Morire di Selfie: la storia del fotografo che decomponeva la gente

23 settembre 2018
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Morire di selfie. Racconto su un fotografo che si è suicidato per immolarsi alla suprema arte dei Millennial.

Giorgio era molto risoluto ed era un fotografo. Quando, prima di scattare un ritratto, diceva “ricomponiti”, i soggetti  – cantanti di provincia, coppie di anziani, attori di emittenti locali – subito si pettinavano il ciuffo e si sistemavano la cravatta.

Un giorno, dopo una robusta canna di erba, stava scattando nel suo studio una sposina, per sbaglio disse “decomponiti”, e quella si dissolse in una fumata bianca. Lo sfondo azzurro che immortalò, appena increspato dall’alone della donna che si decomponeva, gli piacque molto. Da allora prese a decomporre le persone in piazze affollate, spiagge e campagne. Divenne famoso e Sette gli dedicò una copertina. Sempre lo sfondo infinito, indifferente e vuoto se non per quell’aura semitrasparente. “Ecco che cosa siamo”, andava dicendo a critici ed estimatori delle sue mostre – chiamate Ecce Homo – con tono ora cinico, ora rassegnato.

Poi arrivò la moda dei selfie e Giorgio, che era uomo tanto coerente quanto attento alle nuove tendenze, non seppe resistere. Così, in un bel ristorante sul mare specializzato in paella valenciana, andò in bagno, si pettinò, si spalmò perfino sulla faccia un campione di crema idratante e, ritornato sulla terrazza con i tavoli imbanditi, mise fine con le sua stessa mano destra alla propria brillante carriera.

 

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