Più donne nelle STEM: tornano le borse di studio per universitarie in sette atenei italiani
In Italia le iscrizioni femminili all’università superano quelle maschili, ma quando si parla di STEM – scienze, tecnologia, ingegneria e matematica – il divario di genere resta evidente. È dentro questo squilibrio che si inserisce l’ottava edizione di Women in Innovation, programma di borse di studio rivolto a studentesse iscritte a corsi tecnico-scientifici in sette università italiane.
L’iniziativa, attiva dal 2018, ha sostenuto finora 33 giovani, offrendo alle vincitrici una borsa di studio da 6.000 euro all’anno per tre anni e un percorso di mentorship individuale con una manager dell’azienda promotrice. Per l’edizione 2026, i bandi sono aperti presso: Università degli Studi di Cagliari, Università di Catania, Politecnico di Milano, Università degli Studi di Napoli Federico II, Università degli Studi di Palermo, Università di Roma Tor Vergata, Politecnico di Torino.
Le modalità di candidatura e le scadenze sono consultabili sui siti ufficiali dei singoli atenei.
Il nodo strutturale: perché sostenere i percorsi STEM al femminile
Il punto non è solo economico. Se da un lato 6.000 euro l’anno possono rappresentare un aiuto concreto per sostenere tasse, materiali e costo della vita universitaria, dall’altro il tema centrale resta culturale.
Secondo diversi studi europei, il divario di genere nelle discipline STEM si costruisce molto prima dell’università: stereotipi, mancanza di role model femminili e un orientamento scolastico ancora poco inclusivo incidono sulle scelte delle ragazze già durante le scuole superiori. Il risultato è che in corsi come ingegneria informatica, data science o alcune branche dell’ingegneria industriale, la presenza femminile rimane minoritaria.
Programmi come questo cercano di intervenire almeno su due leve:
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Sostegno economico, per ridurre barriere materiali.
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Mentorship, per offrire modelli professionali e networking in un settore dove le donne faticano ancora a trovare rappresentanza.
Formazione e aziende
Il programma rientra in un piano più ampio promosso da Amazon, che punta a formare 200.000 studenti e studentesse in ambito STEM in Italia entro il 2026, coinvolgendo scuole, università e percorsi professionalizzanti.
Questo tipo di iniziative apre però anche una riflessione più ampia: quanto deve essere il settore privato a colmare un gap che ha radici sistemiche? Le borse di studio aziendali rappresentano un’opportunità concreta per chi le riceve, ma non sostituiscono politiche pubbliche strutturali su orientamento, welfare studentesco e accesso equo alle carriere scientifiche.
Allo stesso tempo, il coinvolgimento diretto delle imprese nei percorsi formativi risponde a un’esigenza reale: il mercato del lavoro tecnico-scientifico richiede competenze sempre più specializzate e una connessione più stretta tra università e mondo produttivo.
Un segnale per le nuove generazioni
Otto edizioni e 33 beneficiarie sono numeri significativi, ma ancora piccoli rispetto alla platea nazionale. La sfida, oggi, è trasformare queste esperienze in un effetto moltiplicatore: più studentesse che scelgono percorsi STEM, più laureate che restano nel settore, più donne in ruoli tecnici e decisionali.
Per la generazione millennial e Gen Z, il tema non è solo l’accesso all’istruzione, ma la possibilità di costruire carriere sostenibili in ambienti inclusivi. Le borse di studio possono essere un primo passo. Il cambiamento culturale, però, richiede uno sforzo molto più ampio e condiviso.
