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Cambio lavoro così non mi vengono gli attacchi di panico. Dentro il mondo iperemotivo dei millennial in ufficio

25 Maggio 2024
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Dopo che sono passati alla storia per essere quelli che hanno sdoganato l’annuncio pubblico del «Vado dallo psicologo» (vedi Chiara Ferragni), i Millennial spiegano al “Poli” che il posto di lavoro è pura terapia

Vedo gente, faccio cose. Il celebre adagio di Ecce Bombo di Nanni Moretti, oggi diventerebbe: non vedo gente in quanto sociofobico, faccio cose secondo riti compulsivi. È un po’ quello che viene da pensare leggendo il report dell’Osservatorio HR degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano. Che snocciola le ragioni principali per cui le persone scelgono di cambiare lavoro.

Molte e nella maggioranza dei casi prevedibili:

  • Il 46% lo fa per cercare benefici economici,
  • il 35% per opportunità di carriera
  • il 24% per migliorare la propria salute fisica o mentale
  • il 18% desidera inseguire le proprie passioni o avere maggiore flessibilità oraria.

    Anche se un po’ si sapeva, sorprende che la salute fisica e mentale sia diventata una priorità: 4 lavoratori su 10 hanno fatto assenze per malessere emotivo.

    Sono dati che sottolineano quanto stia diventando imperativo per le aziende creare ambienti di lavoro che supportino il benessere dei dipendenti. Ma che indicano anche quello che dovrà avvenire nei dipartimenti Risorse umane in termini di strategie e policy. 

    Garantire flessibilità, opportunità di crescita e dinamiche di lavoro inclusivo. Sono queste le nuove priorità. Sarebbe bello che al centro vi fosse la cura, per dirla alla Battiato, la sensibilità al benessere totale delle persone impiegate in azienda. In verità, però c’è una nuova realpolitik che impone di seguire le esigenze dei millennial iperemotivi, e anche della Generazione Zeta che è meno emotiva ma non transige sulle nuove regole iperumaniste dei contesti sociali “evoluti”. 

    A non farlo, le organizzazioni compromettono seriamente la possibilità di attrarre e, soprattutto, di  trattenere i migliori talenti, indispensabili per il successo dei processi produttivi.

    Si tratta allora di sopravvivenza, di rimanere competitivi in un mercato scivoloso e globalizzato. Ma il mondo del lavoro italiano, escluse le grandi aziende, quello delle PMI, per intenderci, avrà la capacità di cogliere la sfida?