Vi spiego perché chi vive a casa con i genitori ne farebbe a meno

18 Agosto 2022
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A due passi da settembre, l’eterno primo giorno di scuola della vita. Non abbiamo una cartella di quaderni, ma una valigia pronta, e i trent’anni che pesano. Che ci crediate o meno combattiamo anche nelle nostre stanzette per spiccare il volo

Vi è una regola non dichiarata tra i numeri e la vita, che esige essere premessa di quanto leggerete: le scelte dell’uomo, senza considerare le circostanze da cui esse si determinano, sono indecifrabili. 

Il mondo sostiene da sempre che la matematica non sia un’opinione ma forse, oserei aggiungere, alcuni dei suoi risultati possono averne una. Numeri ed analisi mostrano un dato pari al 29% che dovrebbe raccontarci le scelte di una generazione di giovani che non lascia la casa dei genitori prima dei trent’anni. Chi ne parla non ha dubbi, queste generazioni non hanno alcuna voglia di spiccare il volo e nessuna intenzione di andarsene dalla casa d’infanzia.

Ma chi sono questi ragazzi? Qual è il loro volto, la loro storia? Nessuno può saperlo eccetto loro stessi. Sono nomi, vite e vissuti che non potreste cercare su Google, perché nessuno di quei nomi produrrebbe un risultato cliccabile.

E la verità, quella che sanno solo loro e che per tutti gli altri è un comodo alibi, è che se incontraste per strada, anche solo uno di quei ragazzi, scoprireste che la scelta di restare a vivere con i propri genitori non è quasi mai una scelta. Stanno sopravvivendo, oppure, come in un perverso stato di ipotermia, stanno morendo dentro ma non lo sapete.  

L’estinzione è la regola, diceva Carl Sagan, la sopravvivenza è l’eccezione. Se accettaste il fatto che questa generazione viva in una condizione di adattamento forzato, probabilmente vi chiedereste a cosa stia sopravvivendo e la matematica, insieme alle sue percentuali numeriche, finirebbe in un posto lontanissimo e volgare.

Questi ragazzi senza volto sopravvivono tutti ai loro sogni, molti dei quali, come scriveva Douglas Coupland in Il ladro di gomme, non si avverano, muoiono, scendono a compromessi, finiscono a spacciare metanfetamine in un chiosco dietro all’Oliver Garden e poi si beccano il cancro alla milza. 

Chiaramente, raccontarci la storia meno drammatica, ci consente di far appello al nostro animo sentenzioso e al grande business motivazionale che per dieci minuti al giorno ci rende tutti degli indiscussi maestri di vita in un mondo velocissimo a trarre conclusioni ma indifferente agli inizi della storia. L’inizio della storia è tutta un’altra storia. 

Brooklyn Beckham, Lily-Rose Depp fino ad arrivare a Kaia Gerber passando per Kendall Jenner. La loro storia potete cercarla facilmente nei più remoti motori di ricerca del globo. La troverete. I loro nomi,avranno per voi, senza dubbio, un suono familiare e ognuno di quei volti lo vedrete almeno una volta in questa vita anche per sbaglio.

Questi ragazzi, insieme a quelli di cui non saprete mai niente, appartengono tutti – e non sono gli unici – alla stessa generazione di quel 30%, eppure, loro, vivono da soli da parecchio tempo.

Oltre la retorica della raccomandazione, oltre l’agghiacciante ipotesi che questa generazione sia composta da anime senza ambizione o peggio, dedizione al sacrificio, forse, vi è un campo dove i ragazzi seduti nella loro cameretta a casa dei propri genitori, stanno combattendo senza sosta; un campo dove fanno del loro meglio e chi prima e chi dopo, a patto di non arrendersi, sarà liggiù, a spiccare il volo, ben oltre le idee di giusto e di sbagliato di cui ci parlava Rumi, ben oltre la corsa inarrestabile al fine di iniziare a vivere, senza doversi più salvare.

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