Quella strana paura di letti e tetti. Ma certe storie di senzatetto sono a lieto fine.

12 aprile 2018
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Chiedete a un clochard, con problemi psichici e di alcolismo, di trasferirsi in un alloggio, oggi stesso, senza doversi preoccupare di affitto e bollette. L’hanno fatto a New York City, con il modello Housing First (La Casa Innanzitutto), ispirando altri progetti pilota, come quello diretto da Lloyd Pendleton, nello Utah. Uno straordinario collettore di storie di senzatetto (a lieto fine).

 

Il problema riguarda molte città in tutto il paese, e nel mondo. I senzatetto si differenziano in tre gruppi: il 75% sono temporaneamente senza casa, il 10% lo è in modo saltuario, il 15% sono abituali. Si definisce senzatetto abituale un adulto che vive da solo senza fissa dimora da almeno un anno. Questo 15% può usufruire del 50-60% delle risorse pubbliche destinate al problema dalla comunità. La comunità di senzatetto presa in esame aveva un costo sociale tra i 20 e i 45 mila dollari per persona all’anno, in servizi di emergenza come ambulanze, visite al pronto soccorso, polizia, periodi di detenzione.

A partire dal 2003 il governo statunitense ha invitato gli stati membri a sviluppare un piano decennale per risolvere il problema.

Il progetto Housing First prevede di mettere a disposizione alloggi ad “accesso semplificato”. Ecco l’incipit di alcune storie di senzatetto che finiscono bene. La missione era chiara e semplice, invitare i senza tetto a trasferirsi direttamente dalla strada agli alloggi. Veniva loro anche permesso di continuare a fare uso di droghe e alcol. Veniva offerto e non imposto, l’aiuto di assistenti sociali, che stessero con loro per aiutarli ad adattarsi alla nuova situazione e ad organizzare la nuova vita. Il modello applicato era quello della riduzione del danno. Il tasso di successo era incredibile: dopo 12 mesi, l’85% dei senzatetto era ancora negli alloggi.

Nel 2005 lo Utah ha approvato un piano decennale e nel 2015, cioè solo dieci anni dopo, i senzatetto abituali sono calati del 91% in tutto lo stato.

Il punto fondamentale del progetto stava nel creare un rapporto di fiducia con le persone assistite. A causa degli abusi subiti per la maggior parte della loro vita, i senzatetto non si fidavano praticamente di nessuno. Gli aghi sterili, i preservativi, e l’assenza di vincoli imposti erano un modo per sviluppare un rapporto di fiducia, cosa essenziale.

Se si vuole che le storie di senzatetto finiscano bene, alla radice dell’aiuto non ci deve essere la pietà, la pena verso le condizioni di vita dell’altro, ma la volontà, il desidero e la disponibilità a collaborare, il rispetto per la vita e per la dignità che tutti hanno.

Così, quando fu il momento di applicarlo in Utah si iniziò con un progetto pilota, come prova, con la costruzione delle prime 100 unità abitative.

Furono selezionati 17 senzatetto, i più problematici, i casi più gravi, i più difficili da gestire. Era il modo migliore per imparare in fretta e far funzionare le cose fin da subito. Ventidue mesi dopo, tutti e 17 erano ancora negli alloggi.

Nei 10 anni successivi furono costruite centinaia di unità abitative, arrivando a una riduzione dei senzatetto cronici dello stato pari al 91%.

Ma chi sono i senzatetto?

Gli uomini della squadra del soccorso medico, che erano sempre in prima linea, riportarono storie come quella delle 8 prostitute che avevano partorito un totale di 31 bambini, poi presi sotto tutela dallo stato. Alcuni dei protettori erano i mariti, o, peggio ancora, i genitori. Queste prostitute, tardo adolescenti, dovevano guadagnare ogni giorno abbastanza denaro per finanziare una dipendenza da eroina da 100 dollari al giorno, le loro spese di sussistenza e il loro sfruttatore. Venivano pagate di più per fare sesso non protetto e questo conduceva, prevedibilmente, a gravidanze. I bambini nati in queste circostanze spesso diventano senzatetto. Non si può vedere qualcuno iniziare la vita in questo modo e dargliene per di più la colpa.

Nessuno cresce pensando: “Voglio diventare un senzatetto”.

I resoconti del progetto parlano di quali siano le difficoltà, per noi incomprensibili, nell’andare a vivere dopo anni, in una casa. Donald, uno dei 17 senza tetto, non accendeva mai il riscaldamento nel suo appartamento nonostante facesse freddo, solo poi capirono che non sapeva come si facesse e gli mostrarono l’uso del termostato. Riscaldava i fagioli nel barattolo sui fornelli, come aveva fatto per molti anni, gli mostrarono l’uso di pentole e padelle.

Anche Keta era una dei senzatetto cronici inclusi nel progetto. Aveva vissuto in strada per più di 20 anni, aveva problemi mentali e aveva una grave dipendenza da alcol. Durante la prima notte che passò nel “suo nuovo appartamento”, mise le sue cose sul letto e dormì per terra. Le tre notti successive dormì accanto al cassonetto vicino al condominio. Con l’aiuto del suo assistente sociale, ritornò nell’appartamento, ma per diverse notti continuò a dormire per terra. Ci vollero più di due settimane perché arrivasse a fidarsi abbastanza da credere che quell’appartamento fosse suo, che nessuno glielo avrebbe portato via e iniziasse così a dormire nel letto. Oggi è del tutto sobria e vive ancora lì.

Tutte le città che hanno aderito al progetto spendono meno in servizi d’emergenza, la diminuzione dei clochard è sorprendente e le condizioni di vita di queste persone sono nettamente migliorate. Storie di senzatetto a lieto fine, o quasi.

Quindi progetti come questo non solo offrono vitto, alloggio e una casa sicura ai senzatetto ma, dopo l’investimento iniziale, fanno pure risparmiare allo stato cifre considerevoli, in servizi e spese pubbliche.

Ma il guadagno umano non si misura in denaro, il guadagno umano è vita: con cosa si misura la vita? Una casa è un buon inizio…

 

Ora che sai perché certe storie di senzatetto finiscono bene, LEGGI ANCHE: Il reddito di cittadinanza c’è già: scopri di più tu, furbo millennial

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