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La Gen Z nel mondo digitale secondo Telefono Azzurro

22 Marzo 2023
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A febbraio è stato presentato il report “Tra realtà e metaverso. Adolescenti e genitori nel mondo digitale”, che offre uno spaccato interessante (e preoccupante) sulle abitudini social della Gen Z in Italia. Il report è stato elaborato da Telefono Azzurro in collaborazione con Doxa Kids. Vediamo come se la cava con la tecnologia questa generazione che guarda alla musica del passato.

La Gen Z e il tempo che passa online

L’analisi è stata condotta su di un campione di 804 genitori e 815 giovani di età compresa tra i 12 e i 18 anni. Le tematiche analizzate nello specifico sono state quelle della condivisione di dati e privacy, della salute mentale e del gaming. Ma quanto tempo passano i giovani su chat e social? Una parte della giornata veramente importante: il 50% del campione preso in esame passa dalle due alle tre ore al giorno online, con un aumento di 7 punti rispetto al 2018 (quando era il 43%). A questo va ad aggiungersi un 14% che passa dalle quattro alle sei ore al giorno online, un 4% più di sei ore e un 3% “sempre connesso”.

Maschi contro femmine? Non proprio: il 44% dei maschi afferma di essere connesso dalle due alle tre ore al giorno e il 24% un’ora al giorno. Le femmine si discostano di poco da queste percentuali, dato che per il 55% rientra nella prima casistica e il 17% nella seconda. 

Cosa fa la Gen Z online

Il 93% degli intervistati guarda i contenuti degli amici sui social, nella maggior parte ragazze. L’80% cerca e guarda contenuti di personaggi famosi (inclusi quelli sportivi) e il 76% rientra nel giro degli influencer. Ma c’è anche chi usa i social per leggere le notizie e in questo caso sono più che altro ragazze (il 71%), mentre il 66% del campione totale posta contenuti e il 63% guarda quelli “brandizzati”. Naturalmente lo smartphone la fa da padrone, con il 93% dei ciofani che strimpella sul touchscreen in luogo della tastiera. Date queste edificanti attività sui social, non stupisce la preoccupazione, condivisa anche dai genitori, sugli effetti negativi che possono nascere da un’eccessiva esposizione agli schermi retroilluminati (lo sapevate che fanno male, vero?).

Di cosa ha paura navigando

La maggior parte degli intervistati ha paura degli adescamenti online. Il 65% dei ragazzi, infatti, ha questo timore, una percentuale che sale al 70% nel caso del solo genere femminile e degli utenti più piccoli, quelli tra i 12 e i 14 anni. Il 57% degli intervistati ha indicato come rischio il bullismo, il 54% l’oversharing di dati personali (se non sapete cos’è siete proprio dei Millennial, se ne parla da quasi 20 anni…), il 53% la visione di contenuti violenti. C’è poi un 36% di ragazzi preoccupati dall’invio di contenuti di cui ci si potrebbe pentire, un 19% dalle spese eccessive e un 14% dal gioco d’azzardo.

Cosa si trova davanti navigando

E queste preoccupazioni sembrano riflettere quello che appare alla Gen Z online. Il 48% degli utenti dichiara di essersi trovato di fronte a contenuti poco appropriati (il 53% se si considerano i ragazzi più grandi, dai 15 ai 18 anni), mentre il 25% è stato turbato dalla visione di questi contenuti. Nel 68% dei casi i contenuti più diffusi sono di tipo violento, seguiti immediatamente dopo da quelli pornografici e da quelli sessualmente espliciti (il 59% per entrambi), dai contenuti a carattere discriminatorio o razzista (il 48%) e da quelli riguardanti il suicidio e l’autolesionismo (il 40%). Chiudono questa triste classifica i contenuti inneggianti l’anoressia e la bulimia (il 30%) e il gioco d’azzardo (27%).

Leggere queste casistiche mostra un lato veramente spietato della rete e l’apparente mancanza di filtri. Ma siamo sicuri che le principali responsabili, ovvero le piattaforme social, facciano tutto il possibile? TikTok pare proprio dirci di no.

Interessante infine il dato sulla condivisione di queste preoccupazioni con i genitori. Il 19% segnala di aver accolto, in passato, confidenze dei propri figli, mentre il 49% ritiene che se ci fosse un problema i ragazzi ne parlerebbero con loro. Non sono stati registrati però episodi di questo tipo e questo mi fa pensare che, ancora una volta, la barriera intergenerazionale sia molto solida, soprattutto nel caso di nativi digitali vs nativi analogici. Insomma, da “Papà mi aiuti a sistemare la catena della bici” a “Papà, aiutami a capire se questo è phishing”, il passo è ancora lungo.

Il timore per la privacy e la condivisione dei dati

Il timore per la diffusione e l’utilizzo senza consenso dei dati personali attanaglia più del 70% della Gen Z. Questo pare in contrasto con la generale apatia con cui i nostri ciofani sembrano approcciarsi alla sicurezza sul web, che sembrerebbe un misto tra consumata sicumera ed evitabile sbadataggine. Un esempio? Secondo una recente ricerca di EY, il 58% degli utenti della Gen Z che lavora già ignora la sicurezza e gli aggiornamenti IT sui propri computer di lavoro (contro il 15% dei Boomer) e il 30% dichiara di riutilizzare le password private sugli account aziendali. Quindi occhio a criticare la data di nascita del papà come password… 

Tornando però al report di Telefono Azzurro, un dato interessante riguarda la procedura di age verification sui social media, siti e app. Secondo la Gen Z, in media, dovrebbe essere 15 anni, secondo i loro genitori 16. La cosa bella è che l’Italia, in seguito al recepimento della normativa europea, l’ha impostata a 14 anni, quindi siamo l’unico caso di persone che richiedono più restrizioni del loro stesso Stato. L’age verification è vista dal 70% degli adolescenti come molto utile per evitare situazioni rischiose, dal 65% come un modo per non compiere azioni senza pensare alle conseguenze e dal 61% per evitare contenuti inappropriati.

La salute mentale

Tema scottante e mai veramente affrontato, quello della salute mentale dei giovani always on nel mondo digitale diventa una preoccupazione per i giovani stessi. Il 27% degli intervistati dichiara di sentirsi ansioso o agitato senza l’utilizzo dei social, mentre il 22% si sente completamente perso senza lo scrolling compulsivo, con un +10% rispetto alla rilevazione del 2018. Rispetto a quell’anno, inoltre, si dimezza la percentuale di ragazzi che sostengono che la lontananza dai social “non faccia alcun effetto”.

Il 53% degli intervistati ha provato sentimenti spiacevoli per i contenuti sui social, come l’invidia per la vita degli altri (24%), il senso di inadeguatezza (21%), il sentirsi diversi (18%) o omologati (10%). Spazio anche per il senso di solitudine (12%) o addirittura rabbia per le vite altrui (9%).

Il gaming

L’ultimo aspetto preso in esame riguarda l’annosa tematica del gaming. Se noi veniamo dalla generazione di consolle pixellose e Game Boy pesanti una tonnellata con consumo di pile proibitivo, oggi i problemi sono altri. Ed emergono considerazioni interessanti. Il 35% dei giovani, in prevalenza maschi, ritiene che il gaming possa essere utile nel creare un clima positivo in classe, mentre il 27% lo considera utile per l’insegnamento delle materie scolastiche e la stessa percentuale lo vede applicabile alla pratica sportiva. Funzione positiva anche per il 25% che ritiene il gaming utile per affrontare le difficoltà psicologiche e il 15% che lo considera importante per la salute mentale in generale. Importante anche la visione del gaming come matrice relazionale: il 36% dichiara di aver conosciute persone nuove mentre giocava.

Passando però ai lati negativi, emergono molti episodi legati a fenomeni di esclusione o discriminazione. L’11% dei giovani dichiara di aver preso le difese di qualcuno, la stessa percentuale ammette di aver preso in giro qualcuno, il 10% si è sentito preso in giro, l’8% escluso e il 6% di aver assistito a episodi disagevoli. Altri aspetti negativi sono legati alla perdita della cognizione del tempo (32%), alla dipendenza (13%), al senso di protezione verso il mondo esterno (11%) o addirittura di isolamento (8%). Un rovescio della medaglia che dimostra, ancora una volta, l’importanza di una corretta informazione, ma soprattutto di un senso della misura nell’utilizzo delle piattaforme di gaming (e anche social).

Conclusioni (personali)

Cosa emerge da tutti questi dati? A mio parere un mucchio di informazioni che vanno prese seriamente. Quello che preoccupa di più è forse il fatto che siamo di fronte a una nuova frontiera. Le generazioni fully digital sono ora pienamente esposte alle opportunità, ma anche ai pericoli della rete. Le difficoltà di comprensione tra queste generazioni e le precedenti rischia di creare un vuoto non solo normativo, ma soprattutto di elaborazione dei rischi, con effetti che si vedranno solo nel tempo. Nel mentre ci si può solo provare ad adattare. Magari senza continuare a ripetere “ai miei tempi non c’erano queste cose”, trasformandolo in un “visto che ne sai più di me, adesso me lo spieghi”. Non è mai troppo tardi per tornare a scuola.

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