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Il robot che dovrà ricostruire gli affreschi di Pompei

22 Dicembre 2021
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Immaginate di avere un puzzle con 10mila pezzi ma nessuna immagine sulla scatola. Ecco la sfida che il robot di RePair dovrà affrontare.

Effettivamente non esiste nemmeno una scatola, perché è andata distrutta quasi duemila anni fa in un’eruzione vulcanica in cui il Vesuvio ha sepolto storia, persone e arte (79 d.C.). Questo immenso puzzle è fatto di pezzi mancanti, dettagli frammentati e disegni ormai sbiaditi e quasi irriconoscibili. Il robot di RePAIR dovrà davvero mettercela tutta.

Per chi ha visitato Pompei non è una novità, i pochi affreschi rimasti sono stati già stati restaurati, e quelli mancanti sono rimpiazzati da disegni fatti a computer con grafiche. Ecco, i disegni che coloravano la città di Pompei sono oggi frammenti danneggiati, irregolari e pure un po’ bruttini. Come si risolve questo immenso rompicapo?

Gli scienziati dell’Istituto italiano di tecnologia (Iit) hanno un piano: far ricostruire i disegni a un robot

Il progetto, tanto ambizioso quanto geniale, si chiama RePAIR (Ahah), cioè Reconstructing the Past: Artificial Intelligence and Robotics meet Cultural Heritage. L’idea mette insieme robotica, intelligenza artificiale e archeologia per ricostruire i meravigliosi affreschi che decoravano la città di Pompei ma non solo. Lo step successivo sarà quello di ricongiungere le caratteristiche architettoniche della città che altrimenti rimarrebbero incomplete o del tutto mancanti.

E perché lo facciamo fare a un robot? Semplice. Perché lo fa meglio, impiega meno energia e meno tempo. Nei primi mesi del 2022 i ricercatori costruiranno questo umanoide, lo addestreranno e lo metteranno all’opera di fronte a due edifici dai murali rovinati. Il primo edificio è relativamente più semplice, perché già conosciamo quale affresco vi stava sopra, e quindi si tratta per il robot di scavare nella propria memoria digitale per dipingere. Si tratta della Schola Armaturarum, la sede militare in via dell’Abbondanza, la strada principale di Pompei, dove i membri pianificavano attività militari e battaglie tra gladiatori.

Ma il secondo è lo scoglio più complesso: non abbiamo idea di quali fossero gli affreschi che lo decoravano. Sono due stanze crollate nella Casa dei pittori al lavoro. Questo edificio è chiamato così perché gli artigiani vi stavano dipingendo degli affreschi quando il Vesuvio eruttò. I frammenti del disegno sono rimasti nei magazzini per decenni in attesa che qualcuno li rimettesse insieme. E qui il robot dovrà davvero dimostrare di essere più di quel che ci aspettiamo, e non solo di essere abile e capace, ma di avere anche fantasia e ingegno.

RePAIR fra dubbi e speranze

La direttrice dell’Iit Arianna Traviglia nutre in questo progetto tanta speranza quanta perplessità. Ammette lei stessa che il tutto è un esperimento e, in quanto tale, potrebbe fallire. L’intero progetto è sostenuto da finanziamenti per 3 milioni di euro assegnati da un fondo della Commissione Europea che sostiene iniziative da loro stessi definite come “rischiose ma potenzialmente innovative“. Se questo progetto avrà successo la tecnologia sarà usata per ricostruire affreschi, manufatti e opere d’arte in tutto il globo.

Come è fatto il robot di RePAIR

Il robot umanoide è composto da un torso e da braccia. Nell’effettivo, assomiglia un po’ a un umano affetto da nanismo e con le braccia lunghissime: le sue estremità saranno di circa 100 centimetri e avrà un peso fra i 25 e i 30 chili. Come per noi, le braccia saranno collegate alle mani attraverso polsi e articolazioni. Ma le mani saranno molto accurate: dovranno afferrare, orientare, spostare e raccogliere frammenti di varie dimensioni con estrema cura. Come guanti morbidi dotati di intelligenza artificiale e sensori tattili.

Il robot sarà poi montato su un banco di lavoro e avrà libertà di movimento, così che possa spostarsi con facilità fra un’area di lavoro e un’altra. Una volta installate, le mani afferrano i pezzi, li scansionano in 3D e inviano i dati all’intelligenza artificiale che dovrà trovare le corrispondenze virtuali. Una volta trovate, l’input torna al robot e quest’ultimo dovrà assemblare i pezzi secondo lo schema prestabilito.

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