A Sanremo la musica è sempre l’ultima cosa che conta?

11 Febbraio 2023
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Non si sfugge a Sanremo: chi lo segue dal primo all’ultimo minuto, chi lo snobba ma poi lo commenta da mane a sera sui social, chi non si schiera anche se lo vorrebbe tanto. Parafrasando Nanni Moretti, ci si nota di più se non lo si segue o se lo si segue restando in disparte?

La premessa è doverosa: il Festival di Sanremo è un prodotto ad uso e consumo della televisione, capace di ottenere tutte le sere un’audience tra il 60% ed il 70% e di portare in dote alla Rai 50 milioni di euro. Amadeus come direttore artistico e nel ruolo di bravo presentatore di arboriana memoria è semplicemente perfetto. Per quello che serve, il Festival del Sanremo va benissimo così. La durata? Complicato accontentare case discografiche e tutto il carrozzone che gira intorno, pubblicità da spalmare durante ogni serata e tutto il resto. Quindi ci si deve sorbire 28 concorrenti per cinque serate di fila e andare avanti sino a notte fonda.

Un cast che ha mischiato di tutto

Il cast di quest’anno ha mischiato di tutto: evergreen, nuove leve trap e reunion; come dopo le elezioni politiche anche l’ultimo classificato racconterà comunque di aver vinto. Fioccheranno per tutti dischi d’oro, di platino, di vibranio, tour sold out, date raddoppiate, interviste e passaggi radio come se non ci fosse un domani, un meccanismo perfetto per un mercato musicale periferico e provinciale come quello italiano. Ormai gran parte delle canzoni italiane sono come la memoria del pesce rosso: durano pochi istanti.

Tutto quanto faccia notizia

Ecco perché poi le esternazioni extra-canore a Sanremo diventano predominanti, si ricorre ad inutili e banali monologhi, si cerca sempre di alternare il basso e l’alto, di rivolgersi al colto e all’inclita, sempre e comunque salmodianti, sempre all’insegna del politicamente corretto e di intermezzi comici mai così loffi come quest’anno. Fiorello? Anche basta. Andiamo oltre: non importa se fosse preparata o meno la sclerata di Blanco quando ha deciso di prendere a calci i fiori sul palco, non importa se Fedez avesse concordato oppure no con i vertici Rai il suo dissing. Performance mediocri e penose: Jimi Hendrix bruciava la chitarra, Blanco infierisce su quattro ciclamini, Sinéad O’Connor strappava la foto del Papa, Fedez quella del viceministro Bignami. Guia Soncini su L’Inkiesta ha sintetizzato tutto quanto come sempre meglio di tutti: “il rock italiano di questo secolo ha preso i vestiti da David Bowie e il garbo da Johnny Rotten. Le canzoni da nessuno”. Nient’altro da aggiungere.

 

 

Cover? No, greatest hits

Anche una delle poche piacevoli novità degli ultimi anni a Sanremo – la serata dedicata alle cover – è stata di fatto derubricata a serata dedicata ai best of, ai medley ed alle greatest hits. Guai ad uscire dalla propria comfort zone: meglio fare il compitino, o proporsi come una sorta di involontaria parodia di Marylin Manson (Rosa Chemical) e provare a sfangarla. Elisa e Giorgia ad esempio potevano e dovevano osare molto di più, non limitarsi ad un medley, scelta più comprensibile se effettuata dai Cugini di Campagna e da Paolo Vallesi: disonesto pretendere da loro che potessero andare oltre “Anima Mia” e “La Forza della Vita”. Lo stesso deve dirsi per Paola & Chiara, alle quali andrebbe spiegato che il corpo di ballerini per riempire il vuoto giusto Madonna se lo può permettere, anche perchè Madonna di vuoti da riempire non ne ha.

 

 

Massimo rispetto per Mengoni

Massimo rispetto per Marco Mengoni, che ha osato ed ha proposto “Let It Be” di John Lennon insieme ad al coro gospel dei Kingdom Choir. Se vincerà il Festival, anche se fosse soltanto per questa scelta, se lo sarà assolutamente meritato: giusto, per ora, che abbia vinto la serate delle cover. Onore delle armi senza infierire per Ariete e Sangiovanni che hanno cantato “Centro di Gravità Permanente” di Battiato: performance da solisti decisamente insufficiente, in versione duetto e con i cori passabile. In questi casi si premia il coraggio ai limiti dell’ardimento, perché il coraggio ce lo si può anche dare, la voce no. Sempre meglio del noioso medley degli Articolo 31 con special guest Fedez, quest’ultimo con l’entusiasmo di chi sembrava passasse di lì per caso. Anna Oxa, nel mentre, ha dimostrato una volta ancora di saper dare tanta di quella biada a molti dei presenti quest’anno a Sanremo. La sua classe non è acqua, anche per come è stata palesata in questi giorni nelle sue puntualizzazioni sui social. Brava. Così come è stato bravo Manuel Agnelli, impeccabile nel suo duetto con l’acerbo gIANMARIA.

 

 

Il ragù della nonna

In buona sostanza, il Festival di Sanremo è come il ragù della nonna, quello preparato per ore ed ore: dopo averlo mangiato si è a posto sino al prossimo anno e ci si ritrova con i vestiti impregnati per qualche giorno. Non è necessariamente un male, ma se ne può fare anche serenamente a meno. E se per caso stasera, sabato 11 febbraio 2023, la serata finale del festival di Sanremo, si avesse voglia di scoprire che cosa sia un vero spettacolo televisivo con vera musica, alle 21 si svolgono a Londra Brit Awards, in diretta su YouTube. Anche da telespettatori si può e si deve uscire dalla propria comfort zone. Farlo domenica notte con Rihanna e l’halftime show del Super Bowl è troppo facile.

 

 

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