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SkillDoers, la start-up che unisce due generazioni. Intervista ai fondatori

16 Dicembre 2021
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Due generazioni a confronto che hanno sviluppato un’idea comune.

SkillDoers è una start-up che lavora nel campo della formazione continua sulle soft skills, un luogo digitale in cui attivarsi e farsi ispirare, ma anche un network di relazioni e incontro. Nata dall’intuizione di Stefano Saladino e del figlio Michele di 22 anni, che durante il lockdown hanno dato vita a Rinascita Digitale, SkillDoers trova una sua nuova identità e connotazione.

SkillDoers è accessibilità, non solo in termini di fruizione dei contenuti, ma porta anche una differente idea di formazione, democratica attraverso modalità subscription (simile a quella Netflix). Può essere un’occasione di approfondimento rara, che può aiutare a riflettere prima di investire sull’ennesimo master e chiedersi: è davvero quello un argomento utile e interessante per me? SkillDoers offre gli strumenti per fare una riflessione più completa e al contempo migliorare le proprie capacità soft.

Ho intervistato Stefano e Michele in un botta e risposta fatto di scambi e risate, un gioco di squadra nella vita e nel lavoro da cui emerge grande stima del punto di vista dell’altro, in un rapporto in cui le diversità diventano nuove opportunità.

 

Come è nata l’idea di SkillDoers e quali spunti avete raccolto ciascuno dal punto di vista dell’altro?

M: Ci siamo messi in gioco per capire i bisogni attuali delle persone sui quali lavorare. Partivamo con il terreno di Rinascita Digitale che ci ha portati a individuare l’importanza del mindset e delle soft skills utili a crescere come persone e professionisti. Come farlo? Da lì è nata SkillDoers.

S: Il confronto tra generazioni apre delle viste differenti, un diverso approccio all’informazione e alla fruizione di contenuti, il modo in cui si utilizza uno stesso strumento si modifica da una generazione all’altra e dal mio punto di vista anche lo YouTuber, più lontano dalla mia generazione, dopo una prima lettura può offrire spunti interessanti.

 

Qual è il background di Stefano che SkillDoers porta con sé? 

M: Stefano è la persona che razionalizza le mie idee. Dalla visione iniziale cerca un equilibrio tra fattibilità, utilità e creatività.

S: Rinascita Digitale nasce da una suggestione di Michele che mi ha fatto vedere un concerto live h24, con una logica di produzione dal basso durante il lockdown, il fatto di avermelo evidenziato ha innescato in me un processo creativo. Dopo 30 anni di lavoro nel mondo della creatività ho la capacità di disgregare lo stimolo e riproporlo in un contesto diverso. L’esperienza ti porta a saper reinterpretare modelli e impiegarli in nuove situazioni.

 

Stefano, il rapporto tra te e Michele è anche quello di un padre con un figlio contemporanei, in un dialogo mediato da diverse componenti, tra cui la distanza di Michele che adesso si trova per studi ad Edimburgo. Come gestisci questo dualismo e quali nuovi elementi si inseriscono nel contesto della tua figura paterna? 

S: Un legame forte che subisce le fasi del tempo, il tutto in un progetto che si sta articolando, in un contesto di start-up, con la dimensione della distanza. C’è una grande complessità da gestire che però diventa elemento di forte interesse. In un sistema complesso anche il fuso orario di un’ora può diventare un problema. Il rapporto si complica perché si infittisce di relazioni esterne con gli altri collaboratori. C’è il discorso della perdita di centralità, o meglio di dispersione della centralità. Subentrano poi elementi di conflittualità naturali insiti nel processo di crescita, da un lato la voglia di affermazione di chi si deve rendere indipendente, dall’altro la posizione di una persone con più esperienza pregressa.

 

Parliamo di nuove generazioni. Se dovessi immaginarti scenari futuri nell’ambito della formazione continua sulle soft skills, SkillDoers dove si colloca e perché?

M: SkillDoers è un progetto che abbiamo fatto crescere. Fin dall’inizio, con Rinascita Digitale, l’intento è stato quello di dare supporto alle persone in un momento difficile, dove la relazione mancava, così come l’ispirazione. SkillDoers nasce in questa cornice ed è per me un contesto in cui le persone possono cogliere nuove intuizioni e dove i giovani hanno la possibilità, anche economica, di accedere a contenuti formativi.

S: Questa è la forma di attivismo di Michele, un attivismo che sviluppa conoscenza, un modello di fare positivo.

 

Per la generazione Z in particolare la formazione è un mix tra disponibilità di conoscenza, linearità dei contenuti con il loro mondo e linguaggio adattivo. L’autorevolezza della formazione formale viene meno quando loro stessi diventano fonti informative riconosciute e ascoltate attraverso i social. Come si sta muovendo SkillDoers per aprire un dialogo con questa generazione?

S: L’accesso a internet, la rete, il digitale offre una conoscenza potenzialmente infinita, distribuita e diffusa. Per questo la generazione Z, nonostante si trovi in una fase di skilling, non sente ancora il bisogno di formarsi formalmente. Il fatto che Michele sia dentro il progetto può essere un bel ponte verso le nuove generazioni. In questo preciso momento non c’è una leva che parla alle nuove generazione. SkillDoers è appena nata, ma si è data degli obiettivi sul tema: portare in piattaforma giovani che fanno formazione. Stiamo lavorando per creare punti di innesto, chi invece è già entrato in SkillDoers ha superato gli ancoraggi mentali che ne possono ostacolare l’ingresso.

 

Stefano, qualche settimana un articolo uscito sul Sole 24 Ore ha presentato un nuovo trend in ambito HR. Si chiama Yolo Approach, la tendenza delle nuove generazioni a cercare nuove occupazioni dopo la pandemia. Un movimento nato in negli Stati Uniti che sta sempre più trovando spazio in Italia. Cosa ne pensi e come secondo te un’azienda può essere attrattiva per i giovani?

S: C’è un fraintendimento di fondo, ovvero il legame persona-impresa-attività. Svincolarsi da questo permette di avvicinarsi al valore della persona, il legame valoriale è il primo elemento. Il secondo afferisce alla persona e al suo valore indipendentemente dalla mansione che occupa. Uscire dalla dimensione di un percorso di carriera lineare e avere un’attenzione costante alle aspirazioni della persone è fondamentale. Se credo in quella persona a prescindere dal ruolo che ricopre, le do la possibilità trovare una nuova strada nell’organizzazione in cui possa sentirsi bene ed essere motivata.

 

Michele tu stai sperimentando il lavoro da remoto, oggi ti trovi ad Edimburgo. Come stai vivendo questa distanza?

M: Determinate cose le si possono fare, ma altre meno. Per me dipende anche in che tipo di azienda ti trovi e che struttura organizzativa adotta. L’esperienza di lavoro da remoto è differente se il contesto di lavoro è completamente remotizzato e le persone lavorano da diverse parti del mondo, oppure se il team si trova in un luogo mentre tu sei fisicamente e ti senti esterno a loro. Questa seconda strada è più complessa perché ci sono dinamiche in cui per natura strutturale e organizzativa non puoi entrare.

 

Stefano, dall’altra parte, cosa pensi dell’ibridazione del lavoro?

S: Da remoto secondo me mancano degli elementi di crescita che sono la condivisione con altre persone, il team, la chiacchera informale. La perdita di tempo è un elemento che genera gruppo e da remoto è complessa da gestire. Il lavoro da remoto totale mi sembra da operai dell’epoca moderna, persone a cui sono date delle mansioni e devono dare delle risposte. Sicuramente il lavoro in presenza è più dispersivo. Io preferisco la dispersione perché c’è un umanizzazione del lavoro, scambio e crescita. La domanda è: tutto quello che viene definito “formazione informale”, che fine fa in cui contesto totalmente delocalizzato e remotizzato? Grande punto interrogativo.

 

Cari millennial, Stefano ci lascia con una domanda a cui noi siamo chiamati a dare risposta. Mettiamoci in tasca questo prezioso dialogo generazionale, senza lasciarci sfuggire l’opportunità di dare nuove risposte sul tema. Continuiamo a viaggiare, a chiedere libertà e autonomia, ma non dimentichiamoci di chi c’è dall’altra parte, del suo percorso ed esperienza, di quanto si possa fare insieme… Perché no, a volte anche dallo stesso luogo.

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