The Millennial

Giovani promesse o venerati maestri, dove sta andando il calcio italiano?

Mentre le Coppe Europee di calcio si confermano un feudo quasi esclusivamente inglese, in Italia ci si esalta per il ritorno di Mourinho, reduce da due esoneri consecutivi in Premier League.

Come sempre il tempo dirà se la scelta della Roma sarà stata giusta o no, se sarà stata soprattutto un’operazione dal forte impatto mediatico e l’ennesima conferma che il campionato italiano è ormai periferico e marginale rispetto alle altre leghe.

José Mário dos Santos Mourinho Félix tornerà ad essere the special one o si confermerà the sacked one? In questo momento è facile presupporre abbia un grande avvenire dietro le spalle e che dopo due licenziamenti (Manchester United e Tottenham), abbia scelto la Roma per svernare e garantirsi una sorta di “buen ritiro calcistico”, nel quale non avrà molto da perdere.

I vecchi calciatori scelgono l’Italia

Nel caso, sarà comunque in buona compagnia: molti calciatori da anni scelgono l’Italia per l’ultima o penultima fase della loro carriera. Ronaldo è ovviamente un caso parte, vale tanto quanto Lebron James nella NBA, ma come non restare perplessi di fronte al rinnovo del Milan per Zlatan Ibrahimovic (40 anni ad ottobre) e alla presenza di Frank Ribéry e Fabio Quagliarella (classe 1983) e Rodrigo Palacio (39 anni)?

Senza ovviamente dimenticare Gigi Buffon, assai intenzionato a proseguire anche la prossima stagione: il 28 gennaio compirà 44 anni. Abbiamo già affrontato la questione dei grandi vecchi che non vogliono mollare, questa volta il quesito è un altro: perché in Italia i giovani non trovano adeguato spazio in Serie A? Facciamo un passo indietro.

I giovani calciatori che in Italia non hanno fiducia

Nel 2018 Massimiliano Allegri, all’epoca allenatore della Juventus, esalta pubblicamente il centrocampista Nicolò Fagioli del 2001. Non molto dopo Pep Guardiola, attuale allenatore del Manchester City, battezza così il 2000 Phil Foden: «È il più grande talento che abbia mai visto, da calciatore e da allenatore». Per chi ha allenato Lionel Messi trattasi di un endorsement non da poco.

Nel 2021: Foden è in finale di Champions League ed è destinato con Holland a Mbappè a dominare il calcio che verrà. Fagioli ha fatto giusto qualche comparsata di pochi minuti tra Coppa Italia e Serie A, disperso come la Juventus, che si avvia a completare la stagione più negativa dell’ultimo decennio.

Un altro esempio? Quanti sanno che Bruno Fernandes, il portoghese indiscusso punto fermo del Manchester United ha militato in Italia dal 2013 al 2017? Bravo il Novara a prenderlo per 40mila euro, come riporta il sempre preciso sito Transfertmark, bravi dal punto di vista contabile Udinese e Sampdoria a ricavarne plusvalenze, molto meno però dello Sporting Lisbona, dove è arrivato nel 2017 con un valore di mercato di 7 milioni e mezzo, per poi essere venduto allo United con un valore di ben 60 milioni.   

In Italia, in Serie A, manca il coraggio verso i giovani

Le attenuanti non mancano: di sicuro Premier League, Liga e Bundesliga e forse anche Ligue 1 sono più strutturate e più appetibili della Serie A, per sponsor, stadi, merchandising, pubblico, dirigenze e soprattutto diritti tv. Il campionato italiano è senz’altro visto come un sicuro approdo per chi ha già speso gran parte della propria carriera, sempre meno da un giovane che voglia affermarsi, per poi comunque andare all’estero.

Che cosa manca? È molto semplice: non tanto il coraggio di schierare i giovanissimi, quanto quello di farli giocare da titolari, farli sbagliare e quindi farli crescere. In Italia non si è soltanto schiavi del risultato – concetto in sé non disdicevole, anzi – ma soprattutto si è troppo condizionati dalle singole partite. Basta un pareggio casalingo e allenatori e dirigenze si rifugiano nell’usato sicuro, in quanto tale affidabile ma che comunque non avrà più stimoli ed energie per battersela con i più giovani.

Calciatori vecchi uguale a crisi del pallone?

Più giovani che poi nelle Coppe Europee volano e soprattutto fanno viaggiare il pallone a velocità ormai sconosciute alle squadre di casa nostra: l’ultima Coppa Europea vinta da una squadra italiana è del 2010, anno nel quale la nostra nazionale ha partecipato ai Mondiali senza passare il primo turno, fallimento che fu ripetuto nel 2014, prima del disastro epocale del 2018, quando l’Italia nemmeno si qualificò alla fase finale.

Parafrasando come amiamo spesso fare l’aforisma di turno, questa volta ci appelliamo a uno dei più memorabili di Alberto Arbasino. Per Arbasino la vita e le carriere si dipanavano in tre fasi: brillante promessa, solito stronzo e venerato maestro: in Italia non mancherebbero le promesse. Di maestri ce ne sono anche troppi. 

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