Instagram senza mi piace: ipotesi di complotti e il curioso caso di Ben Grosser

The Millennialist
2 Agosto 2019
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Fine dei like: Instagram dice di voler togliere l’eccesso di competizione. Ma forse vuole soltanto rendere a pagamento le metriche…

Nel 2012, un artista americano di nome Ben Grosser ha studiato il modo in cui il numero di mi piace sotto un post, il numero di amici o follower che una persona accumula siano in grado di cambiare l’esperienza di utilizzo di piattaforme di social media come Facebook, Twitter, Instagram e YouTube.

L’opinione che ne ha ricavato è che quei numeri, noti agli utenti più sgamati come metriche, influiscono sul nostro comportamento online in modi più profondi e più insidiosi di quanto pensiamo. La sintesi è, sembra di capire da Grosser, che tutti staremmo molto meglio senza queste metriche.

Sette anni dopo, in un’era diversa per i social media, l’era che introduce i test su Instagram senza mi piace, i Big Tech iniziano a sperimentare ciò che Grosser aveva battezzato demisurazione.

E se Twitter ha lanciato un’app beta in cui i thread di risposta non mostrano più il numero di Mi piace, Retweet, e risposte su ogni tweet, a meno che non lo si chieda specificamente. Instagram ha rilasciato un test che nasconde il numero di Mi piace e visualizzazioni dei video su ogni post.

Certo, tutti possono continuare a vedere quante persone hanno apprezzato i singoli post, ma è inibita qualsiasi possibilità di confrontare i numeri sul tuo selfie da spiaggia con quelli del tuo amico o concorrente.

YouTube a maggio ha deciso di sostituire i conteggi degli abbonati visibili in tempo reale sui canali con cifre spannometriche, per ridurre l’ossessione e la quantofrenia dei millennial.

Vero è che tra le ipotesi più pop c’è il risentimento di Mark Zuckerberg per la migliore performance di Instagram rispetto alla sua creatura Facebook. Non è credibile un’azione di questo tipo per così futili motivi.

Un po’ più credibile l’idea che la gratuità delle metriche rappresenti una perdita per i social network. Chi ci fa business da anni, non può certo rinunciare a mostrare i risultati delle campagne adv ai propri clienti.

Chissà, qualunque sia il motivo di un test su Instagram senza mi piace, le idee di Grosser sono state improvvisamente rivalutate. Inizialmente considerate come punitive nei confronti di chi aveva lavorato duro per ottenere certi numeri, queste teorie furono snobbate. Chi aveva i numeri,  in sostanza, se li era “meritati” ed era giusto che ci facesse sopra un business.

Oggi però hanno cominciato a convincere i critici della tecnologia e, a quanto pare, sono state riconosciute anche della stampa mainstream.

I CEO di Twitter e Instagram hanno espresso argomentazioni che ricordano Grosser: per loro la rilevanza visiva del numero di like e follower stava portando le persone a distorcere il senso della condivisione e a trattare le piattaforme come un luogo di competizione. D’accordo con loro si sono detti anche personaggi come Kanye West.

Certo, tra i magnati della Silicon Valley nessuno ha riconosciuto niente al povero Grosser pur avendo sfruttato il suo pensiero. Chiamato al telefono da Medium, Grosser ha detto di essere certamente sorpreso dal fatto che le sue teorie siano diventate parte del sentire comune su questo argomento.

Del resto non è la prima volta che un visionario, un anticipatore critico della tecnologia è ignorato per decenni, per poi improvvisamente diventare utile e funzionale a quegli imprenditori che prima lo avevano ignorato.

Grosser non si era limitato soltanto alle critiche e visto che oltre a essere un artista, è anche un programmatore, sette anni fa si era reso conto del potenziale dirompente sulle personalità umane che Fb avrebbe avuto. Si sentiva ossessionato da quei numeri e si chiedeva perché stesse provando quei sentimenti, e a chi erano utili quei sentimenti.

Così ha sviluppato un’estensione del browser di nome Facebook Demetricator, che cancellava tutte le metriche visibili dal sito.

Di certo non aveva idea che sarebbe diventato famoso sette anni dopo.
Finito sullo store di Google nel 2014, il Demetricator  ha goduto di buone recensioni. E nonostante l’idea che avere Facebook e Instagram senza mi piace e cuoricini fosse percepito come andare all’October Fest senza bere nemmeno una birra piccola, giornali come l’Atlantic lo avevano preso piuttosto sul serio.

Facebook for Unpopular People fu uno dei titoli di giornale più ficcanti, ma non c’erano sfottò. Alcuni dei più influenti filosofi della tecnologia, tra cui Danah Boyd della New York University si unirono al plauso.

Nel 2016, Grosser però ha capito che che il suo demisuratore aveva infastidito Facebook. Lo capì perché era stato rimosso dallo store di Google. Fece delle ricerche e si convinse che la rimozione era stata richiesta da Facebook.

A seguito di varie pressioni con la Electronic Frontier Foundation, Google, che gestisce il web store alla fine ripristinò l’estensione del browser.

Meglio tardi che mai.

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