«Siamo tutte contro il catcalling… Consapevoli sì, incazzate no»

Caterina Moretti 19 Luglio 2021
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Sulla polemica riguardo Del Bufalo…

L’attrice Diana Del Bufalo, forse un po’ ingenuamente (o forse no) riaccende la polemica ormai incartapecorita che riguarda il catcalling e, più in generale,  cose raccapriccianti e umilianti a cui moltissime donne vengono sottoposte quotidianamente.

In una storia di Instagram l’attrice riaccende il dibattito sulle molestie verbali in pubblico. «Sono una delle pochissime donne a cui piace il catcalling»… Ed è subito polemica.  Si scatena infatti una valanga di commenti e critiche, da parte di donne, uomini, madri, padri, attori e attrici, influencer e conduttori tv. Tutti contro Diana Del Bufalo.

L’attrice prosegue poi con un video, a detta di molti simpatico, dove spiega che appunto, il catcalling la diverte perché «sono uscita così, senza trucco, e voi mi dite che sono bella, bona… Siete falsi».

Premesso che il catcalling viene fatto a chiunque da chiunque, ovvero non è necessario essere delle “bonazze” per ricevere dei chiari approcci sessuali da uomini e ragazzi, c’è comunque da dire che Diana Del Bufalo non fa ridere.

D’altronde il sarcasmo fa ridere se basato su una realtà quantomeno parziale e, dunque, vi assicuriamo che gli uomini catcaller non sono affatto falsi, sono semplicemente arrivisti che sanno benissimo cosa dire per far sentire la propria voce.

Non è da escludere che infatti una persona pensi davvero che la ragazza X  sia una bonazza, anche con i capelli a scodella e le croc ai piedi. Non è nel suo interesse in quel momento risultare falso. Ha bisogno di risultare interessante e non ha idea di come si cattura la curiosità altrui. Quindi ti apostrofa e ti umilia in mezzo alla strada.

Se poi ti avvicini e gli chiedi di ripetere quanto appena detto, sghignazza e se ne va, con la coda fra le gambe come un cucciolo non ancora svezzato. Questo, il 90% delle volte. In ogni caso non vi avvicinate davvero, non sia mai che un uomo pensi sul serio di avervi avvicinate urlandovi in mezzo alla via. Non vi avvicinate a nessuno che usa un approccio così mediocre. Voi siete belle e di classe, lasciate perdere.

Non siamo in grado di accettare le opinioni contro corrente

Se la massa corre in una direzione, corri anche tu, altrimenti vieni schiacciato. E magari pure insultato. Oggi come oggi, sui social, vieni proprio linciato. Se è poi una donna a pensarla in maniera diversa dal resto degli account, è un susseguirsi di insulti, minacce, ritorsioni e magari anche mobbing. Insomma, non siamo più liberi di dire qualcosa se non è conforme all’opinione pubblica. La fine del libero arbitrio comincia qui.

Al tempo stesso, inizia l’angoscia del “merdone mediatico“. Che cos’è? Si tratta della tendenza raccapricciante del mondo del web di scagliarsi contro il primo pensiero diverso dalla massa, e zittirlo in tutti i modi possibili. A Diana Del Bufalo, come a tantissime altre donne, sono arrivate minacce di morte. Per un video “divertente”. Il tutto poi sconfina in minacce fisiche, irruzioni nel domicilio privato, stalkeraggio pesante. Vi suono come una novità? Naturalmente no.

Va contro tutto quello in cui crediamo. Che si sia arrivati al punto di aver paura di dire il proprio pensiero, per quanto scomodo, è davvero la goccia che fa traboccare il vaso dell’insofferenza. La cosa drammatica è il concept di base a cui si fa riferimento: “ha detto una cosa che non mi piace, merita tutto il peggio che posso offrire“.
Detta così, nessuno si vorrà riconoscere in questa frase. Eppure, un’abbondante fetta dei profili social sono oggi usati proprio per scaricare sull’opinione altrui la propria frustrazione.

E questa cosa, per noi, è proprio una malattia. Una malattia di cui ancora non conosciamo la cura, ma della quale ci è invece molto ben chiara la causa: pensarla come tutti gli altri è più semplice e meno rischioso. Ci fa sentire uniti, e si smette di sentirsi responsabili per quanto detto. Questo, a noi, fa davvero paura.

Tutto quello che credono di fare quando fanno catcalling

Non vogliamo sembrare la scienza infusa dell’intellettualità maschile, ma siamo ancora piuttosto convinti che il catcalling sia fatto, quasi sempre, da individui di sesso maschile dai 12 ai 95 anni. Unisce tutti, bassi, alti, magri, grassi, rossi, biondi, brufolosi, modelli, muratori, family banker, disoccupati, ragazzini e uomini adulti.

Nell’ipotesi più sterile, pensano di farti realmente piacere. Pensano che ci sia una lusinga da cogliere, un apprezzamento davvero immancabile, un’acconsentita sottomissione al linguaggio altrui. Per farla semplice, credono che il catcalling non sia altro che qualche complimento ben assestato in pubblico, e che non può davvero nuocere.

Nell’ipotesi più grave, è l’unico modo che hanno per interagire con il sesso che gli interessa e quindi si dotano dell’equipaggiamento necessario. Sguardo vacuo, mani in tasca, volto perennemente girato verso il lato b di qualche ragazza. Sono i soggetti che intimidiscono di più, quelli da cui sentiamo di doverci proteggere perché il loro giudizio scenderà imperioso e decreterà il grado di apprezzabilità del nostro corpo.

Ma davvero? Ma davvero qualcuna si sente minacciata da questi soggetti? Probabilmente sì, e come tale va protetta. Non esiste né in cielo né in terra che qualcuno si senta attaccato prima dal catcalling e poi da tutti quelli che dicono «è solo un fischio, è solo un commento, lascia perdere e alza il dito medio».

La nostra filosofia è quella, difatti, ma rimane profondamente ingiusto che l’accettazione rimanga l’unico metodo per ovviare al problema. Se un “apprezzamento” non è gradito, che glielo si faccia capire.

Abbiamo diritto a vivere la quotidianità senza essere abbordate dalla qualunque. E se ancora questo diritto non riusciamo a farlo valere, è perché viviamo in una società ego riferita ed estremamente rappresa nell’idea valore estetico come unico valore trasmissibile. Per le donne essere belle è proprio un dato richiesto, da secoli.

Gli uomini invece, in particolar modo quelli che fanno catcalling, hanno tutti una pancia immensa. Sarà mica che il body-shaming o il catcalling sono atteggiamenti profondamente insignificanti e misogini?

Catcalling o tentativo di gentile approccio?

Bisogna dire, senza cercare di porsi sopra il pensiero altrui, che c’è una gran confusione oggi su che cosa sia effettivamente il catcalling. Prima di scatenare l’ira di chi ci legge, vogliamo sottolineare che c’è una rimarcata differenza fra il catcalling e un timido approccio. Ci spieghiamo meglio.

Viene definito catcalling tutto quel calderone di frasi, urli, fischi e schiamazzi fatti con il preciso intendo di attirare l’attenzione della persona in questione. Parliamo di vere e proprie molestie verbali, dal tipico grido «abbonaaa» fino al clacson che suona ripetutamente mentre una ragazza attraversa l’incrocio. Questo è un comportamento sbagliato.

Sbagliato e tossico, attraversa la mente della vittima con una scossa di ribrezzo. Nell’effettivo, questo comportamento non produce appagamento e fa sentire le dirette interessate non belle ma abbordabili, non desiderate ma alla mercé di chiunque. E fa male.

Ci sono poi invece gli approcci gentili. Non facciamo di tutta l’erba un fascio. Alle volte la naturalezza dell’incontrare qualcuno per strada apre le porte al piacere di sentirsi apprezzati. Oggi molte persone, terrorizzate all’idea di essere apostrofate come catcaller, hanno smesso di tentare l’approccio in modo genuino.

«Sei molto bella. Mi piacerebbe offrirti un caffè» oppure «Mi hai incuriosito subito. Vorrei bere qualcosa con te». Questi sono gli approcci che ci piacciono, decisi ma gentili, propositivi e deliziosi. Sono purtroppo gentilezze che troppo spesso vengono scambiate per catcalling o peggio, e quindi nel corso degli anni sono andate via via scemando. Continua a essere importante saper distinguere fra catcalling e gentili approcci, o si rischia di eccedere nella polemica senza aver ben afferrato la differenza fra i due.

L’altra faccia del dado, le donne esasperate

E noi le capiamo perfettamente. C’è un’esasperazione dilagante nei confronti del catcalling, o anche solo degli sguardi e delle gomitate che molti ragazzetti si scambiano quando passa una bella signorina. Giusto per la cronaca, chiunque pensi che il catcalling arrivi dall’imbruttimento sociale degli ultimi 40 anni, ricordiamo che se ne lamentava già Giovanna d’Arco. Eretica, ma comunque “bonazza”.

Quindi le donne si arrabbiano, da Aurora Ramazzotti alle fondatrici del movimento #metoo, siamo tutte contro il catcalling. Siamo tutte contro la l’umiliazione in pubblico, contro l’impotenza di cui ci rendiamo colpevoli. Ma molte stanno davvero andando oltre.

Non si può nemmeno pensare che chiunque faccia catcalling sia un maiale miserabile che infilerebbe il pene pure nei buchi delle ciambelle. Certo, molti, moltissimi sono così.
E quel che è peggio, moltissimi ne sono anche piuttosto fieri. Ma la realtà è che di solito, siamo molto più coraggiose noi. Siamo più capaci anche di parlare con l’altro sesso.

Non abbiamo quest’angoscia di capire immediatamente se l’altra persona ci starebbe o no. L’uomo che fa catcalling quotidiano quest’ansia ce l’ha, e forse, viste le scarse capacità intellettive, non ci stupisce neanche scoprire che ha un disperato bisogno di essere riconosciuto come maschio alfa.

Giusta la rabbia, l’insofferenza, il nervosismo e anche la frustrazione nei confronti del catcalling. Ma che questo non diventi l’ennesimo cinema di donne furiose con il mondo, che urlano e sbraitano come iene fameliche e, nel tentativo di fare informazione, si lasciano prendere dalla ricerca di una spasmodica attenzione.

Il risultato è un grottesco teatro d’ira e ignoranza, persone che non sanno davvero esprimersi si inalberano sui social e aprono immense polemiche sterili come quella che abbiamo visto a inizio articolo.

Consapevoli sì, incazzate no. Se ti arrabbi, perdi in partenza. Non hai altra soluzione che affrontare lo sguardo del tuo catcaller e far passare il messaggio chiaro e tondo: non mi interessi, e se anche fosse avrei avuto più classe di te nel fartelo capire.

Vivete e lasciate vivere. Basta abbassare lo sguardo quando si entra in un bar pieno di uomini, basta abbaiare rabbiose contro il primo mentecatto che ci fischia dalla macchina, basta rimuginare sulle cattiverie che ci hanno detto mentre camminavamo per strada. Sbagliano loro.

Nel momento in cui alzi un’ennesima polemica, sbagli tu. Il problema è già venuto fuori, è già sulla bocca di tutti. La tua esperienza si inserisce in un grande mucchio di giusta rabbia femminile, ma non deve renderti una persona peggiore di quella che sei.

Se ti fanno catcalling e non lo apprezzi nemmeno un po’, fulminali con lo sguardo e leva le tende, ancheggia via velocemente e lascia ben inteso che è decisamente l’ultima volta che ti vedono.

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