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Che musica ascoltano i millennial? Ne abbiamo parlato con LA Vision. L’intervista

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13 Dicembre 2020
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Fine anno è sempre tempo di classifiche, bilanci e consuntivi. Gli artisti, gli album, le canzoni, le playlist e i podcast che hanno definito il 2020?

Nei giorni scorsi Spotify ha detto la sua con Wrapped 2020, vero e proprio report globale degli ascolti ricavato dalle scelte dei suoi 320 milioni di utenti. Proviamo a interpretare questi dati con un millennial doc, il bresciano Marco Sissa (classe 1985). Autentico hitmaker. Sissa ha lavorato con ruoli diversi ai successi di Rovazzi, Benji & Fede, Il Pagante, Roshelle, Mr. Rain, Marnik e Merk&Kremont.

Con il moniker LA Vision ha pubblicato il suo singolo di esordio insieme a Gigi D’Agostino, vera e propria hit estiva, che ha fatto incetta di record. Brano italiano più venduto nella chart Worldwide di iTunes (entrando nella top 50) e più alto nella Chat Viral 50 di Spotify. Nonché capace di entrare nella top 20 dei brani più shazamati al mondo e tanto altro ancora.

 

Quale migliore millennial per raccontare la musica dei millennial?

Wow! Scopro solamente ora di far parte della categoria millennial. Anche se confesso – esordisce Sissa – che dentro di me ho percepito svariate volte di far parte in qualche modo di una fetta di storia recente un po’ diversa dalle generazioni precedenti e da quelle che si sono susseguite. Soltanto da una certa distanza – in questo caso temporale – si possono osservare le differenze nelle abitudini e nella cultura di massa.  

 

Le statistiche di fine anno rivelano che i millennial abbiamo generi musicali preferiti ben chiari. Proviamo ad interpretarli.

Partiamo dal rock, che non è mai morto e mai morirà, è soltanto un po’ più fuori moda rispetto a generi musicali più recenti, ma meno soddisfacenti dal mio punto di vista musicale. Viva il rock! A seguire il pop, a cui gli anni ’90 hanno fatto da culla partorendo alcuni fenomeni globali ad altissimo impatto come Britney Spears, Spice Girl, Backstreet Boys e tantissimi altri. Un genere dai contorni sfuocati che è più una provocazione che una residenza musicale.

Certo non brutta come l’aggettivo “commerciale”, autentica granata a disposizione di coloro che snobbano la massa, poi non importa se la controparte per eccellenza, l’indie, sia più pop di un barattolo di fagioli Campbell. Devo davvero tanto a quegli anni, alle melodie che entrano in testa. Credo che buona parte delle mie opere di successo derivi dalla fascinazione musicale di quel periodo.

 

Proseguiamo con hip hop e dance. A seguire jazz e blues.

L’hip hop! L’ho amato e odiato e amato di nuovo. All’inizio degli anni 2000 siamo stati pesantemente ammaliati e influenzati dalla scena americana che sfornava capolavori ogni 10 minuti. Sono sicuro che questo genere sia ancora nelle cuffie dei millennial. La musica dance! Chissà che cosa è. Non saprei davvero. Considero dance tutto ciò che nasce come musica leggera di larga diffusione, arrangiata con stilemi provenienti dalla musica elettronica e house. Ha ritmo, ha un muro sonoro degno dell’heavy metal. Mi piace la dance!

Sarei tentato di unire jazz e blues, sinonimi di cultura che si perpetra, entrambe forme elevate di composizione musicale, caratterizzate da emozioni vibranti. Lasciando perdere i jazzisti autoreferenziali, i grandi di questo genere hanno invece lasciato tesori di inestimabile valore. Personalmente devo tanto al jazz, il mio pianista preferito è Michelle Petrucciani. Se qualche millennial non lo conosce vada subito ad ascoltarlo e se non piace significa che si è stati privati del dono dell’ascolto.

 

Avanti con gli accostamenti irriverenti. Indie e reggaeton.

Indie… Siamo tutti un po’ indie dentro di noi, in quei momenti sotto la doccia, al falò con la chitarra scordata, un po’ sciatti al karaoke. Per fortuna abbiamo la decenza di non registrare ogni cosa pronunciata in quei momenti e metterla in rete. Almeno non tutti! L’indie è il voler essere indie, un genere autoreferenziale amato da chi vuole essere alla moda senza essere alla moda. È come le donne, non va capito, va amato. Oppure no. Io appartengo alla seconda categoria.

Reggaeton: non manca mai la domanda sul reggaeton! Un fenomeno – piaccia o non piaccia – una strana deformazione culturale nata dal palese fatto che nella stagione estiva i tormentoni ritmati provenienti dal mondo latino hanno sempre fatto breccia nel nostro paese. Da ciò ne consegue che è molto più semplice fabbricare qualcosa di molto simile ma Made in Italy, piuttosto che mettere mano ad altri generi. La buona notizia è che a forza di copiare siamo diventati bravi e ora i nostri artisti possono dire la loro anche all’estero. Certo non riesco a immaginare il reggaeton come suono nazionale, cosa che ci stanno vendendo in ogni modo possibile. Provate a pensare alla Corea che domattina si sveglia e capisce che è nata per la musica country blues americana. Semplicemente immenso!

 

Di Coree e k-pop parleremo magari un’altra volta, anche perché trattasi di genere più in target con la generazione Z. Finiamo con il rap e la trap.

Il rap chiaramente è un’altra storia, ma neanche troppo lontana. Le radici nel nostro paese sono più profonde e radicate, con veri e propri maestri del settore che hanno mangiato pane duro per anni per dare una forma di rispetto alla scena nazionale.

Con la trap sono subentrati la spasmodica ricerca dell’immagine e il degrado dei contenuti. Dov’è la novità? La musica è figlia dei suoi anni. Non ricordo anni più disagiati di questi, e gli artisti lo raccontano a dovere. Poi diciamocela tutta: se a trent’anni suonati non capisco i più giovani, ma allora perché Jay-Z mi fa morire? Perché amo Kanye West e pure se sento Lil John urlare yeah senza motivo mi esalto e per gli italiani no? È perché sono vecchio, è per forza così.

 

A livello globale, quest’anno gli artisti italiani più ascoltati sono i Meduza e Laura Pausini. Anche qua fasce d’età e mercati spaccati letteralmente in due.

La Pausini è un’istituzione della musica italiana, che è riuscita storicamente a fare breccia anche all’estero, insieme a pochi altri: Bocelli su tutti e a seguire i vari Zucchero, Ramazzotti, Tiziano Ferro. I suoi numeri rimangono importanti su Spotify ma non credo dipendano da… Spotify, un parametro valido che racconta soltanto in parte il variegato universo della discografia e il livello di penetrazione internazionale di un artista nazionale. In base a queste statistiche la Pausini ha 5 milioni e mezzo di ascoltatori mensili con un repertorio vastissimo, io ne ho la metà con un unico brano che è stato un grande successo europeo. Sembrerebbe che non ci separi un abisso, invece con il numero di ascolti generati da tutti gli altri brani mi distrugge 10 a zero.

I Meduza sono un caso a parte: mi complimento con loro non soltanto per i loro recenti successi quanto per la fermezza con cui da anni perseguono i loro obiettivi. Quest’anno sono cresciuti tantissimo, hanno iniziato con la nomination ai Grammy  e stanno finendo come artisti italiani più ascoltati al mondo. Bravi.

 

Quando si afferma che la musica era migliore 10, 20, 30 anni fa, non è che in realtà si rimpiange il fatto che si avevano 10, 20, 30 anni di meno?

Assolutamente sì, non si possono non rimpiangere certi momenti di spensierata giovinezza. La musica non era migliore. Era soltanto più bella. E anche noi eravamo più belli, più semplici, meno artefatti. Meno connessi, e allo stesso tempo più connessi che mai. Che paradosso! Questi verranno ricordati come gli anni del niente? Speriamo di no.

 

 

Per quanto riguarda i podcast, invece questi sono i generi più ascoltati sono formazione, società & cultura, arti & intrattenimento, commedia e storie. La musica dov’è?

La musica è il contorno della nostra vita stessa. È ovunque. È molto di più di quello che pensiamo, non soltanto note ed accordi, è il codice dell’universo. Fai musica anche quando sbatti contro il tavolino e ti arrabbi. Tutti vibrano inconsciamente, ognuno è una musica e a volte in quella musica ci riconosciamo, ce ne innamoriamo. E proprio perché la musica è ovunque, quando ci si dedica ai podcast magari si punta su altri contenuti. Io stesso li utilizzo per addormentarmi, il che non significa – ad esempio – che a volte non preferisca un buon libro per conciliarmi il sonno. E se non facessi e non ascoltassi musica per tutto il giorno, magari ascolterei qualche playlist su Spotify anch’io prima di spegnere la luce.

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