Il dubbio dei millennial a 40 anni: la tecnologia ci farà stare meglio?

5 Agosto 2022
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Telemedicina, prevenzione e… rimanere umani. Pubblichiamo il pensiero di un imprenditore tecnologico che svela dubbi, paure e soluzioni all’ansia millennial da invecchiamento

Scovare un bisogno, trasportarlo su se stessi, proiettarlo nei prossimi dieci anni e capire che cosa puoi fare per offrire soluzioni innovative. Questo è lo sforzo che un imprenditore dovrebbe fare ogni santo giorno. (dalla newsletter di Gianluca Busi)

L’attualità ci mostra spunti. Uno dei più interessanti riguarda la qualità dell’assistenza sanitaria ma soprattutto la prevenzione. È un settore che secondo le ricerche si rivelerà chiave per gli investimenti nei prossimi anni.

Pensiamo di essere invincibili quando siamo nel pieno della salute e ci sembra che i problemi siano sempre degli altri. Ma proprio questo atteggiamento rischia di non farci vedere grandi opportunità. Per il nostro business, certo, ma anche per la nostra vita, quella della nostra impresa e quella della comunità.

Il World Economic Forum ha recentemente mostrato dei dati che la maggior parte dei media hanno presentato come disastrosi per il futuro dell’umanità. In pochi hanno sottolineato quanto invece siano la più grande sfida per chi fa innovazione:

«A causa del calo della fertilità e dall’aumento dell’aspettativa di vita, la popolazione globale di età pari o superiore a 60 anni sta crescendo rapidamente e si stima che raggiungerà oltre 1,6 miliardi di persone entro il 2050», si legge sul rapporto.

Ebbene, mi ci è voluto qualche minuto per rendermi conto, essendo oggi un poco più di un quarantenne, che dentro a quel miliardo e mezzo di persone ci sarei stato anch’io. O per lo meno questo è quello che mi auguro e che ci auguriamo tutti, ossia di poter godere di una buona e sana vecchiaia.

Il Forum indica però anche delle strade tecnologiche che tendiamo sempre a pensare come migliorative nell’età che abbiamo in quel momento. L’intelligenza artificiale, per esempio, se la guardiamo con occhi “anziani” è davvero formidabile.

Tecnologia e salute: trasferire ai robot il rischio di farsi male

Quanti malanni e acciacchi potremo prevenire grazie a consulti medici immediati a distanza? Quante azioni a rischio della classica frattura dell’anca potremo demandare ai robot assistenziali, quanto potrà aumentare la tempestività degli interventi grazie ai dispositivi ad attivazione vocale?

Parliamo di auto che si guidano da sole e che potranno supplire ai deficit fisici tipici dell’invecchiamento, come la vista e la prontezza di riflessi, di app che rendono semplici le operazioni burocratiche e ci evitano di andare agli sportelli pubblici. O che monitoreranno, meglio di quanto stiano già facendo, i nostri parametri vitali. Lo stesso faranno sempre di più anche i cosiddetti dispositivi wearable, “indossabili”, come orologi, bracciali, occhiali e abbigliamento che ospitano chip e sensori in grado di darci informazioni utili per non avere brutte sorprese.

Se anche voi, come me, li avete sempre considerati come bacchette magiche utili in palestra, in viaggio, in famiglia per monitorare i rischi dei nostri ragazzi, dovreste prendere in considerazione che ciò che vi appare sotto una luce giocosa oggi, domani potrebbe salvarvi la vita.

Agenda per una tecnologia al servizio della salute

Bisogna imparare a vagliare attentamente tutte le implicazioni di privacy, consenso, sicurezza, protezione dei dati sensibili, tutte tematiche ben presenti a chi lavora nelle cliniche più tecnologicamente avanzate che mettono al centro l’uomo.

Infine poiché nessun uomo è un’isola, la tecnologia realizzata per un benessere anti invecchiamento può e deve affrontare anche il tema dell’isolamento sociale. I dati post pandemia hanno dimostrato che i reparti ospedalieri che hanno agevolato attraverso ipad dedicati e costantemente sterilizzati, le comunicazioni con le famiglie degli affetti da Covid (per esempio il Fatebenefratelli di Milano) hanno ottenuto effetti positivi sulla velocità di ripresa dei malati.

C’è molto da fare. Ma è un impegno che vale la pena prendersi.

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