Social media manager assurdi e dove trovarli. Tra ex giornalisti e miocuggino, uno vale l’altro?

10 Gennaio 2022
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Una figura dal profilo confuso, che spesso tra le aziende genera più scontento che efficacia. In 5 punti il perché. E una soluzione per le imprese: smettere di cercare “il ragazzotto di buon comando in felpa e cappuccio”, un mito inesistente

Sono anni che il mercato ha stabilito il prezzo medio di un social media manager: 500 euro al mese. Per mercato s’intende la maggior parte delle aziende piccole e medie che ha recepito un messaggio chiaro, sebbene non verificato e verificabile nella sua portata: i social network sono i nuovi media e bisogna averli per vendere più prodotti. E 500 euro al mese sono una cifra che piace a tutti. Perché?

  1. Fare i social è considerata “una cazzata” che nessuno in azienda ha mai tempo e soprattutto voglia di sbrigare (salvo poi perderci ore al gabinetto o fare photobombing in vacanza per generare invidia nei colleghi). Cinquecento euro è la cifra che si è disposti a pagare per avere una decina di post/mese senza pensarci sopra, senza avere una visione di lungo periodo, spesso senza aggiungere valore alla comunicazione della propria azienda. Poi dipenderà tutto dai risultati, ovvero dalle salvifiche CONVERSIONI.
  2. Ci sono i clienti che “500 euro sono anche troppi perché DEVO FARE TUTTO IO ECCHECCAZZO, gli passo le foto, i video, insomma sto social media manager cosa fa oltre a una didascalia? Allora faccio da solo”. Ma poi mica lo fa.
  3. E ancora, c’è il cliente da 500 euro che a ogni post deve dire la sua: se hai scritto quattrozampe lui vuole che tu scriva cane, se hai scritto barba lui pretende che tu scriva “onor del mento”. Se hai messo la foto di lui oggi, vuole che tu pubblichi quella in divisa da aviere scelto in Aeronautica del 1982, quando aveva i capelli. Ai tempi gloriosi in cui i giornali mandavano in giro giornalista+fotografo succedeva qualcosa di simile: entrambi tornavano a casa dopo litigi basati sul seguente dialogo di rito: «Guarda, fotografa quello, dai che poi non lo becchiamo più». E il fotografo, dal pensiero ancora analogico,: «No, non c’è la luce giusta, lo becchiamo dopo».
  4. Poi c’è il cliente che ti strizza l’occhio perché è convinto che tu sappia dov’è il Sacro Graal dei social media, ma non vuole spendere i soldi per avere Indiana Jones: «Ma scusa, non hai un ragazzotto di buon comando, uno smanettone che mi faccia sti social per 500 euro?». E qui siamo di fronte a una delle leggende metropolitane più divertenti dell’Internet. Ovvero il mitologico “smanettone”, la versione digitale del “miocuggino” di Elio e le Storie Tese. Un chupacabras in felpa e cappuccio che nessuno ha mai visto ma esiste di sicuro perché sono stati trovati resti di computer sbranati nella notte.
  5. Una specie che invece esiste veramente, anche se non è garanzia di risultati ottimali, è l’ex giornalista vittima della desertificazione dell’editoria. Al cliente può piacere in quanto “è uno che scrive per mestiere”, quindi deve saper fare i social, no? All’esemplare in questione fa comodo il cinquecentone e pensa che con altri 4 clienti da 500 andrà a rimpiazzare il suo vecchio stipendio. E senza saperlo elimina completamente la speranza di fare di questo lavoro un lavoro autorevole.   

Si tratta di un circo molto divertente, per carità

Ma anche di un circolo drammaticamente vizioso, perché non consente più di distinguere chi sa fare da chi millanta o tira via il lavoro.

Credo che nessuno, per primo io che non sono un tech guru da milioni di visualizzazioni su YouTube, sappia dare una risposta realmente efficace sulla validità del lavoro di social media manager e del suo valore economico.

Ho una sola certezza: l’unico vero social media manager efficace è quel titolare di piccola o media azienda o brand che ha la volontà reale di mettersi in gioco costruendo una community. Perché ci metterà la sua passione, la sua storia, le sue parole. In sintesi la sua autenticità coraggiosa verso le insidie del social: i competitor malevoli, i clienti scontenti, gli scocciatori, le censure algoritmiche.

Per esperienza so che soltanto chi vive e lavora in un’azienda tutti i giorni e conosce i prodotti e i consumatori riuscirà a creare veri legami sui social. Può anche non essere l’imprenditore stesso ma deve essere qualcuno che non si spaventi davanti a un dialogo con gli utenti. Anzi uno che si diverta.

Qualcuno che ragioni come se il brand fosse suo. È incredibile come nel giro di qualche mese questo dialogo consentirà al social media manager di sapere esattamente se una foto di un post sia giusta o sbagliata.

Non c’è manuale che tenga, non ci sono 500 euro al mese che risolvano “il problema dei social network”. Figuriamoci le offerte di agenzie che si spingono a tariffe di 200 euro al mese. L’hamburger base di una famosa catena internazionale costa 1,05 euro, un hamburger gourmet non meno di 10. Fate voi.

Per evitare che la propria azienda si nutra di contenuti-junk food è essenziale che ci sia  l’uomo dell’azienda, che è il primo attivatore dell’engagement. Poi, certo, ci può essere il supporto di un tutor, di un influencer o di una squadra: seria, preparata, che colga e selezioni le richieste del pubblico e che organizzi i contenuti come si fa in un vero magazine. Ma è una squadra che non può costare 500 euro al mese.

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