Quando e perché si può dire negro? Lo stato dell’arte tra i millennial italiani

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7 Novembre 2017
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Si può dire negro? O meglio, gli italiani possono dire quella parola che gli statunitensi chiamano “N-Word”? In teoria sì, così come possono farlo gli americani, gli eschimesi e gli australiani. Ma gli viene vietato di farlo dal buongusto, dalle convenzioni sociali, dalla Storia. Che sia davvero la censura l’arma più efficace contro il razzismo?

Qualche settimana fa la ex partecipante ad XFactor, Roshelle, esibendosi in una cover di “Bodak Yellow” di Cardi B, ha pronunciato la parola, presente nel testo durante un suo spettacolo. La mia non è una risposta o una provocazione all’articolo di Vice Italia. Parto dagli stessi dati ma adotto un punto di vista diverso. Vorrei andare oltre il discorso musicale.

C’è una scena fondamentale, da pelle d’oca, che inquadra bene il problema del “si può dire negro”. E’ una scena della serie Dear white people prodotta da Netflix. Festa universitaria. In sottofondo c’è un pezzo di Future, Trap Nigga. Un ragazzo bianco, cantando il testo, ripete spesso “nigga”. L’amico afroamericano Reggie gli chiede di smettere. Prontamente, il bianco risponde “but it’s not like i am racist”. E lo spettatore resta lì a pensare: “io posso dire nigga/negro?”.

In Italia abbiamo seri problemi sull’argomento musica e termini che si possono utilizzare nei testi. Rapper vengono querelati e denunciati, non chiamati al festival del 1° maggio solo per quello che scrivono nelle canzoni. Vengono presi sul serio, certo, peccato che non venga preso altrettanto sul serio il contesto. Come se Jacques-Louis David, nel 1794, dipingendo Le sabine volesse incitare allo stupro o i film horror invitassero a uccidere con la motosega.

L’espressione artistica non viene capita, Malammore (Fabio De Caro) in Gomorra uccide in una scena una bambina. Il pubblico ha riempito di insulti l’attore e voleva linciarlo. L’italiano non distingue la realtà dalla finzione, odia quando dei tabù e delle cose reali gli vengono mostrate, fa finta di sapere che non esistono.

Quindi, al di là del discorso artistico, rapportando la celebre parola ai contesti quotidiani dei millennil, si può dire negro o no?

Anche sulla censura delle parole gli italiani sono maestri. Pensiamo alle bestemmie, le classiche espressioni censurate. Ok, le bestemmie sono, per loro natura, un’offesa, la violenza è implicita. Ma se domani il papa si alzasse e iniziasse a bestemmiare, durante l’omelia, su Twitter, per tutta la settimana, arrivati al weekend successivo forse nessuno bestemmierebbe più. La parola perderebbe di efficacia. La violenza di cui è carica si svuoterebbe di potere e di fascino. Le parole acquisiscono forza, magia, con la segretezza, la proibizione, la censura. Al contrario, pensiamo alla parola amore. Ripropostaci in tutte le salse, ha finito per essere una parola banale.

 

E’ proprio “la repressione di una parola quella che le dà violenza”. Questa frase, chiave per comprendere il mio articolo si trova in una scena del film Lenny, 1974, dove il comico Lenny Bruce, interpretato da Dustin Hoffman, inizia a chiamare negri tutti i neri in platea. Se teniamo in catene una parola che ricorda la schiavitù non la libereremo mai della sua violenza.

 

Tornando in Italia, abbiamo anche la parola terrone che è comunque dispregiativa. Sicuramente i “terroni” sono un discorso a parte e magari è un termine “superato” ma come ripeteva una barzelletta: “Perché gli americani hanno i negri e gli italiani i terroni? Perché gli americani hanno scelto per primi”.

In questo articolo non parlo di razzismo e non dico che non esiste, vedi Lil Wayne. Non sono Logic, cresciuto come unico bianco in una famiglia nera ma credo che caricare una parola di violenza non sia utile a nessuno. Reprimerla gli darà solo più forza quando esploderà e sì, esploderà.

Se non parliamo di queste cose, per paura di essere scorretti, non ce ne libereremo mai.

 

Sono cresciuto andando a delle serate dove un cantante, nero, salendo sul palco, durante gli intermezzi o i ritornelli faceva cantare al pubblico, a quasi totalità bianca, “evviva i negri – evviva i negri” senza tanta ipocrisia.

 

Un ultimo appello a tutti i millennial, una volta negli Stati Uniti ho fatto presente che noi usiamo dire “di colore” o “P.O.C.”. È la cosa più stupida e razzista che voi possiate dire, miei cari bigotti che “si può dire negro? Mai e poi mai”.

Sarebbe bello sapere cosa pensano gli autori di Griot (http://griotmag.com/it/=) o Afro italian suol (http://www.afroitaliansouls.it) di tutto questo, per avere il punto di vista di italiani di origine africana sull’argomento.

A proposito di XFactor e cover, LEGGI ANCHE:

https://themillennial.it/cultura/tv/perche-i-talent-show-non-sono-arte/

Referenze:

Lil Wayne sul razzismo

https://www.youtube.com/watch?v=4hxX5IlCjrs

https://www.youtube.com/watch?v=-PBf_H3z63A

 

Logic agli MTV VMAs 2017 con Alessia Cara & Khalid:

https://www.youtube.com/watch?v=_Ju6Q8Azcmg

 

Approfondimento musicale sul tema afroitaliani

Tommy Kuti – #Afroitaliano

https://www.youtube.com/watch?v=C-WhDMUmYMc&feature=youtu.be

Cecile – Negra (sanremo 2016)

https://www.youtube.com/watch?v=I1WJwpsI8XE

 

Approfondimento comico come un bianco dice ad un nero “nigga”:

https://www.youtube.com/watch?v=G39AJrNlWw4

 

Articolo di Noisey

https://noisey.vice.com/it/article/3kajp8/roshelle-cover-bodak-yellow