Trump per l’economia americana punta sul re del wrestling Vince McMahon

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16 Aprile 2020
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E’ notizia del 15 aprile che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump abbia dato incarico a Vince McMahon di far ripartire l’economia americana. Siamo ufficialmente nella miglior timeline.

Certo, i titoli dei giornali sono fuorvianti dal momento che nella stessa task force saranno presenti Adam Silver (NBA), Roger Goodbell (NFL), Rob Manfred (MLB), Gary Bettman (NHL) e Dana White (UFC), ma concentriamoci sulle cose importanti.

Chi è Vince McMahon?

Beh, senza tanti fronzoli, è il re del wrestling: presidente, proprietario e CEO della World Wrestling Entertainment.

Per quelli di voi che hanno avuto un’infanzia triste, la WWE è la più potente federazione di professional wrestling del mondo, lo sport-spettacolo per eccellenza che ha partorito personaggi del calibro di Hulk Hogan, “Macho Man” Randy Savage, The Undertaker, “Stone Cold” Steve Austin e The Rock.

Sì esatto, se ora potete gustarvi quei bei filmoni tamarri con Dwayne Johnson lo dovete anche a Vince McMahon.

 

 

 

Vabbè, quindi Trump ha dato ad un capitano d’industria un ruolo legato alla rinascita economica americana, nulla di strano, vero?

Falso.

Vincent Kennedy McMahon nasce a Pinehurst (North Carolina) nel 1945, figlio illegittimo di Vincent James McMahon Sr., padrone della WWWF – federazione che operava nel nord degli Stati Uniti. Una volta riconosciuto dal padre, comincerà a lavorare al suo fianco fino al 1984 quando, sul letto di morte, Vince Sr. non farà promettere al suo erede di ingrandire la sua federazione, nel rispetto di una vecchia tradizione tra impresari.

La prima cosa che fa Vince appena diventato il capo è annettere il maggior numero di federazioni possibile.

Passa qualche anno e il primo scandalo lo colpisce: abuso e spaccio di steroidi tra i suoi atleti. L’accusa arriva da uno dei suoi lottatori, nome d’arte Nailz, ma i nomi più importanti della federazione negano l’abuso di sostanze e nel 1994 Vince McMahon esce immacolato da un processo che poteva costargli tutto.

Pochi anni dopo gli affari iniziano ad andargli male: i concorrenti della WCW dominano i rating televisivi e la WWF continua a stare a galla grazie alla rivalità tra Bret Hart e Shawn Micheals per il titolo di campione dei pesi massimi.

C’è solo un problema: quei due si odiano.

Bret è il campione, viene da una grande famiglia di lottatori canadesi, ha la faccia pulita ed una tecnica mostruosa. Shawn è uno stronzo. E’ spaccone, gli piacciono il sesso, la droga e l’alcool, spesso fa il bambino viziato col boss ma è tremendamente bravo. L’astio è inevitabile.

 

 

Nel 1997 la WCW offre un grosso contratto a Bret e lui, con il benestare di Vince, tra l’altro, accetta, ma deve perdere il titolo alle Survivor Series di quell’anno.

Contro Shawn.

A Montréal, sua città natale.

“Non posso” dice Bret. “Perderò il titolo, ma non a Montréal”. Vince è d’accordo, ma ha altri piani.

Per paura che Bret possa portare la cintura in un’altra federazione, Vince, insieme ad alcuni collaboratori, l’arbitro e Shawn, decide che quella domenica Bret perderà l’incontro.

E’ il Montréal screwjob, l’avanti e il dopo Cristo del mondo del wrestling.

Il piano funziona, Bret capisce tutto e sputa in faccia a Vince in diretta televisiva, Shawn fugge negli spogliatoi scortato da altri dirigenti, il pubblico è sul punto di ribellarsi, dovrebbe essere la fine della WWF, ma non è così.

Dopo lo screwjob il pubblico vomita costantemente il suo odio su Vince, a tal punto che il CEO crea un nuovo personaggio da lui stesso interpretato: Mr. McMahon, il classico boss che abusa dei propri dipendenti e che poi viene menato dal redneck Steve Austin, in una delle più famose rivalità della storia del wrestling.

La WWE non ha mai visto così tanti soldi.

Sono così tanti che Vince decide di investirli nella creazione di una federazione di football parallela alla NFL: la XFL (Extreme Football League), basata su una rivisitazione delle regole del football americano che dovrebbe rendere l’azione di gioco più concitata, più Extreme appunto.

I risultati sono disastrosi.

L’XFL dura appena una stagione, caratterizzata da stadi vuoti, ascolti televisivi ridicoli e una vera e propria bullizzazione da parte della NFL.

Il piano di Trump per far ripartire l’economia americana

Perché mai Trump ha così in simpatia quest’uomo, oltre che per l’evidente follia che li accomuna? Perché nel 2007 i due hanno avuta una Battle of the billionaires a Wrestlemania 23. Sia chiaro, non combatterono tra loro, ma scelsero due “campioni”: Umaga per Vince e Bobby Lashley per Trump, col perdente tra i due miliardari che avrebbe dovuto radersi i capelli sul posto. Inutile dirlo, vinse il futuro presidente degli Stati Uniti. Il match fu mediocre, ma durante le settimane precedenti il pubblico assistette ad un meraviglioso spettacolo trash, con un Trump in splendida forma ogni volta accompagnato sul ring da vallette diverse.

Chissà se le ha grabbate by the pussy.

Viste queste premesse, l’economia dovrebbe essere in ottime mani, folli, ma ottime, giusto?

Sbagliato.

Il prodotto WWE ad oggi è terribile: le pessime scelte di un presidente che si è guadagnato il titolo di madman con booking disastrosi, che il più delle volte distruggono la credibilità degli atleti, o ancora, l’eccessivo affidamento sui grandi nomi del passato, hanno portato sempre più appassionati ad allontanarsi dal prodotto.

Altra follia di Vince è stato il tentativo di far ripartire il progetto XFL, con tanto di nuovo logo ed annuncio in pompa magna, generando grande ilarità.

La XFL 2.0 è fallita ufficialmente il 14 aprile 2020, con 0 partite disputate.

Alla luce di tutto questo, quindi, l’economia americana deve sperare nelle idee di un folle a cui spesso piace prendere per il culo i fan dei suoi show.

Io, da buon commentatore italiota, starò a guardare in disparte, nella speranza che durante una di queste riunioni arrivi “Stone Cold” Steve Austin a fare il dito medio a tutti per poi finirli con una Stunner, perché no, Donald Trump incluso.

Questa è la politica che ci piace.

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