Catalogo dei MILLENNIAL #55: Zlatan Ibrahimović. La tua enciclopedia dei millennial

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10 Novembre 2019
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Chi è Zlatan Ibrahimović, il Mahatma Gandhi del calcio

LUOGO NASCITA Malmö (Svezia)
DATA NASCITA 3 ottobre 1981
SETTORE Sport
NAZIONALITÀ Svedese
MILLENNIAL FACTOR Narcisista, Globale, Arrogante

Chi è

Arrogante, presuntuoso, egocentrico ma nonostante tutto maledettamente simpatico. Zlatan Ibrahimović è la più grande prova vivente di quanto alcuni incensati premi non rappresentino esattamente la realtà delle cose: Ibra sta al Pallone D’Oro come Mahatma Gandhi al Nobel per la Pace. In molti momenti della sua carriera è stato senz’altro il migliore al mondo ma quel Ballon d’Or non lo ha mai vinto, e nemmeno sfiorato.

Una mancanza inspiegabile che non scalfisce per nulla la consapevolezza – sua ma anche dei tifosi – del talento purissimo che ha Zlatan per il calcio. Le sue qualità erano cristalline fin dalla più tenera età. Figlio di una coppia di immigrati jugoslavi, lo svedese a 10 anni esordì in un campionato per 12enni e in soli 45 minuti ribaltò il risultato da 4-0 a 4-8. C’è da credergli, dunque, quando dice: «Non accetto di perdere, non lo accetto proprio. L’ho imparato dalla vita. Per me contano la grinta e l’aggressività, la determinazione e la concentrazione sui propri obiettivi. Io ho la missione di vincere».

Affermazione avvalorata dalla sua lunghissima militanza calcistica – a 38 anni fa sognare ancora i tifosi dei Los Angeles Galaxy – ma ha vinto ovunque: Ajax, Juventus, Inter, Barcellona, Milan, Paris Saint Germain e Manchester United. Tecnica, fantasia, potenza fisica, gol fanno di Ibracadabra un attaccante completo. Ha al suo attivo una serie di record che non fanno altro che confermare che il suo amor proprio da millennial è giustificato.

Celebre il racconto di come scelse di andare all’Ajax a 19 anni. «Arsène Wenger venne a farmi visita a Malmö e mi regalò una maglia dell’Arsenal con il numero 9. Per me fu un momento fantastico: l’Arsenal a quei tempi era una grande squadra. Wenger mi propose di andare a Londra per allenarmi con la squadra e fargli vedere di cosa ero capace. Non ci potevo credere. La mia reazione è stata ‘Assolutamente no, Zlatan non fa provini’».

“Io sono il calcio”, titolo del suo secondo libro è la perfetta sintesi di ciò che Zlatan pensa di sé. Un tema, quello dei libri, sul quale lo svedese vola alto: la sua prima biografia “Io, Ibra” era stata un successo. Tasselli di un puzzle che racconta della grandezza del personaggio, che ovviamente ha già una statua tutta sua davanti allo stadio Malmö, sua città natale. La stessa dove, oltre al pallone, è diventato cintura nera di taekwondo. Un fatto che lo rende orgoglioso.

Come la sua famiglia: i due figli e l’ex modella svedese Helena Seger. Uno spazio privato che protegge anche sui social, dove ama postare video suoi mentre fa freestyle con la palla. Un modo come un altro per promuovere sé stesso e i suoi affari: tra investimenti hi-tech e profumi col suo nome.

Zlatan, che spesso parla di sé in terza persona, in tutta la sua carriera ha ampiamente dimostrato di essere un campione anche in materia di comunicazione. La cima l’ha toccata quando come testimonial per il Programma Alimentare Mondiale dell’ONU si è tatuato temporaneamente addosso i nomi di cinquanta persone per rappresentare simbolicamente chi nel mondo soffre la fame.

«Ovunque vada – ha detto – la gente mi riconosce, mi chiama per nome, fanno il tifo per me. Ma ci sono dei nomi che nessuno si prende cura di ricordare, dei nomi per cui nessuno fa il tifo: sono quelli degli 805 milioni di persone che, oggi, soffrono la fame nel mondo. Ho tifosi che mi sostengono in tutto il mondo. D’ora in avanti, vorrei che questo sostegno andasse alle persone che soffrono la fame, perché sono loro i veri campioni. Così, ogni volta che sentirete pronunciare il mio nome, sarà a loro che dovrete pensare».

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