavoro deboli.

A inizio 2023, i giovani italiani tra i diciotto e i trentaquattro anni erano poco più di 10,3 milioni, il 17,5 per cento della popolazione, due milioni in meno rispetto al 2004. Una riserva indiana calata di quasi il ventitré per cento in vent’anni, che ci fa classificare all’ultimo posto in un’Europa che pure sta invecchiando a ritmi sostenuti. Con l’aggravante, però, che da noi non solo i giovani sono pochi ma stanno anche sempre peggio. Mentre gli ultracinquantenni hanno case, stipendi più alti, una vita sociale attiva e vivono sempre meglio il passaggio verso l’età anziana che si sposta sempre più in avanti, i venti-trentenni continuano a collezionare stipendi più bassi, contratti di lavoro deboli ed escono sempre più tardi dalle mura di casa dei genitori.

(Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Linkiesta del 15 maggio 2024)

È la fotografia che arriva dal Rapporto annuale dell’Istat sulla situazione del Paese, un tomo di oltre duecento pagine che analizza l’economia italiana, i cambiamenti del lavoro, le condizioni e la qualità della vita. E l’elefante nella stanza è sempre lì: l’invecchiamento demografico e la questione giovanile. «Essere giovani, adulti o anziani non risponde più soltanto a fattori di ordine biologico e anagrafico», scrive l’Istat. «I tempi e i modi con cui si passa dall’età giovanile a quella adulta e da questa all’età anziana dipendono dalle condizioni economiche e dagli stili di vita».

L’allungamento dei percorsi di studio ha posticipato l’ingresso sul mercato del lavoro dei giovani, sempre meno numerosi a causa del continuo calo delle nascite. Mentre le folte generazioni ormai adulte dei baby boomer, con titoli di studio via via più elevati, permangono più a lungo nel mercato del lavoro grazie alle riforme del sistema pensionistico.

Il mercato del lavoro in cui giovani e anziani convivono, però, è spaccato in due. E di certo va meglio per i secondi.

Partiamo dai numeri. L’aumento di posti di lavoro tra il 2004 e il 2023, pari a 1 milione 279mila occupati in più, è la sintesi di un calo di oltre due milioni di occupati tra i giovani di 15-34 anni e di un milione tra i 35 e i 49 anni, più che compensato dall’aumento di 4 milioni e mezzo di occupati di oltre cinquant’anni. Il tasso di occupazione per i 50-64enni in vent’anni è passato dal 42,3 al 63,4 per cento, aumentato soprattutto tra le donne. Mentre tra i 15-24enni è sceso di sette punti al 20,4 per cento.

Certo, conta il fatto che i più giovani entrano nel mercato più tardi e i più anziani ci restano più a lungo. E conta il calo delle nascite. Ma c’è un dato che salta all’occhio. Scrive l’Istat che «la forza lavoro occupata risulta invecchiata più velocemente della popolazione: rispetto al 2004, la quota di giovani tra 15 e 34 anni tra gli occupati è diminuita più che nella popolazione (-11,5 punti rispetto a -6,3 punti) e l’opposto è avvenuto tra gli ultracinquantenni: +16,6 contro +5,3 punti per i 50-64enni, e +1,6 contro +4,7 punti per i 65-89enni».

La bassa produttività italiana sicuramente passa anche da qui. Basta fare un confronto con le altre grandi economie europee. Tra il 2019 e il 2023 il tasso di occupazione in Italia (+2,4 punti percentuali) è cresciuto più che in Germania (+1,7 punti), Francia (+2 punti) e Spagna (+2,1 punti). Tuttavia, rimane inferiore di ben 15,9 punti rispetto al tasso di occupazione tedesco, ma anche rispetto a Francia e Spagna (-6,9 e -3,9 punti). E il divario con la Germania è evidente soprattutto in corrispondenza dell’occupazione giovanile, con una differenza di ben 30,5 punti percentuali.

La differenza generazionale non riguarda solo i numeri, ma anche la qualità del lavoro.

Uno dei tratti distintivi degli ultimi vent’anni è stata la crescita dei dipendenti a tempo determinato, interrotta solo nelle fasi di crisi come quella della pandemia. I lavoratori con contratti a termine sono infatti i primi a perdere il posto all’inizio di un periodo di crisi e ad aumentare con la successiva ripresa. Nel 2023 i dipendenti a termine erano quasi 3 milioni, circa un milione in più rispetto al 2004, aumentati dal 18,9 al 33,4 per cento nella fascia 15-34 anni. Mentre gli ultracinquantenni – figli di un mercato in cui la prassi era il contratto stabile – in vent’anni sono passati dal 6 all’8,2 per cento.

Dal 2023, poi, si registra un primo calo del lavoro a termine, in favore dei contratti stabili. Ma – scrive l’Istat – «il lavoro a tempo indeterminato, che tra il 2004 e il 2023 è cresciuto di 1 milione 373mila unità (+9,7 per cento), è aumentato solo tra gli occupati ultracinquantenni». Soprattutto al Nord e al Centro Italia, ma molto meno al Sud. La metà dei giovani continua a essere impiegato con contratti a termine, spesso discontinui e spesso part-time. Con un’alta incidenza del tempo parziale involontario. Ovvero: vorrebbero lavorare di più, ma non ci riescono. Soprattutto se donne. Con inevitabili ricadute sui redditi.

Se in media il potere d’acquisto degli italiani negli ultimi vent’anni è diminuito del 4,5 per cento mentre in Germania cresceva del 5,7 per cento, questa condizione di vulnerabilità economica interessa soprattutto i più giovani. Guardando i dati Istat, si vede che la povertà assoluta individuale diminuisce al crescere dell’età. Sono le famiglie più giovani a essere esposte al disagio economico, anche quando lavorano. Circa tre quarti di chi aveva tra i 25 e i 29 anni nel 2022 ha ricevuto stipendi sotto la soglia della retribuzione annuale.

Poco meno del quaranta per cento di questi è riuscito a fare un salto avanti, raggiungendo retribuzioni più alte, soprattutto grazie all’incremento dell’intensità dei rapporti di lavoro. Il restante 60 per cento permane invece in una condizione di disagio economico. Non è un caso che la quota di giovani tra 18 e 34 anni che vivono con i genitori è cresciuta di otto punti percentuali dal 2002, arrivando al 67,4 per cento nel 2022. Con una ulteriore spaccatura: più è alto il titolo di studio e il reddito delle famiglie di provenienza, minore è la probabilità di essere in condizioni di disagio economico.

Eppure giovani italiani studiano di più rispetto al passato. Ma non a sufficienza per raggiungere i livelli dei coetanei europei. Negli ultimi vent’anni, i diplomati sono saliti all’85,1 per cento. Tra i 25-34enni, la percentuale di giovani con un titolo universitario è aumentata dal 12,2 al 29,2 per cento. Ma il ritardo con la media Ue27 – passata, per i giovani laureati, dal 23,1 al 42 per cento – è addirittura cresciuto. Il livello complessivo di istruzione della popolazione tra i 25 e i 34 anni resta mediamente inferiore rispetto alle principali economie europee, sia per effetto di una percentuale ancora elevata di giovani con la sola licenza media (ventidue per cento), sia per la scarsa diffusione dei titoli universitari di ciclo breve.

E il risultato è che, nonostante siano sempre di meno, è proprio tra i giovani che si concentra gran parte della forza lavoro non utilizzata di disoccupati e inattivi, quelli che non studiano, non lavorano e un’occupazione non la cercano nemmeno. Le donne in questo bacino sono oltre la metà, i giovani più del trentanove per cento.

È qui che sta il grande buco italiano. Quella riserva indiana delle nuove generazioni che continuano a rimpicciolirsi, solo in parte rinfoltite dai flussi migratori, restano anche sottoutilizzate nella forza lavoro attiva. Con zone del Paese, come le aree interne e quelle del Sud, che già oggi sperimentato più di tutte gli effetti del declino demografico, tra scarsa natalità e immigrazione in uscita verso il Nord o all’estero. Il Mezzogiorno – soprattutto nei contesti rurali – «è, attualmente, la punta avanzata di una riduzione dei giovani inedita per l’Italia. Queste tendenze demografiche si associano a un percorso più lungo e complicato verso l’età adulta, a partire dalla dilatazione delle transizioni familiari: l’uscita dalla casa dei genitori; la formazione di una famiglia propria; la genitorialità», scrive l’Istat.

Un disequilibrio che, dicono dall’istituto di statistica, poggia le sue speranze solo sui flussi migratori stranieri. Tra i rifugiati ucraini arrivati dopo l’invasione russa del 2022 e l’aumento delle regolarizzazioni nei decreti flussi, ci si potrebbe aspettare un rimbalzo della natalità nei prossimi anni. Il che sarebbe una boccata d’ossigeno soprattutto per i conti pubblici italiani, sempre più sbilanciati sulle pensioni, visto che gli over-65 sono più di quattoridici milioni, di cui la metà di settantacinque anni e oltre.

Anche perché l’Italia resta tra i Paesi più longevi al mondo. E i nuovi anziani, per fortuna, sono meno anziani di prima. Molti italiani, pur avanti con l’età, continuano a partecipare alla vita sociale, economica, politica e culturale. E tutti gli indicatori sulla qualità della vita, per gli over-65, sono positivi: lo stato di salute è migliorato, usano Internet più di prima, praticano più sport, leggono, fanno volontariato, partecipano alla vita politica. Invecchiano bene in una società che invecchia – dice l’Istat. Peccato non poter dire lo stesso per i giovani.

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