Ambiente e psicologia Millennial: quanto ci hanno influenzato i genitori?

La generazione resiliente

2 ottobre 2018
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Come psicoterapeuta sistemica in formazione, quando si parla di un individuo, cerco sempre di capire all’interno di quale contesto è inserito. È difficile pensare di poter comprendere i comportamenti e le idee di una persona senza dare uno sguardo all’ambiente (storico, sociale, familiare) di riferimento. Questo naturalmente vale anche per quanto riguarda le generazioni nel loro complesso. Nel nostro caso specifico, mi riferisco ad ambiente e psicologia Millennial.

Ambiente e psicologia non sono analizzabili separatamente. Che te ne fai di un solo pezzo di puzzle, se manca tutto il resto?

La generazione dei Millenial, come da definizione, comprende tutti i nati tra i primi degli anni Ottanta e il Duemila. Guardando il contesto, mi domando quindi: ma noi Millenial di chi siamo figli? Come ha funzionato, in famiglia, il rapporto tra ambiente e psicologia Millennial?

I nostri genitori avranno in media tra i 45 e i 65 anni: nati negli anni d’oro, di massima espansione economica a seguito della II Guerra Mondiale, i nostri genitori bambini hanno visto realizzarsi molti – se non tutti – i sogni dei loro genitori: macchine, case di proprietà (adesso chi le vuole più? Anzi, in quanti se le possono permettere?), aziende di famiglia ereditate perché di diritto (non per forza per competenza). Con tutti i pro e i contro che questo diritto ha portato con sé. Un diritto che magari ha costretto i nostri genitori a proseguire attività più per imposizione o per paura di deludere i loro, di genitori, che per passione o convinzione.

E i nostri nonni? Possiamo ipotizzare siano nati tra gli anni 20 e 40, hanno convissuto con due Guerre Mondiali e, se non sono stati così fortunati ad essere solo spettatori, forse ci hanno anche combattuto. Hanno lottato prima con la grande depressione e poi si sono visti travolgere dal boom economico. Stiamo parlando degli anni di Freud, che apre le porte allo studio dell’inconscio, qualcosa di non tangibile ma che a quanto pare influenza la nostra vita più di quello che crediamo. Siamo nel periodo dei sacrifici ripagati, che alla fine hanno dato i loro frutti e hanno permesso ai nostri genitori di trovare abbastanza pappa pronta sul piatto; tanta da permettere loro di godersela e di dare forse poco peso al senso del sacrificio. Condizione che i Millenial stanno imparando a spese loro e che, forse proprio perché a loro spese, rimarrà impresso come un tatuaggio sulla pelle.

Ancora più importante, a proposito di ambiente e psicologia Millennial, è stata la crisi che abbiamo patito noi stessi in prima persona. Siamo la generazione che ha vissuto la propria adolescenza o giovinezza negli anni della crisi economica del 2008, periodo in cui sono stati toccati picchi di disoccupazione altissimi con conseguenti prospettive di sviluppo professionale che suonavano tipo: “Quanti avvocati ci sono, ormai? E quanti psicologi! E quanti veterinari!. ecc?” Troppi. Di tutto troppo, per noi non c’è spazio. E proprio per questo motivo, asfissiati dalla sensazione di soffocamento, per non sentirci di troppo, per non accontentarci del mondo che già esisteva, ce ne siamo inventati uno tutto nostro: quello del digitale. Non è un caso che, proprio a partire da quegli anni, il termine resilienza sia diventato di moda tra gli psicologi. Con questa parola si riferiscono alla capacità di far tesoro delle esperienze difficili per uscirne più forti di prima.

Siamo forse talmente resilienti, che ancor prima di imparare qualcosa sulla nostra stessa pelle, abbiamo imparato qualcosa su quella dei nostri genitori, quando li abbiamo visti affranti e amareggiati. Siamo una generazione complicata e certamente vulnerabile, ma siamo anche assetati di riconoscimento e quindi sempre più convinti che valga la pena affrontare di petto ogni sfida che si presenterà sulla nostra strada.

 

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