La demotivazione al lavoro dei millennial dipende da un capo ossessionato dai quattrini

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6 Agosto 2019
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Una ricerca abbastanza seria dice che la demotivazione al lavoro è conseguenza di un pessimo rapporto tra boss e dipendenti millennial

Non capita spesso che uno studio di psicologia delle organizzazioni a tema demotivazione al lavoro, superi la cartina di tornasole di Reddit, generando quasi 4.000 commenti e circa 78.000 voti positivi. Ma questo è proprio ciò che è appena successo.

Tutti si sono identificati nei risultati della ricerca e hanno cominciato a condividere ciò che li accomunava ai soggetti intervistati: brutte esperienze con i boss e con il loro scarso interesse per il concetto stesso di demotivazione al lavoro.

Pubblicato dalla rivista Human Relations, questo studio conferma l’idea di molti millennial che i capi troppo focalizzati sui profitti o sulla gestione dei budget, finiscono per perdere il rispetto dei loro dipendenti.

Criticano la generazione Y perché vuole uffici confortevoli con una cucina o le famosissime poltrone a sacco, e non vedono che questi dipendenti sono proprio coloro che decidono se si raggiungeranno o meno gli obiettivi aziendali. Perché la loro forma di protesta passiva diventerà ridurre al minimo il loro impegno.

Tra gli autori della ricerca c’è il professore della Baylor University Matt Quade: il suo staff definisce la mentalità di fondo come un pensiero unidimensionale che persegue un risultato a rischio in quanto non calcola bene le priorità.

Sono parole difficili ma in fin dei conti abbiamo capito di cosa si tratta: una spasmodica ricerca del profitto immediato che dimentica o sottovaluta l’organizzazione del lavoro.

È un problema di capacità decisionale. Si guarda al breve termine invece che concentrarsi sul migliorare l’organizzazione sul lungo termine.

Chi ha avuto capi che oggi stima sa che sono capi che hanno saputo fare un progetto su di noi, che si sono preoccupati di vedere un percorso della durata di anni non di mesi o settimane.

In questo ci sta dentro un po’ tutto, dalla creazione di un ambiente armonioso alla volontà di creare le opportunità per migliorarsi in competenza e autorevolezza rispettando le regole e l’etica professionale.

Oggi se guardiamo all’Italia questo tema non solo è poco frequentato, ma è totalmente ignorato. Fin dallo stage, presa per il culo fantasmagorica, si capisce che sei stato reclutato per rimpiazzare qualcuno che prima era pagato.

Qualcuno il cui lavoro ha perso valore anche perché se un novellino che lavora gratis può fare tutto senza esperienza, ogni ambizione di crescita perde di significato.

Inutile girarci intorno: se la demotivazione lavorativa si nutre di questo appiattimento è perché sempre più spesso i manager e i capi non rispettano più deleghe e gerarchie sotto di loro.

Con il risultato boomerang che saranno proprio gli apicali a stressarsi di più mentre i dipendenti tireranno il freno a mano.

Non riuscire a creare una squadra nella quale ognuno ha il suo ruolo e si merita il rispetto di tutti è la bestemmia degli uffici moderni italiani.

Come sempre, più si formalizzano concetti come mobbing, mancanza di delega e demansionamenti, più i manager ricorrono a mezzucci squallidi per aggirare le regole.

Le grandi aziende multinazionali pensano che una formazione di base dei capi sui rischi di questo atteggiamento serva a migliorare. Invece è percepito come un ostacolo in più al lavoro del manager che vuole far bella figura portando a casa risultati economici degni di nota.

Questa modalità di comando però, come dimostra la ricerca, ha un costo economico molto alto per le aziende. Che si ritrovano ad avere staff poco produttivi e capi ansiosi e insicuri. Il tutto mentre i responsabili delle risorse umane si sentono impotenti. E finiscono per passare il tempo a gestire tagli di persone da loro stessi assunte ma considerate incapaci dai loro capi.

Nella ricerca il campione è qualitativo, il che significa che sono poche persone (in questo caso 866) a essere intervistate. Ma anche che queste interviste vanno in profondità e fanno uscire i nodi emotivi su temi della convivenza in squadra.

Così poi si isolano alcune risposte ricorrenti. Tra le quali è emersa soprattutto la seguente: il mio capo si preoccupa più dei profitti che del benessere dei suoi dipendenti. Nel complesso, il team di studiosi ha scoperto che i capi degli intervistati hanno creato relazioni di bassa qualità con loro. Da qui la demotivazione al lavoro e il conseguente “sciopero bianco” della produttività.

Quade spera che la ricerca faccia capire ai capi che la percezione dei punti di vista dei dipendenti è fondativa: «È davvero l’unica realtà con la quale un buon capo deve confrontarsi. Invece spesso ci si concentra su ciò che c’è da fare e non su come farlo coinvolgendo le persone».

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