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Meta Platform è soltanto la scusa di Mark Zuckerberg per rimanere attaccato alla poltrona

30 Ottobre 2021
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Un Ceo che non vuole mollare, e nemmeno reinventarsi, ma che si avvita su sé stesso e sulla propria Meta Platform invece di buttarsi su una vera e nuova grande avventura.

Capire Mark Zuckerberg invece di farne un dio non è una cosa che gli opinionisti italiani amano fare. Per fortuna però nel resto del mondo il potere, quello vero, non fa paura e semplicemente se ne discute.

Si discute di questa Meta, Metaverso, Meta Platform, chiamatela un po’ come vi pare. Ma questa nuova società che cos’è esattamente? E lui il millennial per eccellenza che mosse vuole davvero fare?

Partiamo da un presupposto che gli analisti americani non hanno mancato di evidenziare: è molto raro che grandi aziende sopravvivano a uno scandalo senza intraprendere azioni importanti, tipo chiedere la testa dell’Amministratore Delegato.

Pensate a Boeing e allo scandalo sull’insabbiamento delle cause degli incidenti al 737 Max.  Le dimissioni del Ceo Dennis Muilenburg nel 2019 furono immediate. Per Uber l’emersione di pratiche e politiche aziendali scorrette e illegali ha accelerato l’uscita del fondatore e Ceo Travis Kalanick, nel 2017.

Ma c’è anche un’opzione più soffice e si chiama ristrutturazione. La News Corp di Rupert Murdoch, sulla scia dello scandalo delle intercettazioni telefoniche sui suoi giornali britannici è stata spezzata in due.

E adesso prendiamo Facebook: naviga dentro scandali di diversa entità praticamente da sempre. Il centro della questione è come gestisce i contenuti problematici sul suo sito. E la decisione per rompere con il passato qual è? Un cambio di nome, da Facebook a Meta Platforms Inc. Oh, sì, ma è chiaro che questo risolverà tutto, giusto?

Il nuovo Logo che sostituisce l’immagine corporate di Facebook

E quindi adesso forse Travis Kalanick si sta chiedendo come ha fatto a non pensarci. Perché non ha semplicemente cambiato il nome di Uber in Taxi e se n’è rimasto inchiodato alla sua poltrona? Il millennial Mark Zuckerberg ha svelato il nuovo nome di Facebook giovedì 28 ottobre. E ha dichiarato che le “risposte standard” alla crisi, ovvero le sue dimissioni o una divisione della società, non sono state considerate opzioni.

Mark Zuckerberg a un certo punto ha confessato di aver pensato a uno scorporo. L’idea era di staccare Facebook Reality Labs, l’unità di sviluppo della Realtà Aumentata e del Metaverso, dalle tre galline dalle uova d’oro (Facebook, Instagram e WhatsApp). Se l’è cavata dicendo che era una scelta sulla quale aveva ancora messo testa e concentrazione.

La Realtà Virtuale applicata alla Playstation

La sua tesi è che le imprese sono troppo integrate per fare un passo del genere. Ma la polemica non si è fermata: i severissimi analisti hanno fatto notare che la ragione potrebbe essere un’altra. Ovvero che il ramo d’azienda Facebook Reality Labs è un buco nero che non fa soldi. Solo quest’anno il profitto complessivo dell’azienda si ridurrà di 10 miliardi di dollari. E a pagare saranno come sempre le tre galline-app di social media il cui fatturato nel 2020 ammonta a 85,9 miliardi di dollari.

Così ecco il punto: media e investitori starebbero chiedendosi se il Ceo non sia un po’ troppo determinato a rimanere in sella. Perché mai, si domandano, Zuckerberg non si comporta come Jeff Bezos (Amazon), Larry Page (Google) e Bill Gates (Microsoft) che hanno saputo fare un passo indietro? Magari anche mantenendo la sua quota di potere assoluto nel Consiglio di amministrazione, Zuck avrebbe colto l’occasione di dare un segnale di maturità.

Il passo indietro consentirebbe a qualcuno di guardare con una prospettiva diversa e laterale ai casini di Facebook nelle sue attività quotidiane. Ma niente da fare, Zuckerberg ha dichiarato che il suo lavoro quotidiano è fondamentale più della tentazione di sedersi e stabilire una visione. Che, in sostanza, il suo scopo è continuare a innovare trovando nuove soluzioni nel quotidiano.

Ebbene la risposta più condivisa è stata piuttosto secca, attendista e cinica. Mark Zuckerberg, dicono nei corridoi della finanza, dovrebbe prendere in considerazione la possibilità che il nuovo nome, come scelta di bandiera potrebbe addirittura esacerbare i problemi di immagine e autorevolezza del gruppo.

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