Il linciaggio di Sergio Sylvestre e la domanda: che se ne fanno ancora i Millennial degli inni nazionali?

Redazione
18 Giugno 2020
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Nemmeno Kafka o Orson Welles avrebbero immaginato dei tribunali più severi di quelli online. L’Italia si è svegliata stamani con un nuovo nemico, tale Sergio Sylvestre, cantante millennial di Amici invitato ad aprire la serata di Napoli-Juve in Coppa Italia.

Forse per l’emozione, forse per ignoranza, Sergio si è inceppato durante l’esecuzione dell’inno, creando un momento di imbarazzo per se stesso e per gli ascoltatori, ma al tempo stesso ha fatto emergere un’emotività fortissima di tutto il suo vissuto da immigrato nel nostro paese.

Ma il popolo del giudizio online non conosce i sentimenti quando si tratta di emettere sentenze. Il popolo degli abusivisti, dei manettari, degli analfabeti funzionali ha sempre furia di inchiodare un Cristo alla croce ed ecco che oggi è il turno di Sylvestre, che non sa l’inno.

Ma c’è da meravigliarsi? Chi mai conosce per intero il testo dell’Inno di Mameli? La gente non sa nemmeno perché si chiama così. Nessuno ha mai capito che sia l’elmo di Scipio eppure tutti lo visualizziamo almeno una volta ogni quattro anni nelle partite dei mondiali. Ci fu un anno in cui i giornalisti si incazzarono con i calciatori, colpevoli di non conoscere il testo per intero.

Cari Millennial, i tempi cambiano, le tradizioni pure. L’inno di Mameli è fantastico ok, ma non possiamo non ammettere che risale ai moti del 1848, quando l’Italia era ancora un brodo primordiale di annessioni e scissioni che cercavano di sanare conflitti centenari.

I tempi sono del tutto diversi oggi e le scissioni sono intatte. E quella musica, per quanto emozionante, non racconta più quello che siamo. Nessuno ci si può specchiare realmente, dai.

Lo usiamo come sigla di rappresentanza, lo mettiamo su nei primi aperitivi post corona virus e per carità tutto ci sta se fa bene, ma al tempo stesso siamo fuori dal tempo.

L’Inno è la sigla delle partite di calcio e di qualche marcetta del paese e dicendolo non gli togliamo alcun valore, solo che affrontiamo il cambiamento dei tempi. Chissà tra cinquant’anni cosa ascolteremo, cosa saremo. Avremmo ancora l’inno nazionale o solo le suonerie? o magari l’inno sarà una suoneria, una colonna sonora da meme, un pezzo su Tik Toc.

Lo comporrà Leone Ferragnez aiutato da un algoritmo studiato nella piattaforma Rousseau e per essere davvero democratici lo cambieremo ogni tot anni, come il presidente del consiglio. Dovrà cantare le lotte di gay, immigrati, minoranze e quote rosa. Dovrà essere politically correct e stilisticamente fighissimo. La produzione deve essere una roba tipo Mark Ronson e gli artisti italiani devono lavorarci in modo corale come per Si può dare di più.

Ci saranno gli inni composti da persone con handicap o sorde, gli inni di Google, gli inni dell’Esselunga. E li dovremmo imparare tutti a memoria come in un regime coreano per essere giusti e onesti verso lo Stato. Pena: la gogna mediatica. La psicopolizia si occuperà di stanare tutti i dissidenti e invece di denunciarli pubblicherà sputtanamenti online.

Se non canti l’inno bene sei un amico dei destrorsi, sei un razzista, un omofobo, un gretto.

Abbiamo cominciato oggi, col povero Sylvestre, che tuttavia ci ha regalato una grande performance, ci ha fatto da specchio. Sempre li pronti col ditino a giudicare, a trovare il pelo nell’uovo. Ma stiamo calmi un attimo, come canta Il culo di Mario, una delle più grandi indie band che abbiamo avuto in Italia. Loro si che avrebbero dovuto comporre l’inno.

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