Differenze tra cyberbullismo e bullismo: nel web si causa agli altri meno dolore?

18 novembre 2018
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“Cyber” è la radice linguistica di tutto ciò che cresce nel campo del web. Tra queste piante ce n’è una dalle foglie particolarmente amare, cyberbullismo: tema molto delicato e molto attuale. Ma che cosa lo distingue, da un punto di vista sociologico e psicologico, dal suo padre analogico? Qual è la differenza essenziale tra cyberbullismo e bullismo?

 

Per parlare di cyberbullismo e bullismo è innanzi tutto necessario che siano riconosciuti due differenti ruoli: quello del bullo, che mette in atto comportamenti aggressivi e vessatori nei confronti di una persona; e quello della vittima, che ne subisce le conseguenze. È importante però non dimenticare un altro ruolo, fondamentale, quello giocato da chi osserva senza intervenire, contribuendo indirettamente alla promozione di tali gesti: è difficile che si inneschi la dinamica del bullismo in assenza di spettatori. Anche la dimensione temporale rientra nella definizione: gli atti fatti o subiti, devono essere reiterati nel corso del tempo.

I comportamenti aggressivi possono essere di diversa natura, limitarsi all’atto verbale o passare a quello fisico. Anche la violenza relazionale, che può sfociare nella diffamazione o provocare l’isolamento della vittima, rientra nei comportamenti bullizzanti.

 

 

Di certo il bullismo non è un fenomeno recente, né interessa solo i Millennial. Piuttosto, riguarda noi Millennial da un punto di vista storico-temporale per la nascita di un altro fenomeno, direttamente legato al bullismo. Mi riferisco al cyberbullismo, termine coniato nel 2002 dall’educatore canadese B. Belsey. Altro non è che la diffusione virtuale del fenomeno, che quindi si propaga più in fretta e, in potenza, può colpire chiunque in qualsiasi momento della giornata.

Come per ogni cosa, l’utilizzo smodato del web è pericoloso: mail, chat, blog e social network diventano mezzi, facilmente accessibili da tutti e poco controllati, per mandare messaggi vessatori, insulti e minacce alle vittime designate. Un pubblico, potenzialmente molto più ampio di quello in carne e ossa, che può a sua volta diffondere contenuti vessatori e umilianti con un semplice click. Inoltre, se gli atteggiamenti bullizzanti possono essere riconducibili alle tre grandi categorie di cui sopra, con l’online i modi per attaccare le vittime si moltiplicano. Nei primi anni del 2000, Willard identifica otto categorie di comportamenti aggressivi: dagli insulti alla diffusione di fotografie o informazioni personali fino al furto di nickname, password…e identità.

Quel che si potrebbe pensare è che il bullismo, comprendendo atti violenti anche fisici, sia sempre più pericoloso di quello online. In realtà sul web agisce una deresponsabilizzazione diffusa: c’è meno empatia. Al contempo, se in uno scontro vis a vis la vittima riesce ad avere comunque una forma di controllo spazio-temporale su ciò che sta accadendo, lo stesso non può fare con un attacco dal web, dove a volte rimane addirittura ignota l’identità del bullo: così la vittima è ancora più vulnerabile. Sente i colpi arrivare, e fanno male, ma non li vede partire.

Il MIUR (Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca) ha stabilito chiare linee guida per definire cyberbullismo e bullismo, e ha attivato un indirizzo di posta (bullismo@istruzione.it) per segnalare i casi relativi ai due fenomeni. Come dire: non assistete, segnalate!

 

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