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Perché cancellare i nostri selfie non è un bel segnale

9 Agosto 2021
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Non gettare via la tua immagine. Come arte e fotografia possono curare la crisi identitaria: il metodo di Cristina Nuñez.

A chi non è capitato di scattarsi milioni di selfie uguali, cambiando spasmodicamente posa e fingendo sorrisi spontanei, per poi cestinare tutte le foto “brutte” nella trepidante attesa di trovare quella “perfetta”?

Ma perfetta per chi?

Il progetto di Cristina Nuñez

È Cristina Nuñez, l’artista-fotografa ideatrice del metodo SPEX (Self-Portrait Experience), che con il suo progetto “artivista” ci vuole spiegare come le immagini siano in grado di curare la dilagante crisi identitaria che affligge i giovani d’oggi (e non solo).

Cristina cita lo psicanalista Jacques Lacan, secondo cui il processo di riconoscimento di sé stessi in una immagine costituisce un momento cruciale per la crescita dell’individuo e per la creazione della sua identità.

Come fare allora, quando vediamo una nostra immagine e la rifiutiamo? Quando ci scattiamo una foto e, nel rivederla, decidiamo di cestinarla immediatamente perché non sarebbe “pubblicabile”?

Ci ha portato a questo il mondo dei social e delle foto perfette, dell’ostentazione e della costante e forzata felicità. In questi tempi prevale il rifiuto di tutto ciò che non è considerato “figo” o “forte”, di tutto ciò che trasmette sentimenti di insicurezza, di tristezza e di difficoltà.

Come costruire la nostra identità con le immagini

L’artista vuole combattere questa tendenza: non è possibile costruire una propria identità se non si è consapevoli di tutte le sfaccettature del nostro essere, anche di quelle che la società etichetterebbe come negative.

Cosa propone, quindi, Cristina Nuñez? Propone di cambiare la nostra prospettiva a partire proprio da un oggetto complesso e talvolta problematico, ma allo stesso tempo molto potente: la fotografia.

La fotografia, il “self-portrait”

«La fotografia ci mostra un momento che è realmente esistito. Eliminando quella foto tu stai dicendo che quella parte di te non va bene. E pensi che si possa eliminare, ma non si può eliminare una parte di sé. Quello che possiamo fare è guardarla, studiarla e lavorarci finché riusciamo ad accettarla e a trovarne il senso».

Lo strumento esplorativo principale è il “self-portrait”, su cui l’artista chiede di lavorare sia individualmente che in gruppo, per ampliare la percezione di sé e degli altri e per esplorare le proprie sensazioni, scoprendo immediatamente nuove potenzialità.

Accettare la realtà

Durante i suoi workshops (che tiene in università, carceri, centri di salute mentale, musei, scuole, e comunità per tossicodipendenti di tutto il mondo) Cristina propone esercizi basati sull’uso della fotografia, sulla realizzazione di autoritratti e di video, spingendo poi i partecipanti a lavorare sulle sensazioni che scaturiscono dall’osservazione delle immagini.

Quando la reazione di un partecipante nel rivedere la sua immagine è «che orrore questa foto!», lei lo invita invece a guardarla a fondo, a osservarla e a studiarla, togliendo per un momento il filtro critico dei social network e della società odierna.

Da una foto brutta si trovano elementi positivi

Le persone riescono così a riconoscersi in queste immagini. Vedono e riesplorano le loro esperienze, i loro valori, le loro emozioni, accettando e amando le fotografie come rappresentazioni di una parte di loro che non si può eliminare.

Le sensazioni difficili non vengono più nascoste, le espressioni di debolezza non vengono più cestinate. L’arte è servita come strumento di esorcizzazione dai modelli che ci vengono imposti. Come dice Cristina Nuñez: «Da una foto brutta si trovano elementi positivi: abbiamo trasformato merda in diamanti, avversità in risorse».

Foto in copertina da Selfportrait.eu

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