Le vittime di sfruttamento sessuale, una generazione di nigeriane ‘perdute’ in Europa

17 Gennaio 2022
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A priori i termini “migrazione” e “clandestinità” hanno un’accezione dispregiativa. Ma qualsiasi clandestino è ineluttabilmente votato al danneggiamento della nostra comunità?  

Clandestinità equivale a crimine ed equivale quindi a volontà criminale. Siamo certi di conoscere tutte le sfaccettature del percorso di un migrante? Per non ricadere in generalizzazioni e fornire uno spunto di riflessione ci appelliamo a una categoria ben precisa: le donne nigeriane vittime di sfruttamento sessuale. 

Migliaia di donne vengono trasportate dall’entroterra della Nigeria fino alle nostre coste. La tratta delle migranti si articola in step ben precisi che danno vita a una macchina meticolosamente organizzata, a un processo complesso e articolato mirato a sottomettere fisicamente e psicologicamente le vittime.

Perché si parte?

Povertà, fame, assoggettamento alle multinazionali europee, espropriazione dei terreni, presenza di gruppi terroristici come Boko Haram. Queste, a grandi linee, sono le problematiche che affliggono un paese come la Nigeria. Per una donna, le cause aumentano: violenza di genere, limitato accesso all’istruzione, poche opportunità lavorative, matrimoni precoci (tra i 15 e i 18 anni), mutilazione genitale femminile (ufficialmente vietata, ma praticata), limitato diritto all’eredità.

Si innesca un processo che dà vita alla “strategia di sopravvivenza” da parte delle famiglie che, nella speranza di intravedere anche solo uno spiraglio di vita migliore, decidono di sacrificare una figlia e cederla al lungo e misterioso viaggio verso l’Europa. Le giovani stesse, spesso, non possono dirsi contrarie all’idea di intraprendere questo viaggio, guidate dal desiderio di affrancarsi da una condizioni disumane per imbarcarsi verso nuovi e più prosperi orizzonti. 

Il viaggio delle vittime di sfruttamento sessuale

Per le vittime di tratta inizia un lungo percorso di violenza, soprusi, coercizione, ricatti. Vengono reclutate dai trafficanti che anticipano loro il denaro per il viaggio. La promessa è quella di portarle in Europa, quel “locus amoenus” dove troveranno un posto di lavoro assicurato come parrucchiere, assistenti, commesse. Prima di scortarle verso il loro “florido” destino, i trafficanti devono assicurarsi che il debito venga ripagato: un rituale di giuramento svolto da un sacerdote davanti a una qualche divinità ancestrale sancirà la sacralità del vincolo creditizio. 

Il rito consiste a grandi linee nella raccolta di campioni di unghie, capelli, pelle o liquidi corporei della donna. Questi vengono poi conservati come amuleti. Sono delle sorte di riti vodoo: “Possiedo una parte di te e quindi ho il controllo delle tue sorti”. Partono per il viaggio, passano per la Libia, passano per i centri di detenzione, a volte trascorrono dei periodi in carcere, a volte rimangono incinte.

Giunte a destinazione

All’arrivo vengono affidate a una madame. Prima era una “cadetta” come loro, una donna vittima di sfruttamento sessuale che ora è salita di grado e gestisce il traffico. La madame costringe le ragazze a prostituirsi per ripagare il debito, appropriandosi dei loro guadagni illeciti e portando avanti una vera e propria azione di persecuzione nei loro confronti.

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