Come diventare designer e sentirsi fighi solo durante la Design Pride al Salone del Mobile

20 aprile 2018
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Che cos’è un designer? «Eravamo quelli che gli altri compagni di scuola definivano inetti e per questo motivo, da un giorno all’altro, ci siamo improvvisati creativi. Trasferendoci a Milano abbiamo ottenuto la nostra rivalsa grazie al Salone del Mobile, meglio detto la Settimana Santa dei designer»

La Design Pride di Milano è l’occasione per tanti giovani di festeggiare e divertirsi assieme e far capire ai milanesotti cosa significa essere un designer durante la settimana del Salone del Mobile.

Scegliere di diventare un designer, vuol dire sostanzialmente scegliere di vivere una vita di merda e non capire la differenza tra la notte e il giorno a causa dell’ insonnia. Anche se riesci ad addormentarti la tua mente continuerà a sognare Photoshop e lo scontorno minuzioso con i canali.

Nonostante la vita del designer faccia schifo e corriamo giornalmente il rischio di diventare dei tossicodipendenti, il sorriso stampato sulle labbra non ci manca, perché infondo abbiamo scelto di inseguire il nostro sogno e di realizzarlo. Evviva! Che gioia! Ci ripetiamo nella testa.

La realtà purtroppo è un’altra: i designer sono coloro che al liceo erano scarsi in quasi tutte le materie. Non brillavano in matematica, nei temi di italiano arrivavano a fatica alla sufficienza, scienze e chimica erano interessanti solo perché si usavano quelle fialette dalla forma particolare, educazione fisica era la scusa per fumarsi le canne dietro la palestra.

In poche parole eravamo quelli che gli altri compagni definivano inetti e per questo motivo, da un giorno all’altro, ci siamo improvvisati creativi. Trasferendoci a Milano abbiamo ottenuto la nostra rivalsa grazie al Salone del Mobile, detto la Settimana Santa dei designer.

Durante il salone del mobile, noi designer ci sentiamo speciali, delle vere e proprie limited edition.  La verità è che dopo mesi passati a creare cose sotto la tirannia di clienti insoddisfatti o in una stanzetta buia illuminati dalla luce fredda del computer o in un loft che dovrebbe essere una fucina di idee ma in realtà è una fucina di sporcizia, carta strappata e birre vuote sul pavimento, si esce finalmente alla luce del sole e come per magia tutta la città è interessata al tuo lavoro, ti applaude e ti rispetta, senza sapere nemmeno bene il perché.

Nessuno capisce veramente il design, ve lo giuro, nemmeno i designer stessi lo capiscono e tanto meno i milanesi che usano questo pretesto mondano per sfondarsi di tartine e cocktail gratis e fare Instagram Story super cool sotto l’ installazione di quel designer fighissimo di cui non ricordano il nome.

Altri, invece, confondono il Salone del Mobile con la gita domenicale all’Ikea e guardando, ad esempio, l’installazione sull’aria di Panasonic a Brera, si chiedono come potrebbe stare quel pallone di 20 metri riempito d’aria nel loro giardino di casa: «È davvero bellissimo, sensazionale, ma quindi? non ho capito come posso arredare casa mia con un oggetto del genere».

«Ma che caz** stai dicendo», risponderebbe il designer mettendo le mani al collo alla povera vittima. Per fortuna è troppo impegnato a scattare foto a qualunque cosa esistente nello spazio circostante, anche il tombino in strada che è lì da 50 anni a questa parte diventa una forma di ispirazione durante il Salone.

Un’altra caratteristica che contraddistingue la Design Week è il bel tempo, un sole caldo che illumina e riscalda la città nel suo periodo migliore e porta le ragazze a scoprirsi e ondeggiare per le strade con gonne svolazzanti e mini short.  Il designer che, come abbiamo detto esce di casa solo in questo periodo dell’anno, riscopre la voglia di vivere e ritorna a provare emozione per il gentil sesso. Il bisogno di accoppiarsi con forme di vita inanimate che vanno dal semplice computer al carrello Boby fino allo spremiagrumi Starck passa temporaneamente, smetterà di cantare La donna è mobile sotto la doccia. 

Finita la Design Week tornerà nel suo tugurio, anche detto loft open space, e continuerà a sposare il suo lavoro.

Insomma il mestiere del designer è complicato, porta gioie e soddisfazioni ma forse non abbastanza comparate allo stress, alla tensione fisica e soprattutto psicologica che proviamo… Ma ve lo dico, nulla potrà mai scalfire il nostro ego smisurato, ci sentiremo sempre migliori di tutti gli altri.

«Lo sai, tuo cugino Marco è diventato neurochirurgo».

«Quindi? Io l’altro giorno ho renderizzato dei bicchieri di cristallo, è stato assurdo, nessuno sa che sbattimento è ricreare perfettamente l’effetto della trasparenza». E così via.

Ieri c’è stata la Design Pride, prova tangibile che non siamo solo bravi a occupare sedie, divani e living room ma anche la città.

Siamo partiti da Castello Sforzesco e ballando per le strade siamo arrivati a piazza Affari. Lì abbiamo continuato a festeggiare, sotto L.O.V.E, il famoso dito medio al centro della piazza opera di Maurizio Cattelan designer star italiano.

Con quest’opera si rivolge direttamente ai finanzieri e agli economisti, dicendo tra le righe: «Faremo anche degli oggetti brutti e spesso non funzionali ma per fortuna fare il designer fa fico, quindi anche cazzeggiando riusciamo a fare una paccata di soldi immeritati proprio come voi».

Testimonianza raccolta da Consuelo Crespi

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