Perché la Londra di oggi è deserta? Reportage dalla capitale senza Impero

Germano D'Acquisto 17 Ottobre 2021
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Era il centro del mondo anche senza il suo sconfinato Impero. Cullava talenti, incubava startup, lanciava le hit. Invece oggi la documentiamo così, deserta e un po’ spenta. Colpa della pandemia o della Brexit?

Scordatevi la Swingin’ London (se mai l’avete vissuta). E dimenticatevi anche la Cool Britannia degli anni Novanta e le Olimpiadi del 2012. Le atmosfere di “Notting Hill” e quelle di “Quattro matrimoni e un funerale”.  “Bitter Sweet Symphony” dei Verve e “Sing” dei Travis. Nella Londra di oggi, queste antiche glorie non ci sono più.

Paddington Station

Con buona pace del Corriere della Sera, e di pezzi che sembrano propaganda turistica, quella città vitale ed energizzante, che sprizzava coolness da ogni mattone rosso delle sue case georgiane di South Kensington e Hampsted, di Mayfair e Chelsea, si è dissolta nel nulla. Londra resta sempre un luogo magico, ma la città che Virginia Wolf definiva «un incanto di portici bianchi e dai vasti cieli silenziosi» sembra aver passato la mano.

Siamo andati a fare un giro in centro. Basta poco per rendersene conto. Intorno a mezzogiorno, minuto più, minuto meno, Piccadilly Circus è praticamente deserta. Il cuore nevralgico dell’ex centro del mondo è desolatamente vuoto.

Fleet Street, completamente deserta (Foto Germano D’Acquisto)

Pochi inglesi lungo le strade, qualche cab in attesa di clienti e nessun turista. Passando per Regent street o Leicester Square, ieri luoghi di culto impraticabili per la mole di gente che le attraversava da Est a Ovest, è la stessa cosa: zero stranieri e interminabili distese d’asfalto con poche anime sullo sfondo.

Affittasi negozio. Sì ma a chi?

A volte si vede sfrecciare qualche ciclista fra i double deckers (quelli non mancano mai), ma nulla più. È così anche a Soho, Chinatown e a Southbank lungo l’arteria che costeggia il Tamigi fino alla Modern Tate. Va un po’ meglio a Carnaby street e Portobello Road. Sono moltissime le saracinesche dei negozi abbassate.

Vecchie glorie brit: la cabina del telefono (Foto Germano D’Acquisto)

Alcune hanno appeso il cartello To Let (si affitta). Già, ma a chi? Pare che Pret à Manger, la catena di sandwich che qui è onnipresente, abbia dovuto licenziare un terzo del personale perché tante sue filiali sono rimaste chiuse.

La situazione migliora un po’ la sera, quando gli impiegati escono dall’ufficio per infilarsi nei pub. Ma è poca cosa rispetto ai fasti di un tempo.

Come se la Londra di oggi fosse il set un disaster movie

Quest’atmosfera mi riporta alla mente i primi sette minuti del film “28 giorni dopo” di Danny Boyle, dove Cillian Murphy (il futuro Thomas Shelby in “Peaky Blinders”) cammina spaesato in una Londra disabitata e desolata dopo una mega epidemia virale.

Il parallelo con la Londra di oggi è ovviamente un po’ forzato, lo ammetto, ma per chi ha conosciuto la capitale inglese negli anni Novanta e Duemila l’accostamento con la pellicola del regista di “Trainspotting” diventa quasi fisiologico. In quella Londra scintillante c’erano i Blur e gli Oasis. C’era Sienna Miller che amoreggiava con Jude Law.

L’arte e la Londra di oggi. Alla Tate, addio code e assembramenti (foto Germano D’Acquisto)

C’erano le foto glamour di Rankin e la moda new casual, raffinata e scarmigliata allo stesso tempo, che spopolava a Camden Town. Orde di italiani si trasferivano in questa sorta di mondo in miniatura per imparare l’inglese e scoprire l’incanto delle diversità. Oggi tutto è surreale.

Nelle avversità, contegno britannico. Forse troppo

La capitale del Regno più importante del mondo ha abdicato, quasi senza lottare. E gli inglesi in tutto questo? Molti negano l’evidenza, dicendo che è esattamente come prima. Altri sminuiscono, altri ancora fanno finta di niente, quasi rassegnati.

Tutti, però, sembrano fare fronte comune su un punto: se davvero qualcosa nella Londra di oggi non funziona più la colpa è solo della pandemia. È lei la responsabile di questo silenzio fra le strade.

Un altro centro nevralgico londinese che sembra abbandonato (foto Germano D’Acquisto)

Un punto di vista comprensibile, perché è l’unico che non mette il popolo britannico al centro delle proprie evidenti responsabilità.

«Il virus ha colpito tutto il Pianeta, non solo l’Inghilterra. Non è dipeso da noi», sembrano dire uniti i sudditi di Sua Maestà. Peccato che negli stessi giorni Milano – che la pandemia l’ha conosciuta bene – brulica di gente come ai bei tempi. Roma e Venezia sono invase dai turisti. E lo stesso vale per Parigi o Nizza.

Sottovalutare la Brexit pagherà?

L’Europa lentamente e a fatica si risveglia, mentre la capitale anglosassone sembra restare in letargo. Pochi qui puntano il dito contro la Brexit, vera responsabile di questo scempio. Anche chi non l’ha votata al referendum, anche chi l’ha odiata quasi quanto il terrorismo cerca comprensibilmente di difendere la scelta del popolo sovrano.

«Comunque vada, sarà per noi un’opportunità», dicono molto compatti e poco convinti. Ma che altro potrebbero dire?

Lo scrittore Herman Melville, quello di “Moby Dick”, amava ripetere: «Ci sono due posti al mondo dove gli uomini possono scomparire con più facilità. La città di Londra e i mari del Sud». Su Londra, il tempo gli ha dato ragione. Per quanto riguarda i mari del Sud, ci fidiamo sulla parola.

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