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Siamo tutti eterni adolescenti (e traumatizzati)

21 Marzo 2022
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Gli anni del liceo sono davvero finiti? Cosa succederebbe se scoprissimo improvvisamente di essere tutti (stati) traumatizzati? Chiedetelo a un millennial, probabilmente risponderà con un rassegnato “vabbè, si sapeva”, per poi passare a una fase di analisi interiore e aumento delle paranoie. La verità è che le nuove generazioni crescono, ma con la mente ritornano costantemente all’adolescenza, un porto sicuro dove rifugiarsi, nella realtà e online. Perché questo?

I banchi di scuola si spostano sui social / Perché siamo eterni adolescenti

Delia Cai, collaboratrice per Vanityfair, ha scritto un lungo articolo sullo stato d’animo degli adolescenti e sulla loro relazione con i social media. No, non è la solita sterile analisi dei millennial e della Gen Z, ma una attenta riflessione che porta a galla questioni interessanti. Secondo la giornalista i social funzionano come dei banchi di scuola 2.0. Per le generazioni nate alla fine degli Anni 90 e gli inizi del 2000, gli anni del liceo non sono mai finiti, si sono solo spostati su internet. Non lo provano solo i meme, ma anche serie streaming come Euphoria (più di tutti), il remake di Una Mamma per Amica e Gossip Girl.

Tutte le generazioni hanno sperimentato la nostalgia, nemmeno il mantra dei boomer “si stava meglio quando non avevamo niente” è nuovo. Non hanno inventato nulla. Ciò che però rende diversi i millennial è il fatto che, per la prima volta, hanno avuto la possibilità di condividere questo sentimento nell’universo internet. Prima dell’arrivo dei nuovi social, MySpace, Tumblr, e Facebook costituivano già uno non luogo pieno di risentimento e frustrazione per la mancanza di punti di riferimento, che si potevano trovare solo in un’immagine idealizzata dell’infanzia. “Era come liberare un’intera (ed estremamente grande) generazione all’inaugurazione di una sala degli specchi: ovunque guardavano vedevano sé stessi”, spiega Cai. 

I traumi formato cartoni animati (per adulti)

Tutti, dai brand al più nobile dei musicisti, si sono accorti di questo stato d’animo costante quanto collettivo. Persino il colosso dell’intrattenimento Disney Pixar ha iniziato a fare film per adulti-bambini. Da una lato è una necessità dettata dalla costante crescita del monopolio dello streaming: riempire i cinema è diventato un’impresa difficilissima, e nessuna casa di produzione può permettersi di spendere cifre milionarie per un film adatto solo ai bambini. Dall’altro sono i millennial stessi a sentire la necessità di prendersi una pausa, rifugiarsi in una camera buia e immergersi in un film d’animazione che parli ancora per loro (e di loro). 

Inside out tratta la tematica delle emozioni, Soul parla del destino e del senso dell’esistenza, Encanto esplora invece la questione del trauma generazionale. E come lo fa esattamente? Il sessantesimo film d’animazione racconta la storia della famiglia Madrigal, la matriarca Alma fa pressioni sui figli affinché i loro superpoteri servano la comunità e siano all’altezza delle aspettative, tanto che il motto dei Madrigal potrebbe essere ”rendi orgogliosa la tua famiglia”, non importa come, non importa a che prezzo. Come scrive il magazine Collider, a rendere Encanto un film speciale sono: “La combinazione di traumi sistemici e traumi generazionali, la pressione che deriva dal soddisfare aspettative impossibili e la conclusione che i personaggi valgono più dei loro doni”. Disney non può infatti sottrarsi dal lieto fine, soprattutto quando social media e società proiettano su di noi pressioni e aspettative alte.

Quando arriva sera, proprio come i personaggi di Encanto, dobbiamo accettare di essere umani dalle mille sfaccettature e con una gamma di esperienze e emozioni complessa. Meritiamo riposo, conforto, gioia, amore, imperfetti. E liberi.